Cuori di pietra: la corsa contromano fra Albert Camus e Joseph Conrad lungo l’Italia, di Michele Rossitti

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Incentrato sul tema del destino, Il ponte di San Luis Rey di Wilder narra il crollo improvviso di un viadotto e la morte accidentale in Perù di cinque viaggiatori, precipitati nella voragine. Mentre Lima considera l’incidente un castigo divino, un ironico frate scansa la passività per investigare sui legami nascosti che hanno trascinato quelle vittime all’ultimo appuntamento. Ogni periodo, segnato da catastrofi, rivolge in sé il pensiero all’esistenza ma con connotati radicali. Un susseguirsi contagioso di sopraffazioni, spettacolarizzate dai mass media, diventa focus per rilevare i risvolti di sciagure che paiono binari indispensabili alla messa in moto, tardi e con pessimi risultati, degli anticorpi atti a prevenirle, quasi al ritmo di un fuggifuggi da discoteca. Un secondo romanzo, La Peste di Albert Camus, delinea invece i tratti dell’uomo che, smarrito ogni contatto con Dio, impugna la padronanza del suo destino in un esistere libero da ogni logica trascendente.  Il cammino di Camus va oltre Gide o Sartre e avvia un approccio diverso alle questioni del vivere, cioè la denuncia dell’assurdo. Nei confronti dell’ingiustizia Dio tace. Il suo esserci innestato di carità provvidenziale verso l’uomo è inattuabile davanti alle atrocità subite e ai mucchi di cadaveri. Punto di partenza di Camus è l’irrazionale che non trova spiegazioni logiche né equilibrio dentro le biografie del genere umano. Lo stillicidio dell’impotenza si scontra intermittente difronte alla mancanza di risposte, mentre il rifiuto per lo scandalo delle crudeltà ossessiona l’inerzia in rivolta. Nel mezzo c’è però la ragione del cuore, brillano i desideri e l’affetto per la vita che guardano l’altro versante del dilemma: la voglia di un’esistenza che si vorrebbe diversa. La collera esplode sugli idoli infranti sorti nei secoli, fantasmi segnati da un precariato congenito già in sé prematuro e quasi aborti di un mondo da odiare o amare in virtù del suo pallore linfatico. La Peste chiude così il cerchio aperto da Spinoza nel Seicento. Lo spirito della malattia porta la ragione a concepire una morale fondata solo sull’uomo e manifesta la crucialità di un non ritorno opposto all’alternativa della presenza religiosa. Le speranze, il suicidio e il sodalizio di amore misto a ribellione prima hanno lasciato la disponibilità al confronto tra l’uomo e Dio. Ora, dopo Spinoza, Camus sbarra la soglia al profilarsi di un colloquio fra lontani. Il contesto esprime la contraddizione irrisolta: da una parte la visione si sposta all’uomo e a un umanesimo laico. La salvezza personale dipende infatti da sé stessi perché è nella storia che bisogna operare attraverso il rifiuto di qualsiasi violenza perpetrata contro l’umanità. Dall’altro lato, il duro impatto con l’innocente che soffre pone in sequela drammatica il ruolo dell’assurdo nella vita. Da alcuni Dio è chiamato in causa: colpevole, oppure se buono, delinea l’inettitudine sotto i gas di Dachau e, a seguire, in Libia si prefigura grande assente ingiustificato nei ghetti dell’orrore.  Il dilemma così paradossale è la meta del cammino di Camus. Nel silenzio di Dio rispetto ai bisogni di felicità e definizione assidui nell’uomo, Lo Straniero fa spazio al tema della fine, alla ricerca di un senso universale con l’innata apatia che attanaglia la vita. Qui la mente rincorre quel Tu proverai sí come sa di sale/lo pane altrui, e come è duro calle/lo scendere e’l salir per l’altrui scale di Cacciaguida quando predice la condanna che la via dell’esilio comporta a chi è spinto alla rinuncia di “ogni cosa diletta”, patria, famiglia e averi. Il bando di Dante dalla sua Firenze e la profezia ospitano un’eco senechiana: il peregrinare di tutti i mortali risuona misero ma più degradante rimbalza l’esistenza se si dorme in giacigli elemosinati e ci si rifocilla dagli estranei. Così l’apartheid subita da Dante può essere adottata come icona o cifra per filtrare le sorti di rifugiati o sfollati che, costretti, divengono fuoriusciti assieme alla fascia demografica, sempre più ampia, di migranti e itineranti.

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L’Africa prosciugata è la culla della civiltà non tanto per lo scheletro di Lucy che incasella l’alfabeto della stirpe ma per essere lezione di democrazia da Castel Volturno, Rosarno, Riace e Macerata fino a Sacko Soumayla. Sono le morti dei patrioti adottivi sulla scia del sangue sparso da Andrea Aguyar, figlio di ex schiavi nelle piantagioni uruguaiane, volontario a Montevideo e poi luogotenente di Garibaldi che cade, ucciso da una granata, in difesa della Repubblica Romana e contro l’epidemia di quei balilla da periferia. Se si pensa che l’identità di un graffito abusivo (in sé riscatto dall’anonimato del quartiere) mina alla base la cecità del consenso, è legittimo dire che le inversioni di rotta anti statutarie e la tesi del nemico occulto mettono con le spalle al muro chi invoca le ruspe, seppure privo del patentino per guidarle. Joseph Conrad, da polacco naturalizzato britannico, lo avrebbe ribadito con la selettività del sapere e dell’agire tecnico, derivatagli dall’esperienza di marinaio. Se si legge Tifone, ci si accorge che insegna a adoperare il barometro di bordo per gestire le navi negli uragani e mette in allerta sulle differenze fra le nozioni elencate nei vademecum di navigazione e gli effetti prodotti dal reale. In Cuore di tenebra, Marlow trova nella capanna sul fiume Congo il trattatello dal titolo Indagine su alcuni aspetti dell’arte marinaresca. Una pedanteria autoctona gli avrebbe rifilato Apollonio Rodio, Defoe, il Libro di Giona. I manuali d’istruzione all’uso diventano invece “avvisi ai naviganti”, sull’esempio di Conrad che li ha studiati nei gradi di capitano al timone e come il suo polso li avrebbe riscritti se uno tsunami glielo avesse imposto a prua. I contenuti di queste guide, senza quel torpore pantofolaio, guadagnano un peso extra-letterario per venire assimilati con un’eccitazione al top rispetto ai classici o alle novità editoriali. Infine, l’opuscolo dell’auto non affascina quanto il ballo di Angelica ne Il Gattopardo ma fa entrare in porto il corretto funzionamento dell’assoluta responsabilità ai limiti estremi. Per Salvini sibaritico tra le lenzuola, il governo della “cosa pubblica” significa invece compiacersi dallo specchietto retrovisore e condonare l’inutilità della propria esistenza sui cingoli e in Instagram.

Michele Rossitti

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