Giuseppe O. Longo, “Il Mandarino di Dio – Un gesuita nel Celeste Impero. Dramma in tre scene”, Centro Studi Martino Martini, Trento – 2007, a cura di Roberto Taioli

51QbmN8ZyrL._SX333_BO1,204,203,200_.jpgGiuseppe O. Longo, uno dei biografi più accreditati di Martino Martini, in questo volume ha focalizzato nella forma della drammatizzazione, uno dei punti focali della vita del gesuita, che emerge  soprattutto nella seconda scena, quando Martini si trova davanti i teologi del Sant’Uffizio per difendere la posizione dei gesuiti missionari in Cina sulla delicatissima questione dei “riti cines”, sulla quale francescani e domenicani dissentivano radicalmente dalla Compagnia di Gesù, portando la controversia ai vertici della Chiesa di Roma.

PRIMA SCENA

Martino è a Roma, la sera del 25 luglio 1655, alla vigilia di un giorno importante, poiché l’indomani dovrà presentarsi davanti al Tribunale del Sant’Uffizio. Martini si è preparato bene per questo appuntamento, elaborando un memoriale difensivo che ha consegnato ai membri del collegio giudicante. In questa calda e tesa sera romana Martini ha come una visione che è quella della madre che lasciò molti anni prima a Trento per rispondere alla vocazione religiosa che lo porterà in giro del mondo e ai confini della Terra. Tra Martini e la madre si instaura un dolente colloquio nel quale madre e figlio ritrovano il filo della loro intimità e le ragioni profonde del loro affetto. La madre è orgogliosa di un figlio diventato cosi illustre e rispettato, ma Martino non vuole riconoscimenti che alimentino la vanagloria di un semplice “soldato di Dio”. Così dice in un passaggio Martini alla madre: “Per un figlio la madre non invecchia mai … e poi… lassù avrete il premio delle vostre fatiche e dei vostri meriti e vi ricongiungerete col vostro sposo… e un giorno anch’io… ma ora… ora devo prepararmi… non posso farmi trasportare dai ricordi, devo essere lucido, ho una missione da compiere… che il Signore mi illumini e mi assista, domani è un giorno importante, il Sant’Uffizio esamina la posizione dei Gesuiti quanto ai i riti cinesi… i Domenicani e i Francescani hanno tramato contro di noi… ci fanno la guerra, non vogliono concedere nulla ai Cinesi…
Emerge chiaramente la fermezza di Martini nel perseguire il suo compito, senza lasciarsi distrarre neppure dagli affetti familiari che pure non ha dimenticato, Non casualmente è della madre la visione che lo illumina alla vigilia del processo ecclesiastico da cui può dipendere il futuro delle missioni dei Gesuiti in Cina; infatti un verdetto sfavorevole metterebbe in gioco tutto il lavoro prezioso svolto dai Gesuiti già al tempo di Padre Matteo Ricci, il precursore.

SECONDA SCENA

La seconda scena riguarda interamente l’udienza alla quale Martini dovette presentarsi il giorno seguente presso il Sant’Uffizio per difendersi dalle accuse e dalle critiche che gli erano state mosse. In realtà in questo secondo quadro drammaturgico agiscono d operano Martino Martini e il P. Raimondo Capizucchi, mentre gli altri alti prelati restano sullo sfondo, avvertendosi di essi solo uno sfocato mormorio. Capizucchi si rivelerà tra l’altro come il più rigido oppositore nella discussione della controversia. Essa verte essenzialmente sui seguenti punti:

1-Martini chiede che per i cristiani cinesi vengano attenuate le regole del digiuno in quanto la loro tradizione di vita e di lavoro nonché le caratteristiche della loro alimentazione non consentono un rigido rispetto della norma canonica. L’argomentazione di Martini è stringente e motivata: “Infatti i Cinesi fin dall’infanzia sono soliti consumare almeno tre pasti al giorno e vi sono costretti perché i loro cibi sono leggeri, riso bollito o verdure cotte col sale, perciò se al mattino non mangiano la colazione non sono capaci di fare quasi nulla. Non conoscono il vino e il pane e specialmente i più poveri non mangiano cibi grassi e sostanziosi”.

2-Tra teologi si anima una fitta discussione, alcuni non sono d’accordo alle proposte di Martini rifacendosi al precedente editto papale del 1645 che non ammetteva deroghe; altri teologi furono più flessibili raccomandando l’adozione della dispensa che avrebbe dovuto comunque essere convalidata e normata dal Papa.

