Vera Lucia de Oliveira intervista Paolo Ruffilli

ruffilliCome nasce in te l’idea di un libro? Nasce come progetto (cioè: prima le fondamenta, il piano delle stanze, le pareti, il tetto, ecc.), oppure la piena consapevolezza del libro ti arriva quando esso in pratica già esiste, dopo che le poesie sono state scritte?

C’è il progetto, a monte; però con quel margine di “correggibilità” che è necessaria a evitare lo schema rigido. Uno predispone e preordina, secondo un’ipotesi che deve essere verificata nel farsi stesso. Dunque, ecco che il progetto si realizza modificandosi nel corso stesso della scrittura. Perché, si sa, è la scrittura che fonda se stessa; e attraverso la scrittura l’idea si materializza. Non c’è astrazione che tenga.

Che cos’è per te la poesia?

La poesia è una forma di conoscenza che mette insieme intelligenza e sensibilità, logica e intuizione, ragione e inconscio; e, in quanto tale, rappresenta bene la vita nella sua mescolanza continua di luce e di buio, di presenza e assenza. È il più elastico dei generi letterari e il più onnivoro; in un certo senso comprende tutti gli altri, perché è racconto, riflessione, azione drammatica, folgorazione, ritratto, elaborazione. E riesce ad essere tutto questo nella condensazione e nell’intermittenza; rappresentando il molto con il poco, significando il grande con il piccolo, attraversando nella sua superficie la profondità. È musica e pensiero.

Sei un abitudinario? Scrivi di preferenza al mattino o alla sera? Hai bisogno di isolarti completamente?

No, non sono un abitudinario. Per me non ci sono orari privilegiati e neppure situazioni ideali, per scrivere. Qualsiasi ora è buona, se c’è lo stimolo a trascrivere pensieri, idee, divagazioni. E non serve neppure una condizione di isolamento. Non ho mai avuto il gusto dello studio “remoto”, della torre d’avorio separata da tutto e da tutti, immessa in una extraterritorialità da limbo se non da regno dell’eden. Anzi, al contrario, per me è necessario per scrivere mantenere il contatto con la vita intorno a me, anche con i suoi rumori e i suoi disturbi. Io scrivo in uno studio che continua ad essere in comunicazione diretta con l’esterno. Con il telefono che suona, con mia figlia che viene a chiedermi continuamente qualcosa, con la gatta che rovescia la pila dei libri.

In un mondo così complesso e pieno di gravi problemi, di ingiuste divisioni fra paesi ricchi e paesi poveri, che cosa può fare il poeta se le sue parole sono poco ascoltate, se sono fragili parole che raramente influiscono su chi veramente decide il destino delle nazioni?

Mai niente di nuovo sotto la luce del giorno. Sono convinto che oggi non sia peggio di ieri, ma neppure meglio. La realtà intorno a noi è tragica; la vita, in se stessa (per sua stessa natura) è tragica. Ciò nonostante, l’uomo ama la vita e cerca di affondarci dentro le mani come può. Perché la vita è bella, anche se assediata dal male e dal dolore; e anche se una parte consistente di questo male e dei dolori che ne conseguono è causa di altri uomini. Ecco, soprattutto, la testimonianza di un poeta. Le parole sono fragili, ma arrivano nel più profondo di noi stessi.

Vuoi dire qualcosa sulla poesia italiana del Novecento?

La poesia italiana del Novecento tenta di invertire la direzione tradizionale ottocentesca, accademica e retorica. Abbandona i grandi temi e i grandi valori, il tono elevato, la chiave drammatica. Sceglie il piccolo per esprimere il grande, il rasoterra per parlare delle cose importanti. Il più grande rivoluzionario della poesia italiana del Novecento è Guido Gozzano; che ha cercato di seppellire una volta per tutte la grandiosità dannunziana e i pietismi pascoliani. Altri hanno seguito la strada di Gozzano. Certo, la critica ha fatto di tutto per screditarli, li ha sottovalutati, li ha chiamati “crepuscolari” con una parola dispregiativa. Ma è questa la vera pista nuova, sulla quale mettersi e continuare. Invece, lo stato della poesia italiana contemporanea è confusionale. Colpa dei critici. Accreditare tutto significa, nei fatti, togliere credito a tutto. Come sempre, anche oggi, molti sono “letterati” e pochissimi i veri scrittori. E i veri scrittori non “fanno letteratura”, ma danno pronuncia alla vita attraverso la letteratura.

Che cosa pensi della poesia in dialetto?

Mentre i linguisti insistono a designare il Duemila come diga destinata a fermare quasi del tutto l’uso dei dialetti (meno del dieci per cento sarà, a quella data, il numero dei parlanti), da lettori dobbiamo celebrare i risultati notevoli della poesia dialettale. Il poeta dialettale usa una lingua che è un cordone ombelicale rispetto alla terra che l’ha generato. Usa la lingua materna per eccellenza, tutta carne e sostanza; un potenziale straordinario, capace di realizzare grandissima poesia.

Conosci la poesia brasiliana? E quella portoghese?

Sono sempre stato curioso di tutto, specialmente della poesia. Ho perfino affrontato nell’originale, senza conoscerne la lingua, più di un autore che mi pareva interessante. Sì, conosco la poesia brasiliana e quella più propriamente portoghese; ma non in maniera ordinata ed esaustiva, piuttosto secondo la sporadicità dell’occasione. Ho letto i brasiliani con interesse. La poesia “concreta”, quella “stradaiola”, quella vicina alla canzonetta con Vinicius de Moraes. Conosco Jorge de Lima, Murilo Mendes, Carlos Drummond de Andrade, João Cabral de Melo Neto. Anche i portoghesi mi hanno interessato: i surrealisti Alexandre O’Neill e Mário Cesariny de Vasconcelos; Jorge de Sena, Sophia de Melo Breyner Andersen e, soprattutto, Fernando Pessoa.

Che cosa vorresti dire ai giovani poeti di oggi?

Non mi sono posto mai nell’ottica del “discepolo”, pur avendo continuato a imparare da molti. Ma c’è sempre stato il rifiuto istintivo, in me, di imitare e di farmi epigono. Il problema, avendo letto e digerito, resta consegnato alla scelta di non forzare la propria vocazione; che è poi il modo per inseguire una possibile originalità. Il che avviene, certamente, con l’aiuto e l’indicazione di altri; ma nel segno dell’assolutamente individuale. Ecco perché non credo alle scuole, alle tendenze, ai gruppi. Questo mi sento di dire ai più giovani.

Vera Lúcia de Oliveira

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1 commento
  1. Gran bella intervista! Complimenti a Vera e a Paolo. Questo mi pare il punto centrale: ” lo stato della poesia italiana contemporanea è confusionale. Colpa dei critici. Accreditare tutto significa, nei fatti, togliere credito a tutto. Come sempre, anche oggi, molti sono “letterati” e pochissimi i veri scrittori. E i veri scrittori non “fanno letteratura”, ma danno pronuncia alla vita attraverso la letteratura”.

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