“Racconti impertinenti” di Massimo Pacetti, letto da Marco Onofrio

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Del vocabolo “impertinente” la lingua italiana contempla due accezioni fondamentali: quella – più comune – di “irriguardoso, sfacciato, insolente”, e quella – più rara – di “non pertinente”. Il titolo del nuovo libro dello scrittore sestese Massimo Pacetti, il suo quindicesimo volume edito, assume l’attributo in entrambe le accezioni: sono Racconti impertinenti (EdiLet, 2016, pp. 96, Euro 13) sia nel senso di coraggiosi e volutamente “scostumati”, ad occhi ipocriti, nella volontà di svuotare il sacco, di dire le cose come stanno, scardinando le ipocrisie e svelando che il re è nudo, o addirittura assente; sia nel senso di “poco allineati” ai dettami imperanti oggi nel mondo e nella letteratura – che è a sua volta un mondo dentro il mondo – e cioè nel “mondo del racconto” e nel “racconto del mondo” così come è. Racconti impertinenti è un libro impegnato e importante nella misura in cui “politicamente scorretto”: ed è tanto più significativo che a scriverlo sia uno che proprio in politica, quella vera, ha combattuto le sue battaglie di uomo e cittadino: come a liberarsi – oggi, dopo anni – dei pesi accumulati e trascinati. Perché il balsamo dell’ideale arginava a stento il veleno del mondo e del potere, che Pacetti ha conosciuto dall’interno dei mostruosi meccanismi. Infatti non parla per sentito dire: certe cose le ha vissute in prima persona. Dunque un libro inadeguato al trend, come una password errata che non dà l’accesso: il main stream della produzione editoriale cerca l’intrattenimento, e l’intrattenimento suona a conferma implicita dello status quo poiché vuole che la gente si distragga, eviti di pensare e di farsi domande pericolose. Pacetti invece cerca anzitutto il confronto col mondo, lui che lo conosce bene per averlo attraversato nello spazio e nel tempo: i viaggi nei cinque continenti, da operatore socio-economico e poi da turista non convenzionale; e i decenni di attività politica, nazionale e internazionale. Cerca il mondo per affrontarlo, per prenderlo di petto e scuoterlo un po’, ché ha bisogno di essere ri-animato, cioè di riprendere un’anima. Cerca il mondo fin dall’inizio del libro, per stabilire il contatto: una sorta di test di accensione comunicativa, dinanzi all’infinita possibilità della narrazione:

Allora, facciamo una cosa: prima si cerca il tema; su libri, giornali, riviste, televisioni, cinema, teatro, arte, per strada, fra la gente…

E il “tema” dei temi, senza ulteriori specifiche, è il mondo stesso: come a dire l’uomo dentro il mondo e, viceversa, il mondo dentro l’uomo. L’uomo sospeso ambiguamente fra Natura e Civiltà, Istinto e Cultura, Innocenza e Potere. Pacetti individua il punto di sutura tra individuo e storia, ideale e reale, sogno e sconfitta, speranza e disperazione. È in quell’anfratto che diverge la strada meno battuta (R. Frost): e proprio lì gli piace di ficcare il naso e di inoltrarsi. Ci dà le risultanze dell’esperienza. La sua versione dei fatti: ciò che ha tratto dall’avere molto visto, sentito, vissuto. S’incunea negli interstizi scomodi del mondo come “realtà e rappresentazione”, fino a raggiungere i punti nevralgici di ciò che siamo, o siamo diventati, al di là di quel che dovremmo o vorremmo essere, o non essere. «Gli uomini sono quello che sono, e parlano anche quando non dovrebbero, e commettono le peggiori nefandezze»: è questa la verità reale, tolti tutti i veli. Per questo la giustizia (che è una della parole-chiave più importanti del libro: insieme alla pace, che senza giustizia non può durare…), la giustizia dicevo non appartiene al dominio degli uomini, poiché perennemente in contrasto col potere: «essa è per gli uomini, ma non possono essere loro ad amministrarla» perché finiscono sempre per inquinarne la purezza sorgiva coi loro sporchi traffici, i loro giochi sottobanco, i loro imperituri tradimenti. Chi giudica i giudici corrotti della giustizia? Chi condanna il giustiziere dell’assassino condannato a morte, che si macchia dello stesso reato (sia pur nell’esercizio della legge)? E che rapporto c’è, appunto, fra legge e giustizia? Le basta essere “legge” per essere giusta, se chi legifera è spesso operatore di ingiustizia? Quante domande restano prive di risposta… La realtà dell’uomo è complessa: da sempre, e oggi sempre più. Come esce Pacetti dallo scontro con il corpo contundente della Storia? Ammalato di «rabbia e disperazione, di nostalgia e curiosità». Il presente lo fa ribollire: s’indigna captando i segnali di una strana narcosi collettiva che ha portato al tramonto degli Ideali, all’anestesia dei Sogni, al Vuoto generale e collettivo. Siamo pesci che boccheggiano dentro ad un acquario, e abbiamo dimenticato il mare: vorrebbero farci credere che il mare è questo acquario, anche se sappiamo che non è. Pacetti tasta le piaghe del mondo: c’infila il dito per capirne la gravità, la profondità, l’estensione purulenta e cancerosa.

