Dentro il grigio della bruma, di Michele Rossitti

savio09In parecchie occasioni, a zonzo con il cane lungo gli argini del fiume Noncello, guardo le nebbie fumare basse dal letto del canale, quasi mi scadessero l’ultimatum cardarelliano: “ma il mio destino è vivere balenando / in burrasca”. Sognare la pace ma abitare il maroso della vita come fa il baleno, insaziabile nemmeno un poco: le mie palpebre lo sbattono sulle remiganti dei gabbiani, dopo il breve ma fragoroso stormo di questi palmipedi chiassosi, assai aggressivi, che vorticano senza sosta a caccia delle scartoffie dei pic-nic. L’analogia tra le mie arterie e loro è spaventosa: i gabbiani fibrillano l’invasione del torace che si trasfonde tutto e gremito si trasfigura in loro. Ogni scaglia della mia vita è adesso toccata lieve in superficie, scappo alla ricerca delle sue tracce. Le squadre del pensiero si aggregano. Per Eliot, il gabbiano è l’uccello dell’ostinatezza e il suo volo si protrae incessante, come chi non molla mai la preda. Proprio al gabbiano e alla sua capacità di non lasciare la presa spetta la corrispondenza con la natura, non certo all’uomo che avverte via via il distacco crescente e si prepara ormai infelice alla resa della disfatta.

Oh svelto svelto svelto, ascolta svelto il passero canoro
Il passero di palude, il passero astuto, il passero vespertino,
Nell’alba e nel crepuscolo. Segui la danza
Del cardellino d’oro a mezzogiorno. Lascia la scelta
Al pettirosso gorgheggiatore, allo scontroso. Saluta
Con stridulo fischio la nota della quaglia, il piccolo fagiano
Che saltella sui cespi dell’alloro. Segui il piede
Del tordo d’acqua camminatore. Il volo segui
Della danzante freccia, purpureo martin pescatore. Saluta
In silenzio il caprimulgo. Piacevoli tutti. È dolce dolce dolce.
Ma lascia questa terra alla fine, abbandonala
Al vero proprietario, all’ostinato, al gabbiano.
Il colloquio è finito.

La conclusione rammarica, conferma la certezza che un rapporto simbiotico con l’esistenza si è smarrito e purtroppo, ancora una volta questa per tutte, l’interazione smette. In Cape Ann il ripetersi di “svelto”, aggettivo dalla musicalità veloce invita nell’immediatezza al cinguettio furbo del passero in qualsiasi situazione, al suo canto duraturo e sereno. Il “Lascia la scelta” riferito al pettirosso spiega l’indole dell’animale a frugare con il becco tra gli spini per scovare semi prelibati così come il tordo di passo è fra i più resistenti ai lunghi percorsi. Un occhio di riguardo viene dato sia al martin pescatore, volatile acquatico dalle piume arancio e livree smeraldine, sicuro nel volo e raffinato nell’aggirarsi a ritmo di danza sulla superficie solubile, sia al caprimulgo, cantore timido. Attraverso la replica di “dolce” colgo un carillon irraggiungibile e così struggente dell’esperienza non eterna. Il pentagramma spontaneo dei pennuti (la spensierata gaiezza del cardellino, lo scandaglio scontroso del pettirosso) è il tentativo di sopravvivere all’unisono con la natura adeguandosi. Persino un ragazzo, a una o più fasi del vivere, sarà spinto o sfidato a interrompere il rapporto d’equilibrio perché il suo destino di creatura mortale non potrà mai parificarsi appieno all’ardore rigenerante della natura.

Anche il cane, al fischio, è tornato. All’idea di una belva in catene la lana addosso artiglia la rete ruggine per arrendermi inglobato in questa Caienna, il parco fluviale. Ora ci cammino dentro, con sicurezza docile nell’immobilità dello sbrigliamento. Si trafela lo sputo sulle felci e subito la cometa di catarro, gatta ansiosa, frigge in foglia, ostaggio nell’anello avaro dell’aiuola.

Dal passar delle sbarre defilanti
stanco è l’occhio e non tiene nulla. Ella crede
che solo mille sbarre abbia davanti
e oltre le mille sbarre nulla vede.

Sicuro il passo e flessuoso dentro
un cerchio che si fa sempre più stretto
è qual forza che danza intorno a un centro,
dove stordito è un gran voler costretto.

Alza il velario delle sue pupille
e un’immagine va senza rumore,
va per le membra tese ma tranquille
e giù si spegne in fondo al cuore.

Un appanno di mente ripesca Rilke, “La pantera”, e le sbarre defilanti passano in rassegna crudeli, sebbene sia l’animale che, girando lungo il perimetro, le vede muoversi, scorrendole l’una dietro l’altra alla cadenza del rapido passo. Il “sempre più stretto” è la ronda che la gattona compie più striminzita intorno a sé, al terribile corteo intorno a un punto dove la fame di autonomia si pigia fino allo stordimento. Traspare dalle pupille l’orma di una vita diversa che la bestia Michele può per un attimo ricordare o sognare in qualche antica memoria: per il felino oramai domato è duna fievole che spolvera spenta in fondo al cuore lasciandovi un tenero trasalimento. Cribbio, sono nebbia che consuma i clacson del ponte.

Michele Rossitti

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