Marco Onofrio legge “Memorie di alberi recisi” di Francesco M. T. Tarantino

01 MEMORIE DI ALBERI RECISI COPLa poesia di Francesco M. T. Tarantino nasce, in questo Memorie di alberi recisi (EdiLet, 2012, seconda edizione dicembre 2013, pp. 84, Euro 12), da un increscioso fatto di cronaca: 29 alberi secolari sono stati recisi – con abuso di potere amministrativo – nel Camposanto di Mormanno, in provincia di Cosenza. Tarantino stesso ha provveduto a sostituirli con altrettanti leggii, per una mostra permanente di poesie sul tema della memoria, scritte e inviate da autori di tutta Italia. Anche i leggii, con ulteriore abuso, sono stati successivamente rimossi. La questione è tuttora aperta: Tarantino non recede nel sostenere, con inflessibile coraggio, la sua piccola ma significativa battaglia civile.

C’era un giardino dai mille colori
Lo scellerato ne ha fatto un deserto
Facendo essiccar le foglie ed i fiori
Lasciando la terra nello sconcerto.

Lo snodo preliminare che si dibatte tra le pagine del libro è il raccordo tra cronaca e storia, ovvero tra “particolare” e “universale”. Dov’è che la cronaca si fa storia? Nella poesia, sembra dirci Tarantino. È la poesia che squarcia il velo del tempo – oltre lo schermo delle superfici impedienti – per metterci di fronte all’essenza (nostra e delle cose), e farci sentire fili di un ordito immenso e immateriale che è il tessuto delle generazioni. Scrive Francesco Aronne nella splendida Prefazione: «Una storia, tante storie che si intrecciano, come una aggrovigliata matassa senza origine né fine». L’epifenomeno universale, che fa da cornice esterna al discorso, entra così in risonanza con il fenomeno dialettico del più vasto divenire: la cronaca sprofonda nella storia. Il Camposanto di Mormanno diventa in filigrana tutti i Camposanti; “quegli uomini” diventano “l’Uomo”. La morte viene qui rivendicata come catalizzatore illuminante e veicolo di sapere, in profondità, con operazione opposta alla tendenza contemporanea, laddove viene sistematicamente rimossa, o esorcizzata con suppletivi tecnologici che, peraltro, non sapranno mai riprodurre del tutto, malgrado il progresso, l’aurea perfezione di un moscerino. Un tempo invece la morte era presa in carico dall’esistenza, non ne veniva separata a forza, con atto innaturale: i morti riposavano a stretto contatto con i vivi, che colloquiavano con loro tutti i giorni (non solo il 2 novembre). Ebbene, gli alberi del Camposanto fungono da raccordo tra morti e vivi: Tarantino li trasfigura come simboli della continuità universale della vita, antenne radio che captano le onde energetiche del cosmo. E ancora: testimoni muti del tempo e, quindi, custodi della memoria, che poi è il tema-cardine del libro. Averli recisi senza motivo ha trasformato il Camposanto di Mormanno in un luogo disabitato, abbandonato dalla luce dell’essere e dalla consistenza umana della memoria. Tagliare un albero è un danno irreversibile: in pochi attimi si cancellano decenni. Tagliare un albero è dunque un atto di barbarie, nella sua natura di crimine contro la memoria. I nuovi vandali sono personaggi di apparenza inappuntabile, che operano in funzione dell’oblio: seminatori di oblio. Politici, amministratori, burocrati, ciechi esecutori della “nomenclatura”. Tarantino si produce nella nominazione furibonda dell’artefice di questo scempio: la sinonimia della contumelia, variamente gestita a più riprese, serve a sciogliere il grumo del misfatto e a temperare la rabbia, consentendole un attacco progressivo e multicentrico. È una lunga ininterrotta unica molteplice maledizione, articolata lungo 29 “stazioni” sacramentali, per l’impossibile restituzione del maltolto, con la diretta voce degli alberi recisi che raccontano – dal loro punto di vista immaginario – il prima, il durante e il dopo del taglio che li separò dal nutrimento della vita.

La distruzione di rami e memoria
Con seghe ed accette e colpi tuonanti
Per violare urne e segreti irritanti
E indurre al silenzio ogni voce e storia

Un destino a sorpresa gelò il pianto
E oscurò le stelle e luci d’incanto
Non vidi più luna e finì il respiro.

(…)

Non avevo il timore che prima o poi
Anche su me si abbattesse la scure
Ma quel mattino come fossero eroi
Iniziarono presto le torture

Fui dapprima smembrato e martoriato
Nessuno sentì le lamentazioni
Fui abbattuto segato e umiliato
Tra le urne delle vostre dormizioni

(…)

Mi accorsi che già veniva la fine
Sarei stato portato oltre il confine
Li ebbi addosso con le seghe assassine
Caddero pure le tombe vicine

(…)

Rimasi vittima di un imbecille
Che a contraddirlo sprizza di faville
Così stetti muto come quegli altri

Quali vittime dei soliti scaltri
E nessuno ascoltò i nostri lamenti
Contro un manipolo di delinquenti

I versi di Tarantino nascono dall’indignazione civile di chi, attraverso un evento di microstoria locale, vuol dare eco al dolore immemorabile dell’uomo. Ne esce uno “Spoon River” contemporaneo che fa emergere l’eterna storia del potere, col suo cieco furore, i suoi miseri abusi, i suoi protervi atti di forza, le sue spaventevoli omissioni. E il poeta si ritaglia una funzione riparatrice: “scandisce / l’ingloriosa storia di chi patisce” (miliardi di vittime in ogni epoca), sgranando il rosario di dolore che è la storia, rispetto a cui assume un ruolo di operatore di pace, giustizia, conoscenza. Dunque condanna rabbiosa, accusa, espiazione; ma anche speranza per un futuro da immaginare e ricostruire ogni giorno, utilizzando la parola poetica come vanga per dissodare il terreno sommerso di un mondo migliore.

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1 commento
  1. Il libro di Francesco Tarantino nasce da una necessità interiore, dallo sdegno per la inciviltà e la viltà degli amministratori politici locali, per la viltà della vita nazionale. Francesco ha intrapreso una lunga battaglia a suon di carte bollate e di denunce alla Procura della Repubblica contro il sindaco e i politici conniventi. Il libro di Tarantino è un libro di combattimento e di lotta, lotta contro le ipocrisie e i trucchi del potere pseudopolitico che hanno ridotto il paese in questo stato limaccioso, è una testimonianza autentica non fatta di parole e di eufuismi ma di sdegno e di avversione verso ogni forma di potere autoritario.

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