«Ora che i poveri sono più poveri e i ricchi più ricchi. Ora che i furbi esportano i soldi e i ladri rubano e continuano a rubare, ora che le tasse le pagano i cretini e i padroni ricattano chi lavora. Chi ha il potere lo usa, con violenza, contro chi non ce l’ha. La stampa libera è libera di raccontare tutto, anche le menzogne. La finanza mondiale decide e ci tiranneggia a suo uso e piacimento. E la legge. La legge esiste per chi non può aggirarla». E la pace «la fanno quelli che impongono la propria vittoria a chi soccombe». E anche se si urla e si denuncia, «chi comanda continua a fare come gli pare». Un mondo brutto come non mai: cinico, disumano, cattivo, fondato sul sopruso e sull’abuso: come se non ci fosse più un domani – e a forza di pensare e agire così, finirà davvero per non esserci. Pacetti è un uomo stanco, eppure non domo. Sente ancora il richiamo della foresta, ma è trattenuto dal peso della saggezza: purtroppo sa già come andrebbe a finire.

Vorrei tornare giovane, per erigere barricate, tirare pietre, rivoltarmi. Ma forse è meglio non ricominciare. Di delusione ne basta una.

Perché la Storia è un muro dove le persone oneste sbattono il muso da sempre, vedendo infranti i propri ideali: la delusione è ogni volta assicurata. Generazione dopo generazione, il mondaccio guasto non deve cambiare: e chi vuole cambiarlo è scomodo, e finirà per esserne schiacciato.

Ma il discorso si approfondisce per gradi: al quinto racconto, portati i tempi a maturazione, Pacetti fa esplodere l’atomica. In “Menzogna e conoscenza” crolla la diga dei freni inibitori. Massimo si fa davvero impertinente, decide di dire tutto andando al cuore del problema: è la menzogna, connaturale all’uomo, che impedisce la vera conoscenza, l’autenticità. Sulla menzogna sistematica si regge il castello di carte del mondo, quanto più aumenta il potere e si sale nella scala delle gerarchie. Ed ecco, conseguenti, le bordate a ruota libera:

La chiesa mente su se stessa, sui suoi fini, sui suoi interessi e per la sua salvaguardia. Mente ogni volta che gli serve di mentire. La chiesa mente sul suo passato e sulla sua missione. Di più. Nega l’evidenza dei fatti e quindi mente sui suoi stessi atti e sui fatti che la riguardano. Mente sulla sua ricerca del potere, sulla sua integrità, sulla moralità dei suoi ministri, sulla sua condizione, sugli atti che essa compie. La chiesa è una sovrastruttura che mente sulla finalità della vita, sull’universo, sulla morte, sulla scienza e sulle motivazioni che sorreggono le sue azioni.

E ancora:

Il processo a Gesù fu un assassinio fondato sulla menzogna, una menzogna conosciuta da tutti, giudici e spettatori. Ma egli morì ugualmente.

