Ricordando Witold Marian Gombrowicz, di Maria Grazia Ferraris

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Witold Marian Gombrowicz, Maloszyce, 4 agosto 1904 – Vence, 24 luglio 1969

Ho conosciuto indirettamente l’autore e il personaggio Witold Gombrowicz, uno dei maggiori scrittori del Novecento,  leggendo il romanzo  La straduzione, Rizzoli, 2004, di L.aura Pariani, il bel romanzo costruito con la lettura delle sue opere, i diari, le lettere, le interviste sui giornali, le fotografie, la frequentazione dei luoghi in cui è vissuto in Argentina.

“Questa è la casa di Witold Gombrowicz, calle Venezuela 615: al balconcino del secondo piano, dove stava a pensione, il gennaio argentino infuoca i vetri. Alzo gli occhi al cielo azzurro: non è diverso da quello che lui da qui guardò per vent’anni, trasparente di un sole alto e aggressivo…Osservo la piantina della stanza della pensione di calle Venezuela dove Gombrowicz visse dal 1945 fino al momento di lasciare l’Argentina. …scenario di ordinaria povertà che mi fa pensare ai cattivi rapporti tra il mondo della scrittura e il mondo del denaro, ai loro eterni malintesi. Ché la punizione per essere diverso, per aver deciso di percorrere fino in fondo la strada dello scrivere, è a volte crudele…”

Il romanzo è costruito su una struttura binaria: la vicenda di Witold Gombrowicz, esule in Argentina e i ricordi paralleli della Pariani, la pluripremiata scrittrice, che fu in questa città appena quindicenne e ne riportò un’ impressione indelebile che caratterizza tutta la sua scrittura. Ne sono rimasta affascinata. Nomade nel suo inferno personale di esule che non intende tornare in patria, siamo infatti nel 1939, sta iniziando in Europa la seconda guerra mondiale, la Polonia è stata invasa da Hitler, Witold,  inviato come giornalista polacco, non intende tornare, e vive pertanto  una vita provvisoria e precaria, tra osterie e luoghi malfamati, squallide palestre, ma coltiva un sogno: desidera veder tradotto, in Argentina, il suo romanzo «Ferdydurke», operazione che appare di difficoltà insuperabile per la scarsa conoscenza della lingua spagnola  da parte dell’autore. In Argentina Gombrowicz  è infatti uno scrittore senza nome, a cui nessuno crede, un  “perdente”, e si inoltra in un “limbo” in compagnia di espatriati, “detriti” depositati dalle dittature sulle rive del Rio de la Plata. Si manifesta allora un’eccentrica gara di collaborazione che impegna un gruppo di amici estrosi e stravaganti, benché linguisticamente poco affidabili…

L’invenzione fantastica di Ferdydurke, che dà il via al romanzo, è la situazione paradossale vissuta dal protagonista, il  trentenne Gingio, cioè l’autore, che in una sorta di incubo lucido si ritrova, forse a causa della consapevolezza del proprio fallimento agli occhi degli adulti che lo circondano, a vivere una vera e propria regressione nel suo passato infelice, nel mondo dell’infanzia, ad essere sottoposto ad una specie di esame da parte di un tutore che, trovandolo impreparato, lo “infantilizza” e infine lo trascina a forza in una scuola…, scoprendone,  pur in una situazione anomala, i vantaggi e le libertà come quello  dell’immaturità, che diventa un rifugio dal quale prendersi beffe di un mondo che sta andando a pezzi. L’interesse per l’Autore si è risvegliato recentemente quando è comparso ( maggio 2018) un articolo che ricorda  la pubblicazione di Kronos, il DIARIO intimo  di  W. Gombrowicz, presentato da Luigi Grazioli sulla rivista  on-line Doppiozero. Un autore certo di culto, non molto noto in Italia. Sull’autore, nato  a Małoszyce, località polacca che si trovava all’inizio del Novecento sotto l’Impero russo, da una famiglia di proprietari terrieri, nel 1904, e morto nel 1969, era già apparsa una recensione illuminante delle pagine di Kronos  ( pubblicato solo nel  2013 per volontà della moglie) da parte di Francesco M. Cataluccio, uno dei maggiori studiosi della sua opera, nell’aprile 2017, da parte della stessa rivista, che se ne è occupata  in più occasioni, legate alla non facile pubblicazione in Polonia dei suoi scritti.

