Rispolverare i classici: Giovanni Boccaccio, il Ninfale fiesolano

220px-Boccaccio_by_MorghenGiovanni Boccaccio nacque a Firenze o a Certaldo nell’estate del 1313. Avviato dal padre alla mercatura in Napoli, si diede alle lettere e frequentò la corte di Roberto d’Angiò, la cui figlia naturale, Maria d’Acquino, fu da lui amata e poeticamente ricordata con il nome di Fiammetta. Richiamato a Firenze per il dissesto economico del padre (1340), ebbe incarichi diplomatici ad Avignone e a Roma. Conobbe il Petrarca e, influenzato da lui, si diede con fervore agli studi umanistici. Fondatore della prosa d’arte italiana, è il più grande narratore del Trecento. Nella sua opera dominano un poetico realismo e un gusto tutto terreno dell’intelligenza nella rappresentazione dell’umana società. Tra le sue opere, la Caccia di Diana (1334), il Filostrato (1335), il Filocolo (1336), il Teseida (1340-41), il Ninfale d’Ameto 81341-42), l’Amorosa visione (1342-43), l’Elegia di Madonna Fiammetta (1343-44), le Rime, il Ninfale fiesolano (1344-46). Tra il 1349 e il 1351 diede forma definitiva al Decameron, ove rappresentò la commedia umana della società comunale ritratta nell’autunno della civiltà medievale. Morì a Certaldo nel 1375. Il Ninfale fiesolano è un poema mitologico in ottava rima. Il boccaccio si destreggia tra i modi aulici del tardo Stilnovo e i toni realistici della tradizione giocosa. Narra l’amore appagato con l’inganno dal pastore Africo per la ninfa Mensola obbligata alla castità. Pentita, Mensola evita l’amante, che disperato si uccide e viene trasformato nel fiume che porta il suo nome, mentre ella dà alla luce un figlio, Pruneo. Anche la ninfa, morta accidentalmente, diventerà fiume e mescolerà le sue acque eternamente con l’Africo. Pruneo, allevato dai genitori di Africo, diventerà il fondatore di Fiesole, prima origine di Firenze. L’ottava popolaresca dà al poemetto la grazia tonale della favola.

Luciano Nota

Comincia il libro chiamato Ninfale:
e primamente mostra il facitore
che di far questo gli è cagione Amore.

1

Amor mi fa parlar, che m’è nel core
gran tempo stato e fatto n’ha su’ albergo,
e legato lo tien con lo splendore
e con que’ raggi a cui non valse usbergo,
quando passaron dentro col favore
degli occhi di colei, per cui rinvergo
la notte e ’l giorno pianti con sospiri,
e ch’è cagion di tutti e’ mie’ martìri.

2

Amor è que’ che mi guida e conduce
nell’opera la qual a scriver vegno;
Amor è que’ ch’a far questo m’induce,
e che la forza mi dona e lo ’ngegno;
Amor è que’ ch’è mia scorta e mia luce,
e che di lui trattar m’ha fatto degno;
Amor è que’ che mi sforza ch’i’ dica
un’amorosa storia molto antica.

3

Però vo’ che l’onor sia sol di lui,
poi ch’egli è que’ che guida lo mio stile,
mandato dalla mia donna, lo cui
valor è tal ch’ogni altro mi par vile,
e che ’n tutte virtù avanza altrui,
e sopra ogni altra è più bella e gentile:
né non le mancheria veruna cosa,
sed ella fosse un poco più pietosa.

4

Or priego qui ciascun fedele amante
che siate in questo mia difesa e scudo
contro a ogni invidioso e mai parlante
e contro a chi è d’amor povero e ’gnudo;
e voi care mie donne tutte quante,
che non avete il cor gelato e crudo,
priego preghiate la mia donna altera
che non sia contro a me servo sì fera.

5

Prima che Fiesol fosse edificata
di mura o di steccati o di fortezza,
da molta poca gente era abitata:
e quella poca avea presa l’altezza
de’ circustanti monti, e abandonata
istava la pianura per l’asprezza
della molt’acqua ed ampioso lagume,
ch’a piè de’ monti faceva un gran fiume.