E ancora:

La guerra? Si fa per portare Dio ai ‘senza Dio’ – oggi come ieri – da centinaia di anni. Nella versione più moderna la guerra si fa in nome di Dio e per affermare la democrazia e la libertà, la giustizia e il rispetto dei diritti umani. Mai la guerra si fa o è stata fatta per interessi economici o peggio ancora per sottomettere altri esseri umani ai propri inconfessabili interessi. No! questo non può essere detto. Viene negato.

E ancora:

Se le tue terre, le tue risorse, i tuoi minerali, la tua acqua, il tuo petrolio, il tuo oro, le tue produzioni alimentari me le prendo io che sono democratico è un bene per tutti; se te le tieni tu, sei uno sporco affamatore di popoli, che non vuoi condividere la tua fortunata ricchezza, che oltre tutto è tua per modo di dire perché tutto quanto ce lo ha dato Dio. Ma ce lo ha dato il “mio Dio”, non il tuo, e per questo ho il diritto di prenderlo.

Perché, infine, il motore vero della Storia sono i soldi: «soldi, e ricchezze: per pochi! La menzogna e la verità sono più semplici e più terribilmente tragiche, e si chiamano: potere, controllo, armi, traffici, soldi, soprattutto soldi, montagne di soldi. Per sottomettere chi non è sottomesso e non si vuole sottomettere, e allora viene ammazzato per la sua salvezza, in nome del progresso e del benessere».

In altri tempi, per aver soltanto pensato di dire certe cose, Pacetti avrebbe fatto una brutta fine; oggi certi strali sono bottigliette di vetro lanciate contro un muro di acciaio impenetrabile: i potenti lasciano dire, magari dànno pure ragione, e intanto sorridono e annuiscono e stringono mani, ché nulla scalfisce la plastica espressione delle loro facce impunite. La verità è oscena: meglio comunque nasconderla «in ogni campo, in ogni angolo del mondo». La menzogna legalizzata, statalizzata, ufficializzata e globalizzata si chiama consenso, e il consenso è quanto mai prezioso alla creazione del nuovo ordine politico-finanziario mondiale a cui stiamo assistendo da buoni sudditi: passivi, inerti, terrorizzati.

Che fare?

«Rischiare, occorre rischiare. Ritrovare il gusto del rischio e della battaglia» azzarda Pacetti, malgrado tutto. Tornare al dubbio che permette di ragionare con la propria testa, per ritrovare la strada perduta della verità. Capire finalmente che sulla parola “Dio”, in nome del quale tanto sangue continua ad essere versato, «avrebbe dovuto raccogliersi il meglio dell’umanità», perché «Dio eravamo noi, il valore dell’umanità conosciuta»: con questa semplice, dirompente considerazione si conclude il racconto più impertinente dei 18 qui presentati.

foto bandella biografica

Massimo Pacetti

Passata la “sfuriata” il libro, poi, si rasserena un po’, lasciando emergere anche il lato giocoso e ridanciano del suo autore. L’ironia, allora, si stempera assai, diventa meno cupa e velenosa. Sta di fatto che il male pende quasi tutto dalla parte dell’Uomo, mela marcia delle specie viventi, ed è sempre più faticoso mantenere accesa la fiammella di una “fede” nell’operato e nel futuro del peggiore di tutti gli animali. La Natura, viceversa, è innocente: anche quando matrigna. Pacetti è tentato dalla palingenesi: e lo dichiara apertamente nella “lettera aperta” al vulcano islandese, dal nome impronunciabile, che qualche anno fa riempì di cenere i cieli, offuscando le rotte aeree:

«Rifare la terra tutta nuova per riabitarla con gente un po’ meno cretina», ovvero cambiare le cose alla radice, una volta per tutte: «dare una bella sterzata a questa situazione, che non se ne può più».

