Gaspara Stampa, William Shakespeare, Torquato Tasso: l’accanita lotta di una sincerità impietosa e ardente, di Michele Rossitti

Gaspara_Stampa“Fissa e intenta” l’anima squilla a contemplare la persona voluta che appare prodigiosamente dotata del sentimento e dalla vetta di grande luminosità spegne qualunque altro bagliore fisico. La condizione d’amore diviene straordinaria e superlativa tanto da accentuare la sofferenza estrema, sacrificio che si scopre fiorire di felicità ultima (“resto del mio martìr tanto contenta”): un pieno del serbatoio di un’anima appagata dal proprio personale patire, oltre Petrarca. Per Gaspara Stampa il dolore limpido è pensare all’attimo in cui l’amato dovrà allontanarsi e lei smarrirà quel vortice abissale, cupo e calamitante triangolo delle Bermuda in cui adesso si affonda ed esalta. Da qui, rapita in estasi e commossa dal turbamento conclude la confessione sulla vanità delle folte tribolazioni “O tante indarno le mie fatiche sparse”. I pregi fisici e le doti morali riassumono un paragone di fascini esterni dettati dal mortal velo e di quelli ideali espressi dentro ne l’alma. La devota fedeltà, l’assoluta dedizione e l’immagine classicheggiante del dardo spietato che ha provocato la ferita del capriccioso e ingordo Eros calcano lo struggimento nel suo trovarsi prigioniero di una cinetica disordinata mentre il dolersi aspira, è affidato all’apparecchiarsi conclusivo del menu dell’animo in un convivio globale di consapevole e infinito penare:“questo mio amore fa sprofondare nell’abisso immenso ma insieme mi fa esultare perché è il trionfo stratosferico e sconfinato della mia vita!”.

Quando io mòvo a mirar fissa ed intenta
le ricchezze e i tesor, ch’Amore e ‘l cielo
dentro ne l’alma e fuor nel mortal velo
poser di lui, ch’ogn’altra luce ha spenta,

resto del mio martìr tanto contenta,
sì paga del mio vivo, ardente zelo,
che la ferita e ‘l despietato telo,
che mi trafige il cor, non par che senta.

Sol mi struggo e mi doglio, quando penso
che da me tosto debba allontanarse,
questo d’ogni mia gloria abisso immenso.

A questo l’alma sol non può quetarse,
a ciò grida ed esclama ogni mio senso:
O tante indarno mie fatiche sparse.

shakeL’ambigua e torbida volontà dei sensi apre a teneri e candidi slanci anche Torquato Tasso. Il fascino di uno squarcio chiaroscurale, Lucrezia d’Este, trascorre e trascolora, per dirla così, fra l’esaltazione del fuoco vergine e la fiamma imperitura di una “sensuale” maturità. Ondeggia in parole la visione spalancata dentro il chiarore meridiano della donna nel suo più ardente mostrarsi e il contrasto con l’appello della rugiadosa luce aurorale. Negli anni della giovinezza una rosa rossa ancora timida e non dischiusa ai raggi solari e al soffio dell’aria anticipa nei versi la sorte di precarietà e distruzione a cui andrà incontro ma è il messaggio di Tasso (accade altrettanto nel sonetto diciottesimo di Shakespeare dedicato al giovane amico) il senso della vita tutta: la bellezza giovanile, con il tempo e la malattia venuta meno, riesce a vincerti e eguagliarti nella sua veste adornata nonostante per motivi di salute tu sia trascurata dall’infermità e, qui, urge una pausa di riflessione. Il drammaturgo elisabettiano prospetta l’amplesso totale annegato nei sensi e il fair boy diventa incarnazione dell’Uno, Coincidentia oppositorum neoplatonica. Nell’androginia Shakespeare somma gli opposti distinti, filtra la più alta figurazione erotica nel vagheggiar la morte, rimodula l’elisir bisessuale dei congiunti master-mistress, signore-signora nel sonetto ventesimo, quasi a voler ribadire la presenza del fiore ermafrodito reperibile naturalmente in botanica, provvisto di androceo e gineceo.

XVIII

Dovrò paragonarti a un giorno d’estate?
Tu sei più amabile e più temperato:
rudi venti scuotono i diletti boccioli del maggio
e l’affitto dell’estate ha durata troppo breve;
talvolta troppo caldo l’occhio del cielo splende
e spesso l’oro del suo volto è offuscato;
e ogni bellezza dalla bellezza prima o poi declina,
spogliata dal caso o dal mutevole corso della natura.
Ma la tua eterna estate non dovrà svanire
Né perdere possesso di quella bellezza che è tua,
né la morte si vanterà che tu vaghi nella sua ombra,
quando in versi eterni tu crescerai nel tempo.
Finché uomini respireranno o occhi vedranno,
fin tanto vivrà questa poesia, e questa darà vita a te.

XX

Volto di donna, dalla mano stessa di Natura dipinto,
hai tu, Signore-Signora della mia passione;
cuore gentile di donna, ma non avvezzo
alla volubile incostanza che delle false donne è l’uso;
occhio più splendente del loro, meno falso nel volgersi,
che indora l’oggetto su cui si fissa;
uomo nella forma che domina ogni forma,
e gli occhi degli uomini rapisce e l’anima stupisce delle donne.
E come donna dapprima tu fosti creato,
finché, nel plasmarti, la Natura si perse d’amore,
e, con l’aggiunta, privò me di te,
aggiungendo una cosa che al mio scopo è nulla.
Ma poiché ti eresse per il piacere delle donne,
mio sia il tuo amore e loro tesoro il suo uso.

torquatotassoIn ripresa, Tasso si spinge a privilegiare la sontuosità del fiore meridiano quando apre i suoi petali sfarzosi di sole rispetto alla brillantezza scontata della mattina. Non sarà mai l’amore irraggiungibile per una donna/uomo di rango superiore o viceversa, il coming out taciuto causa reazioni omofobe, un matrimonio tra paesi con usi e costumi diversi ostacolato dalle famiglie o dalla società che odia perché è collassata a diserbare il progetto prezioso di sublimazione autentica a cui ciascuno è indirizzato fin dalla nascita. Così l’emarginazione dopo le escandescenze delle crisi depressive, manie persecutorie estranee totalmente alla follia da ricondursi piuttosto a fragilità fisica o al rovesciamento delle sorti, l’esperienza non rieducativa del carcere, il dimagrimento scheletrico per cancro e Aids, deboli vecchiaie di pelle oppure spirito non decreteranno inesorabili la perdizione, l’imprimatur invalidante per un uomo o una donna.
Ciò va sottolineato, la letteratura si fa madre, maestra più di un passato che ha restaurato errori già commessi aggravandoli e Tasso lo insegna con la terzina finale che esplode uno straordinario esodo cromatico senza spaurire uomini né animali, anzi: il lucidissimo e sfaccettato rubino di meravigliosi lapislazzuli prismatici scatena il capodanno della bellezza genuina più pirotecnica del mondo.

Negli acerbi anni tuoi, purpurea rosa
sembravi tu ch’ai rai tiepidi, a l’ora
non apre il sen, ma nel suo verde ancora
verginella s’asconde e vergognosa;

o piuttosto parei, ché mortal cosa
non s’assomiglia a te, celeste aurora
ch’imperla le campagne e i monti indora
lucida in bel sereno e rugiadosa.

Or la men verde età nulla a te toglie;
né a te benché negletta, in manto adorno
giovinetta beltà vince o pareggia.

Così è più vago il fior poi che le foglie
spiega dorate, e il sol nel mezzo giorno
via più che nel mattin luce e fiammeggia.

Michele Rossitti

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