Eustachio da Matera, di Giovanni Caserta

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Dal Planctus Italiae (distici elegiaci).

Hic est coronica dum destructa fuit civitas Potentina.

Inde Potentini populi furor obruit omnes,
qui tulerunt aquile signa verenda sibi.

Urbs est Lucanis girata Potentia lucis,
fulta patrociniis, sancte Girarde , tuis

montibus et pratis. Gregis armentique feraces,
et lini late predita cultat agros,

Lombardis populis austera potensque colonis
prestat vicinis diviciosa suis.

Auditis cedum furiis, victore minante,
insanit populus, turbine turba ruit.

Iram victoris placet hoc placare furore,
Vindictam facere, cedere cede viros.

Nec minus inde suis jacuit post diruta muris.

*

Questa è la cronaca della distruzione di Potenza.

Da allora il furore invase e travolse tutto il popolo potentino;
tutti agitavano i tremendi e venerati vessilli dell’aquila.

La città di Potenza è circondata da boschi lucani,
sotto la tua protezione, o Santo Gerardo,

la sua gente coltiva campi fecondi di greggi e di armenti
sui monti e sui prati, che all’intorno splendono

per lungo tratto azzurri di lino.

La città, forte di stirpe lombarda e di coloni,
austera, supera per le ricchezze i suoi vicini.

Il popolo, udite le minacce di strage da parte del vincitore,
insorge come impazzito; la turba corre simile a un turbine;

con questo furore vuole spegnere l’ira del vincitore.
fare la vendetta , trucidare i nobili,

Ma poi la città giacque distrutta dietro le sue mura.

(Trad. di Enzio Cetrangolo)

Normalmente indicato come nativo di Matera, Eustachio è, da alcuni, detto anche di Venosa. Il nome Eustachio è tipico della città di Matera e, fino a qualche anno fa, assai diffuso in essa, essendone Sant’Eustachio il protettore. E’anche vero che, nel Duecento, le comunicazioni tra Matera e Venosa, appartenenti alla stessa “area bradanica”, erano più facili di quanto la distanza faccia credere. Né è senza significato il fatto che, dal punto di vista della organizzazione religiosa, Matera fosse unita in una sola diocesi con Acerenza, vicinissima a Venosa. Potrebbe, dunque, essere trasmigrato il nome; più facilmente, potrebbe essere accaduto che il giudice Eustachio, nato a Matera, esercitasse a Venosa, centro intellettuale di grande vivacità in quegli anni, come dimostra, oltre che la presenza di giudici quali Pietro da Venosa, Geronimo Sperandeo e Florio da Venosa, anche la presenza di Riccardo, giudice ad contractus, autore del <> De Paulino et Polla e assai vicino all’imperatore Federico II. Che questa ricostruzione possa ritenersi attendibile, lo dicono due versi dei frammenti del Planctus Italiae, che si possono così tradurre: “La materna Matera mi dette il nome di Eustachio / Venosa mi offrì un posto di giudice e di notaio”. Della sua vita si sa poco. Si sa che fu sostenitore della politica sveva, e quindi ghibellina, e che, alla discesa del principe Carlo I d’Angiò, per non sottostare alle persecuzioni e punizioni dei nuovi padroni e avversari, probabilmente fuggì fuori del Regno. Di là sarebbe ritornato, forse ottenuto il perdono. Si fermò allora a Napoli, alla corte di Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo, presso il quale quasi sicuramente incontrò un altro materano illustre, Alano, filosofo e medico del re. Quanto alla produzione letteraria, alcuni lo dicono, ma senza sicuro fondamento, autore di un poemetto in lode dei bagni di Pozzuoli. Sicuramente è autore del citato Planctus Italiae, “Pianto dell’Italia”, ma anche “Pianto per l’Italia”, che altro non è se non quel genere letterario che, dopo, si chiamerà “lamento” e che in quegli anni era assai diffuso, come dimostra Dante nell’episodio di Sordello, e come dimostra lo stesso Sordello. Il tutto, probabilmente, è da mettersi in relazione con gli eventi tragici di quel periodo storico, che vide l’Italia più e più volte attraversata da eserciti stranieri, mentre, contemporaneamente, nell’Italia centro-settentrionale, si scatenavano terribili guerre e faide intercomunali. Sull’Italia, diventata, come dice Dante, “bordello e non più donna di province”, piange anche Eustachio, come novello Geremia, utilizzando il distico elegiaco latino, che mai fu usato in modo così appropriato. E le rovine dell’Italia non erano se non il segno dei lutti e delle rovine del mondo, che allora era tutto circoscritto all’Europa. Raccontate anno per anno e per singula gesta, le vicende dolorose (mesta) toccavano ovviamente i fatti e i luoghi più vicini a Eustachio, e quindi l’Italia meridionale e la Lucania-Basilicata (almeno per quanto è dato giudicare dai frammenti rimasti). Interessante resta un passaggio interamente dedicato alla rovina di Potenza, all’indomani dell’arrivo degli Angioini. La città è descritta sostenuta dalla protezione (fulta patrociniis) di San Gerardo, ma che, nonostante ciò, e nonostante la sollevazione del suo popolo, suis iacuit diruta muris (“giacque abbattuta nelle sue mura”). Il frammento, segnato con la data del 1270, molto significativamente è detto scritto per alleviare damnum exilii del vates, cioè per lenire la pena dell’esule e malinconico poeta.

Giovanni Caserta

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