6

Era ’n quel tempo la falsa credenza
degl’iddii rei, bugiardi e viziosi;
e sì cresciuta la mala semenza
era, ch’ognun credea che graziosi
fosson in ciel come nell’apparenza;
e lor sacrificavan con pomposi
onori e feste, e sopra tutti Giove
glorificavan qui sì come altrove.

7

Ancor regnava in que’ tempi un’iddea
la qual Diana si facea chiamare,
e molte donne in divozion l’avea;
e maggiormente quelle ch’osservare
volean verginità, e che spiacea
lor la lussuria e a lei si volean dare,
costei le riceveva con gran feste,
tenendole per boschi e per foreste.

8

Ed ancor molte glien’erano offerte
dalli lor padri e madri, che promesse
l’avean a lei per boti, e chi per certe
grazie o don che ricevuto avesse;
Diana tutte con le braccia aperte
le riceveva, pur ch’elle volesse
servar verginità e l’uom fuggire,
e vanità lasciar e lei servire.

9

Così per tutto ’l mondo era adorata
questa vergine iddea; ma ritornando
ne poggi fiesolan, dove onorata
più ch’altrove era, lei glorificando,
vi vo’ contar della bella brigata
delle vergini sue, che, lassù stando,
tutte eran ninfe a quel tempo chiamate
e sempre gìan di dardi e d’archi armate.

10

Avea di queste vergini raccolte
gran quantità Diana, del paese,
per questi poggi, benché rade volte
dimorasse con lor molto palese,
sì come quella che n’aveva molte
a guardar per lo mondo dall’offese
dell’uom; ma pur, quando a Fiesol venìa,
in cotal modo e guisa ella apparia:

11

ell’era grande e schietta come quella
grandezza richiedea, e gli occhi e ’l viso
lucevan più ch’una lucente stella,
e ben pareva fatta in paradiso,
con raggi intorno a sé gittando quella,
sì che non si potea mirar ben fiso;
e’ cape’ crespi e biondi, non com’oro,
ma d’un color che vie meglio sta loro.

12

E le più volte sparti li tenea
sopra ’l divelto collo, e ’l suo vestire
a guisa d’una cioppa il taglio avea;
d’un zendado era ch’a pena coprire,
sì sottil era, le carni potea:
tutta di bianco, sanz’altro partire
cinta nel mezzo, e talor un mantello
di porpora portava molto bello.

13

Venticinque anni di tempo mostrava
sua giovinezza, sanz’aver niun manco;
nella sinistra man l’arco portava,
e ’l turcasso pendea dal destro fianco,
pien di saette, le qua’ saettava
alle fiere selvagge, e talor anco
a qualunque uom che lei noiar volesse
e le sue ninfe gli uccidea con esse.

14

In cotal guisa a Fiesole venìa
Diana le sue ninfe a visitare,
e con bel modo, graziosa e pia,
assai sovente le facea adunare
intorno a fresche fonti, o all’ombria
di verdi fronde, al tempo ch’a scaldare
comincia il sol la state, com’è usanza;
e di verno al caldin faceano stanza.

15

E quivi l’amoniva tutte quante
nel ben perseverar verginitate;
alcuna volta ragionan d’alquante
cacce che fatte aveano molte fiate
su per que’ poggi, seguendo le piante
delle fiere selvagge, che pigliate
e morte assai n’avean, ordine dando
per girle ancor di nuovo seguitando.

16

Cota’ ragionamenti tra costoro,
com’io v’ho detto, tenean di cacciare;
e quando si partia Diana da loro,
tosto una ninfa si facea chiamare,
la qual fosse di tutto il concestoro
di lei vicaria, faccendo giurare
all’altre tutte di lei ubidire,
se pel suo arco non volean morire.

17

Quella cotal da tutte era ubidita,
come Diana fosse veramente;
e ciascheduna d’un panno vestita
di lin tessuto molto sottilmente,
faccendo, con lor archi, d’esta vita
passar molti animali assai sovente:
e qual portava un affilato dardo,
più destre che non fu mai liopardo.

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