La natura non conosce i confini politici per cui tanto si scannano gli uomini: basta guardare il mondo da un aereo, è un “continuo” interminabile di terre e acque. Gli animali sono liberi di andare ovunque e, forse anche per questo, incapaci di malvagità premeditata. Infatti si incattiviscono quando l’uomo li assoggetta alle sue gabbie. Proiezione e materializzazione delle gabbie invisibili che ci contengono e condizionano fin da bambini, allontanandoci viepiù dalla Natura. Quando parla di natura, Pacetti finalmente si rilassa e ritrova il piacere di raccontare sopra le righe. E allora guarda il mondo da dietro il fumo di una sigaretta, almanaccando, abbandonandosi al filo dei ricordi e delle fantasticherie. Emerge allora la sua vena sanguigna di “toscanaccio”, quando ad esempio utilizza arti e armamenti del motociclista solo per preparare – alla fine di uno dei racconti – l’esaltazione del culo come “parte decisiva” del corpo umano; o quando proclama la volontà ribelle di non lavarsi, come fanno i bambini, per uscire dalle bolle asettiche della civilizzazione che ci rendono sempre più indifesi dall’attacco di germi e virus; o quando immagina di mettere su un allevamento gigantesco di galline, libere e selvagge, senza tirare il collo neanche a una; o quando rievoca certi luoghi e certe scene dell’infanzia, la concimaia dietro casa e la sbandata che fece in curva, correndo a piedi, con conseguente testata contro il muro – da cui evidentemente è venuto su un poco “grullo”. La toscanità di certi racconti si coglie non solo sul piano linguistico, ma anche nel modo confidenziale di rivolgersi al lettore, nella follia soggiacente alla saggezza, nell’ironia corposa e salace, nel piacere delle descrizioni particolareggiate, nel gusto dei colori e dei sapori.

Il momento più spensierato del libro è il puro intrattenimento dialogico di “Occasioni sprecate”; ma è l’unica “isola felice” in mezzo a un arcipelago di inquietudini. Il tono generale del libro è quello di un’amara disillusione; e Pacetti ce ne dà una splendida metafora con l’immagine del mare che è diventato lago. «Per anni» scrive «sul mare ho fatto correre le fantasie e le speranze, le ambizioni e le aspirazioni». Ora «fra le onde non vedo più nulla di fantastico (…), niente per cui valga la pena di partire, andarsene, rischiare una tempesta». La gioia dei sogni si è infranta sugli scogli. È il mare dell’egoismo, il mare degli egoisti, e oggi gli dà la stessa ansiosa sensazione – di immobile e tragica oscurità – tipica del lago, con le sue acque ferme. Le città pullulano di volti senza volto, immersi in riti inautentici, tra ammennicoli obsolescenti, dinanzi a un futuro che appare spento, svuotato, esaurito, e da cui non esce più l’anima, l’essenza, l’etica della vita. Il lago deve tornare al respiro del mare.

Dobbiamo catturarlo il mare, liberarlo da chi lotta rinchiuso in questo castello di egoismo e di menzogna, inseguirlo, ridargli la luce della sua sconfinata immortale presenza e illimitata bellezza.

Anche per questo Pacetti scrive, così come prima faceva politica: per continuare disperatamente a credere nella possibilità di fare della terra un posto migliore, un luogo di esseri viventi liberi, fondato sull’uguaglianza, la giustizia sociale, la coscienza cosmica, la bellezza, la pace. È traguardando questo ideale ultimo e supremo di Liberazione che si comprende meglio la lacrima che c’è al fondo della sua risata, l’amarezza che intride la sua ironia, l’amore che – da ultimo – nutre l’impertinenza con cui, divertendoci, vuole toglierci le maschere di dosso e farci pensare.

Marco Onofrio

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2 commenti
  1. “Dobbiamo catturarlo il mare, liberarlo da chi lotta rinchiuso in questo castello di egoismo e di menzogna, inseguirlo, ridargli la luce della sua sconfinata immortale presenza e illimitata bellezza.” (M. Pacetti)
    .
    Per noi che amiamo profondamente il mare e che sappiamo bene che cos’è nella realtà e nella metafora/analogia/simbologia, questa sola affermazione dello scrittore toscano rende molto apprezzabile la sua raccolta di racconti “impertinenti” in cui prevale l’ansia di rinnovamento, direi quasi di palingenesi per uscire dal grigio melmoso di un lago.
    Eccellente lettura di Marco Onofrio, come sempre.

    Giorgina Busca Gernetti

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