La sua storia biografica  (Una giovinezza in Polonia ) ce lo descrive  come scisso, diviso  tra un padre severo e formale, e una madre fobica neurologicamente debole. Un’infanzia difficile. Il mondo del padre è  irrimediabilmente vecchio, ma la madre non gli offre nessuna sicurezza, nessuna garanzia. E’ il vuoto fatto persona: “Si era costruita una identità fittizia, inventata di sana pianta”. Così il giovane Witold oscilla tra l’ irrisione dei valori canonici (Dio, Patria, Famiglia), e l’ assunzione di pose aristocratiche ridicole. Come, che cosa  scegliere per il suo futuro? Il romanzo Ferdydurke nascerà proprio da questa sensazione di intollerabile disagio, di stallo, di doppiezza irrecuperabile: “Il mio è il lamento di un individuo che si difende dalla dissoluzione, che reclama spasmodicamente una gerarchia e una forma e allo stesso tempo si rende conto che qualsiasi forma lo sminuisce e lo limita”. Si ritrova isolato e incerto: incline contemporaneamente al cinismo e all’ anarchia, ironico e paradossale, schierato contro lo Stato e ogni strumento di pressione collettiva sull’ individuo, ma allo stesso tempo dubbioso di sé e della sua libertà:  “Come conciliare questo sciocco snobismo con la mia ribellione, le letture filosofiche, l’ amore per la modernità, lo spirito critico e un senso dell’ umorismo fortemente sviluppato? Mistero. Ero allo stesso tempo più intelligente della mia età e spaventosamente inesperto, europeo e provinciale, moderno e arretrato: un concentrato di contrasti annidati dentro di me, che producevano dissonanze clamorose, imposture, simulazioni e una continua tendenza a compromettermi”.

“Il mondo mi era diventato insopportabile. Tutto mi appariva una caricatura velenosa. La mia famiglia, la mia “sfera” sociale: tronfie, viziate, rammollite. La società, la nazione, lo stato: altrettanti nemici. L’ esercito: un incubo. Gli ideali, le ideologie: luoghi comuni. E il peggiore, il più artificiale e pretenzioso di tutti restavo proprio io: ogni mia parola veniva fuori diversa da come l’ avrei voluta, ogni mio gesto restava inquinato”.  Da questa spaventosa crisi  interiore nascerà Ferdydurke, una “singolare mistura di romanzo e saggio filosofico”: seguirà  Pornografia, (una riflessione sul significato del desiderio in senso lato, la seduzione, non solo puramente sessuale, e soprattutto sull’uomo messo a confronto con le sue pulsioni più profonde). E infine Cosmo, un giallo che suona come disperato tentativo di organizzare il caos della realtà…

Nel 1939 Gombrowicz era partito dalla Polonia per raggiungere l’Argentina dove rimase ben 24 anni, vivendo in povertà e inventandosi, per sopravvivere, un’arte dell’arrangiarsi che comprendeva i mestieri più assurdi, come l’invitato ai matrimoni e ai funerali – quest’ultima una versione al maschile delle prefiche greche, in banca (mestiere odiatissimo) – sino a divenire poi professore all’università di San Miguel de Tucumán. Ritornò in Germania, a Berlino, nel 1963  e poi si stabilì in Francia, a Vence, in Provenza dove vi è anche la sua sepoltura.  Era giunto a Buenos Aires a pochi giorni dall’invasione nazista della Polonia che darà avvio alla seconda guerra mondiale. La cosa migliore per capirlo sarebbe leggere Kronos parallelamente al Diario (uscito da Feltrinelli in due volumi, nel 2004 e nel 2008), del quale segue la stessa cronologia. Racconta in prima persona in Kronos, nel 1923 : 1939: “Arrivo a Buenos Aires. Notizia del patto russo-tedesco. Marchesa dell’Orso. Visita al giardino zoologico. Fiera del bestiame”; 1952: “Scrivo una commedia musicale. Avventura con un poliziotto. Il marinaio Carlos. Anno nuovo in solitudine a Plaza Retiro”; 1955: “Ci si trastulla ancora con la rivoluzione. La prostata va meglio, ma il dente fa male”; 1956: “Gomułka in Polonia. Rivoluzione in Ungheria. Sabato con Roul a Plaza Retiro. Mi interesso di politica. Invasione di Suez. Mi propongono di pubblicare un diario”; 1957: “In Polonia sono diventato un ‘orgoglio nazionale ’. Ne sono entusiasta e scrivo di meno”; 1961: “Salute: non male, ma col respiro ho difficoltà, la morte è sempre più vicina…”; 1964: “Prof. von Kres: operazione alle tonsille. (Morte). (Morte)… Dio, Dio mio, non sono mai stato così male, così senza alcuna speranza!… Inizio a pizzicare Rita… Erotismo. Improvvisamente: una passeggiata, al sole, nel pomeriggio, bellissimo…”.

