Autori lucani: Giovanni Albino, a cura di Giovanni Caserta

7585339All’Umanesimo lucano, e ai suoi non pochi rappresentanti, ancorché operanti quasi sempre fuori regione e sempre nel chiuso dei circoli di potere, appartiene la figura di Giovanni Albino, proveniente dall’area del Senisese o Lagonogrese, essendo la sua nascita fissata a Castelluccio, intorno al 1445. Detto nei documenti dell’epoca lucanus, fece, come molti suoi colleghi chierici, carriera ecclesiastica; ma fu anche diplomatico, ambasciatore, oratore, cortigiano e bibliotecario, nonché segretario di Alfonso, duca di Calabria ed erede al trono.Il suo trasferimento da Castelluccio a Napoli avvenne presto. Entrato a far parte della Accademia Pontaniana, vi godette di grande prestigio. Per i suoi impegni politici, viaggiò moltissimo, essendo la sua presenza attestata a Ferrara, in Toscana, a Urbino, a Milano, a Roma, e persino in Albania. Quando poi a Napoli, nel 1494, arrivò Carlo VIII, determinando la diaspora di tutta la corte intellettuale e politica degli Aragonesi, anche Giovanni Albino abbandonò la vita attiva, pur essendo ancora abbastanza giovane, per ritirarsi nella abbazia di Sant’Angelo a Fasanella, non lontano dalla natia Castelluccio, ove chiuse i suoi giorni. Scrisse il De gestis regum Neapolitanorum (“Sulle imprese dei re di Napoli”), pubblicato postumo, a cura del nipote Ottavio, in sei libri, di cui purtroppo, come ricorda il prof. Emanuele Giordano, dell’Università di Lucania-Basilicata, sono andati perduti il terzo e il quarto. L’ultimo libro, De bello gallico, è dedicato alla guerra contro Carlo VIII, re di Francia, con cui si chiudeva la vicenda aragonese e la storia dello stesso Albino, partito dalla trattazione della guerra contro Firenze (De bello hetrusco), risalente agli anni 1478-80. Giustamente, tuttavia, di lui viene meglio sottolineata l’importanza del volgarizzamento delle Vite parallele di Plutarco, che dimostra come anche la cultura meridionale si stesse ormai allineando, sia pure con un ritardo di circa centocinquant’anni, con la cultura nazionale, adottando, al posto del latino, la lingua italiana o toscana o hetrusca. Cosa che, nell’Italia centrale, e particolarmente in Toscana, era già avvenuta al tempo di Brunetto Latini, e quindi di Dante. Non è casuale, sotto questo aspetto, che, contemporaneamente, un altro lucano, probabilmente materano, Giovanni Brancati, tentasse la traduzione della difficilissima Naturalis historia di Plinio il Vecchio. Erano gli anni in cui nascevano i casi più illustri di Masuccio Salernitano e Iacopo Sannazzaro. Probabilmente Giovanni Albino utilizzò, per la sua traduzione, un testo latino; ma ciò non significa che non conoscesse il greco. L’obiettivo, pedagogico, come è facile capire, era quello di indicare modelli di uomini che, in regime di umanesimo, e quindi, di esaltazione dei valori dell’uomo e della sua dignità, dovevano servire di incoraggiamento sulla via della elevazione morale e civile. E poiché si voleva che il messaggio, pur rivolto ad un pubblico elevato, fosse più largamente comprensibile, si cominciò a usare una lingua che ormai era da ritenersi vincente anche nel Sud. Significativa era la dedica a Ferrante, che, a dirla con Benedetto Croce, fu colui che più degli altri si impegnò nella diffusione del volgare, circondandosi di intellettuali italiani, via via sostituiti a quelli spagnoli, prevalenti durante il regno di Alfonso. Che poi si scegliesse proprio Plutarco, lo dice tutta la fortuna che quelle “vite parallele” ebbero nei secoli. Giovanni Albino era tra i primi a ricordare, nella dedica a Ferrante d’Aragona, che “de tucti scriptori greci et latini… nesciuno è dal quale nostra vita magior doctrina et cognition de diverse cose possa haver che da Plutarcho, il quale diffusamente scrive le vite de tanti illustri principi et famosi homini greci et latini, in la quale claramente se vede sanctissima religione cumulata, disciplina militare, optima administration de republice, summa eloquencia, non mediocre ornamento de la humana vita, mirabile paciencia et, finalmente, ogn’altra virtute”. Naturalmente, vano sarebbe domandarsi come Giovanni Albino si sia rapportato con la realtà della provincia da cui proveniva. Egli, in certo qual modo, è simbolo, insieme con moltissimi altri, del perfetto intellettuale “umanista” lucano, aristocratico, emigrato per cultura, per il quale la provincia è lontana, o al massimo, luogo di ritiro materiale o sterile terra di rimpianto nella vecchiaia. Perciò, la sua cultura, come quella di molti come lui, se giovò alla sua fama, nulla produsse alle popolazioni del luogo suo di provenienza, verso le quali, per condizione sociale, generalmente si assumeva un atteggiamento di sussiegoso distacco, se non di disprezzo. Era, a veder bene, lo stesso atteggiamento cui finiva col soggiacere persino la delicata sensibilità, tutta femminile, di Isabella Morra, qualche decennio più tardi.

Giovanni Caserta

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