3-La questione dei sacramenti. Martini espone la particolare concezione della donna vigente in Cina, per cui anche atti sacramentali facilmente accettati In occidente, possono dar luogo in quella cultura di malintesi, malizie, sospetti. In particolare ciò avviene nel sacramento dell’estrema unzione, allorché il sacerdote deve entrare ella casa della defunta, toccare il corpo della donna e ciò genererebbe scandalo. Martini chiese se nell’Impero cinese, per i motivi suddetti, si potesse evitare di somministrare questo sacramento, o in alternativa, solo a chi ne. fa richiesta. La questione posta sollevò una aspra discussone tra i membri del collegio. Nella discussione emerse la posizione dei Padre Vincenzo Preti, facendo notare che i missionari non chiedevano di tralasciare tutti i sacramenti, ma solo alcuni, che prevedevano l’unzione del petto delle donne e porre la saliva sulle loro labbra.. Preti sostenne che già in Europa, in tempo di peste, per non diffondere il contagio, il sacerdote celebrante provvedeva a toccare il corpo della donna mediante una verga lunga, rimanendo così a distanza dal corpo. Propose che la stessa procedura potesse essere adottata in Cina per evitare “pubblico scandalo”. Anche altri Padri convennero che in date circostanze, come quelle descritte, si potesse ricorrere a riti alternativi o meglio a gesti liturgici imposti dalla difficoltà. Per ultimo parlò Padre Capizucchi che propose di ridurre il numero delle unzioni, senza per questo che ne venisse invalidato il sacramento. Si sta infatti parlando di sacramenti, come il battesimo e l’estrema unzione, somministrati a donne adulte.

4-La discussione divenne particolarmente accesa quando si toccò il problema del confucianesimo e la sua relazione con il cristianesimo. Su tale aspetto, visto come una contaminazione, si erano accaniti Francescani e Domenicani che rimproveravano ai Gesuiti eccessiva tolleranza verso la dottrina di Confucio. Qui Martini dovette mettere in atto tutta la sua sapienza e capacità di persuasione per convincere i giudici che il confucianesimo non era in Cina da considerarsi una religione, ma una dottrina filosofica e morale. Nessun culto e cerimonia del confucianesimo potevano essere scambiati per culto divino perché Confucio non era un Dio.

5-Culto dei defunti. Capizucchi, il più accanito contestatore di Martini e dei Gesuiti, criticò duramente il culto dei defunti considerati dai cinesi come dèi, portando la testimonianza di altri padri domenicani e francescani come Antonio de Santa Maria Caballero e Juan Bautista de Morales, che avevano portato la questione davanti alla Chiesa di Roma. Martini reagì con pari durezza, respingendo le accuse rivolte e pacatamente espresse il suo pensiero fondato su riscontri oggettivi: “Ho più volte interrogato i Cinesi a questo proposito, e posso affermare senza esitazione quanto segue: essi non riconoscono all’anima umana alcuna qualità divina, quindi non vi è nessuna adorazione nei gesti di rispetto verso gli antenati. Allestiscono nelle case un banchetto posandovi sopra una tavoletta col nome del defunto, e accanto offerte quali fiori, cibo, incenso, monete. Ma il banchetto non è affatto un altare e la tavoletta che chiamano sede dell’anima, non contiene affatto l’anima del trapassato e le offerte non sono da considerare sacrifici. […] si tratta dunque di azioni che hanno un valore soltanto civile e affettivo”.

6-La questione del Credo e del crocefisso. Veniva contestato a Martini e ai missionari gesuiti in Cina di aver eliminato dal Credo il versetto “patì sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto” e di aver occultato il simbolo della Croce nella Messa. Martini mostrò il testo del Credo contenente il versetto di cui si contestava la mancanza e sulla manifestazione del crocifisso difese la scelta dei Gesuiti di mostralo solo quando tutti i fedeli fossero entrati nel tempio. Non quindi una eliminazione, una rimozione di un simboli vitale del cristianesimo, ma di un atto prudenziale e di cautela verso quei cinesi cristiani da poco convertiti. La sessione si chiuse con un esito sostanzialmente favorevole a Martini e ai Gesuiti.. Il 23 marzo del 1656, sulla scorta del parere del Sant’Uffizio, Papa Alessandro VII promulgò il relativo decreto.

TERZA SCENA

Questa scena si sviluppa in un arco spazio-temporale diverso dalle due precedenti. Martini è a Macao e l’anno è il 1656, ove incontra Padre Domingo Navarrete. Tra i due si svolge un aspro scontro, in quanto Navarrete vorrebbe avere copia del decreto del Sant’Uffizio, ottenendo il rifiuto. Martini è stanco e malato, ma non rinuncia a difendersi ancora una volta da accuse che credeva superate, alimentate dai domenicani e francescani il cui scopo, neanche tanto occulto, era quello di far estromettere i Gesuiti dalla Cina, prendendone il posto. Da Navarrete gli vengono contestati autoritarismo, superficialità nel non aver fatto scorte adeguate di medicinali, vanagloria e culto di se stesso nell’aver trattato con editori olandesi e belgi per far stampare le sue opere.

Roberto Taioli

1 commento
  1. un interessante testo di valore anche storico che documenta – tra questioni di principio e ambizioni terrene-i difficili problemi della diffusione del Cristianesimo, calandoli nel vivo delle diatribe interne della Chiesa stessa

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