È il suo stile, sintetico, paratattico, il suo modo di raccontare: tra l’ironico e la apparente banalità, una sorta di raccolta di appunti di pensieri e di lavoro, una veloce  ricapitolazione degli avvenimenti della sua vita. Kronos è ricco di ricordi,  di spunti, di dettagli, di cose, luoghi, ossessioni quotidiane  che diventano oggetto di riflessione.  Il destino di Witold Gombrowicz, che è considerato il più grande scrittore polacco del ‘900 e uno dei maggiori in assoluto da parte di vari estimatori in tutto il mondo, è curioso: non è mai riuscito a conquistare il posto che gli compete; la sua opera del resto ha forti componenti paradossali e pur divertentissima per molti aspetti, è un’ opera intellettuale e sperimentale. Il critico Kot Jeleński, nel 1965, parlando di Cosmo, il  complesso romanzo giallo- filosofico, la sua ultima opera letteraria, che costituisce  una sorta di testamento letterario e filosofico, uscito da noi nel 2004, prefato e curato da F. M. Cataluccio, lo definì : «Uno dei libri contemporanei più sensazionali e profondi. […] È la trasposizione artistica del problema del determinismo, delle fluttuazioni di tutta la scienza contemporanea. Ed è anche una delle prime incursioni in un regno trascurato da Freud: l’inconscio fisico. La parte che è legata al funzionamento dell’intero corpo in qualsiasi attività umana…». È un  tentativo ossessivo di dare ordine al caos ed è generato dalla noia della vita. Ah, la noia!: “La mattina mi alzo, prendo il caffè, e disperato di noia mi siedo alla scrivania e mi metto a scrivere e continuo, continuo […]. La noia ha poteri ancora più occulti della paura! Quando ti annoi, Dio solo sa che cosa sei capace di immaginare!”.

Nel 1964 G. così ragionava pubblicamente: «La vita non conosce che le categorie del dolore e del piacere. Per noi il mondo esiste solo come possibilità di dolore o di piacere. Finché la coscienza non è coscienza del dolore o del piacere, per noi non ha alcun significato». E ancora, nel 1965: «Sto forse già entrando nella fase finale, quella in cui ancora si vive, ma ormai solo di cose morte? Le opere che ho scritto, le cose che ho fatto in passato mi rendono tuttora vivo agli occhi dei miei visitatori – mentre nel presente vacillo, muoio». Queste due affermazioni sono sufficienti a farci intuire come gli stati della  sua malattia (era già scampato a un infarto e un’insufficienza respiratoria lo aveva portato a desiderare il suicidio, era depresso), che metodicamente registra in Kronos, siano anche lo stimolo  che accende poi un ragionamento, un pensiero intorno alla vita e alla morte. Nel 1937 era uscito clandestinamente  il suo romanzo Ferdydurke, non ritenuto subito il capolavoro, che verrà considerato diversi anni più tardi. Anche il secondo romanzo, come Schiavi delle tenebre e poi come Gli indemoniati, esce a puntate, e con tagli, faticosamente su diversi giornali. Nei suoi anni argentini il grande polacco riuscirà  a imboccare la strada verso la nostalgia – che diverrà poi materia d’amore dei suoi Diari ed è la materia stessa del recupero,  ma riuscirà, anche, a smascherare la Grande Immaturità del genere umano che già era alla base del Ferdydurke.

 “La normalità non è che una corda da funambolo tesa sull’abisso dell’anormalità. Quanta segreta follia si cela nell’ordine consueto! –, per questo genera prima stupore e sconcerto che si fanno ben presto compartecipazione e sincera ammirazione, perché sono – usando le parole dello stesso autore – “il lamento di un individuo che si difende dalla dissoluzione, che reclama spasmodicamente una gerarchia e una forma, e allo stesso tempo si rende conto che qualsiasi forma lo sminuisce e lo limita: si difende dall’imperfezione degli altri, perfettamente cosciente della propria”.

Testamento, pubblicato nel 1968 ( nel 2004 da Feltrinelli) riprende il testo di Conversazioni con Dominique de Roux, editore e scrittore francese, fu elaborato un anno prima della morte di Witold Gombrowicz, che  per la prima volta,  spiega i suoi itinerari creativi, svela le radici polacche della sua opera, si interroga sui fantasmi che l’attraversano e sulla ricerca della forma, -argomento metaletterario principe-, una delle tematiche costanti nel suo percorso letterario.  Si colgono, quindi, le esitazioni dell’autore su certi argomenti, le sue incertezze su come rispondere alle questioni poste, ma anche le sue solide certezze. La morte di Gombrowicz ha trasformato quest’opera in un vero e proprio testamento filosofico ed estetico che contiene la  chiave di lettura per entrare nel suo mondo, Cosmo è l’ultimo libro di Gombrowicz, il tentativo estremo ed ironico di organizzare, dare forma  al caos, ma il suo percorso gli è ben chiaro, infatti nel libro-intervista citato, Testamento,Gombrowicz, reagisce alle osservazioni  e critiche che affermavano la sua scrittura incerta, sospesa a metà strada tra la tradizione e l’esperimento, e risponde:

 “La mia scrittura è fondata sui modelli tradizionali. In qualche maniera Ferdydurke è una parodia del racconto filosofico alla Voltaire. Trans-Atlantico è la parodia di un racconto nello stile antico, vecchiotto e stereotipato. Pornografia si riallaccia alla bonarietà del romanzo campagnolo polacco. Cosmo è un po’ un romanzo poliziesco. Se mi appoggio alle forme tradizionali, è perché sono le più perfette, e il lettore vi è già abituato. Ma non dimenticate, per favore, che in me la Forma è sempre la parodia della Forma. Me ne servo, ma ne evado. Io cerco il legame fra questi generi letterari di un tempo, che sono leggibili, e la più nuova, l’ultimissima percezione del mondo. Trasportare il contrabbando più attuale in vecchie carriole come Trans-Atlantico o Pornografia, questo sì mi va a genio.”

Maria Grazia Ferraris

 

 

 

 

 

 

 

5 commenti
  1. Per Maria Grazia Ferraris:

    Buona giornata delle mimose.

    **************************************************

    L’aedo greco all’amata:
    «Sei tu la poesia.

    Sei la lingua che resta,
    La parola che chiama per nome ciò che ho perduto».

    La donna all’aedo:
    «L’usignolo a una mimosa: “Parlami-di-Dio”.

    E la mimosa fiorì».

    (gino rago)

    ***********************************************************

  2. Gentile Maria Grazia Ferraris,
    anche io, come del resto mi pare che si evinca dal brillante lavoro che Lei dedica alle vicende umana, letteraria, etica ed estetica di Gombrowicz, credo fermamente nel pensiero di Brodskij secondo il quale “i poeti o in forma di carne e sangue o di carta ritornano sempre” ottemperando al quale ho ricordato, in un necrologio in distici, Joseph Roth che mi piacerebbe che Lei leggesse. Ecco il link

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/03/05/gino-rago-poesia-in-memoria-di-joseph-roth-un-necrologio-in-distici-a-81-anni-dalla-morte-27-maggio-1939-commenti-di-edith-dzieduszycka-giorgio-linguaglossa/

    Ringrazio Luciano Nota per la ospitalità e ringrazio Maria Grazia Ferraris,

    Gino Rago

  3. Il suo necrologio è un itinerario affascinante di costruzione poetica e di un personaggio -Joseph Roth e il suo santo bevitore- che diventano nella somma dei frammenti, dei luoghi, delle citazioni tutt’uno. Quindi un necrologio. Originalissimo. Poesia. La somma di particolari, di ricordi (il cavallo lipizzano, il pianto di Shearazade, la contessa W. dagli occhiviola-miosotide, Andreas nel caffè Tournon moribondo all’ospedale di Necker.., il funerale dove i suoi ruoli in vita si sommano caoticamente…,) traducono senza tradire, il suo destino di bevitore anarchico, dalla scrittura raffinata e polifonica e la sua volontà di fuggire dall’emotività, si calano nella storia: il-fedele-combattente-della-Imperial-Regia- Monarchia- stato, «Joseph il rosso»….monarchico e rivoluzionario, ebreo e cattolico,/Pagano e musulmano./ E bevitore, sebbene non santo./Abitò da solo il regno-del-non-dove…, inabile anche alla morte,… Una Vita-non-vita d’un sopravvissuto…: forse cercava soltanto sé stesso. Una catarsi, che divenne poesia.( “Nasceva il-soldato-della-penna/ In-servizio-permanente-effettivo, Da quel giorno Joseph Roth è di tutti.”). Complimenti.

  4. Ringrazio, per la raffinata qualità della sua ermeneutica, Maria Grazia Ferraris.

    Entrando nella quintessenza dei miei distici non le è sfuggita la mia tensione verso il massimo di densità estetica, ancorché (come sovente succede per esempio con Tranströmer, poeta cui guardo da tempo) non si tratti, come Maria Grazia Ferraris ben coglie, di una densità proprio e sempre lineare ma quasi di entrata in una sorta di “labirintica chiocciola” quando,come fa quasi sempre il poeta scandinavo, mi misuro nel necrologio in distici per Joseph Roth con i sintagmi prevalentemente nominali e con le relazioni che tra le stesse parole si stabiliscono… E altro, soprattutto a proposito delle immagini diremmo “metaforiche”.

    Certi esiti interpretativi, alti, come questi di Maria Grazia Ferraris sui miei distici, si colgono soltanto per cultura poetica e civiltà letteraria ben solide e ben passate al fuoco della disciplina e dell’impegno senza pause, mettendosi, come mostra di saper fare in questo caso Maria Grazia Ferraris, in toto nello spirito di servizio a favore dei poeti, della poesia, della letteratura in generale.

    (gino rago)

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