I MAESTRI: Carmelo Bene legge “Le onde” di Boris Pasternak

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LE ONDE

Tu mi stai accanto, lontananza del socialismo.

Dici d’esser vicina? Frammezzo alle angustie,
in nome della vita, in cui ci siamo legati,
trasportaci, ma solo tu.

Tu mandi fumo tra una nebbia di teorie,
terra fuori di ciarle e di calunnie,
come una porta sul mondo e una porta sul mare,
e una porta sulla Georgia da Mleti.

Tu sei il paese ove le donne di Putivl’
non piangono prima del tempo come i cuculi,
e con tutta la verità io le rendo felici,
e ad essa non occorre distoglierne lo sguardo.

Dove respirano l’una accanto all’altra,
e i ganci della passione non scricchiano
e non danno un residuo di frazioni
per sventura delle madri e dei bambini.

Dove io non ricevo alcun resto
in vita spicciola dall’esistenza,
ma segno solo ciò che spendo
e spendo tutto quello che conosco.

Dove la voce, mandata a rincorrere
una novità indistruttibile,
con l’esultanza del mio bambino
mi fa eco dall’avvenire.

Qui sarà tutto: ciò che ho vissuto
nei presagi e nella realtà,
e coloro di cui non sono degno,
e ciò per cui fra di essi ho un nome.

Tu sei ancora qui, e mi hanno detto
ove sei adesso e ove sarai alle cinque.
Io ti potrei trovare nel Kursaal,
piuttosto che ciarlare invano.

Tu ascolteresti ritornando giovane,
grande, libera, audace,
dell’uomo giunto al limite
da una formica che è cresciuta troppo.

Vi sono nell’esperienza dei grandi poeti
tali tratti di naturalezza
che non si può, dopo averli conosciuti,
non finire con una mutezza completa.

Imparentati a tutto ciò che esiste, convincendosi
e frequentando il futuro nella vita di ogni giorno,
non si può non incorrere alla fine, come in un’eresia,
in un’incredibile semplicità.

Ma noi non saremo risparmiati,
se non sapremo tenerla segreta.
Più d’ogni cosa è necessaria agli uomini,
ma essi intendono meglio tutto ciò che è complesso…

Boris Pasternak

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12 commenti
  1. Sì, caro Ennio, qui si respira profondamente. Di Pasternak adoro la lirica degli anni ’20-’30, cifrata certo, col fine di recuperare quella “poesia ingenua”, la Naivedichtung schilleriana, tipica dell’alba della civiltà umana.

  2. Carmelo Bene lo vidi per l’ultima volta nell’estate del 2002 . Era tornato in scena , per i salentini, a Otranto, ( sua patria elettiva) , dove aveva un mirabile appartamento che usava per lo più come cella di autosegregazione e dove forse, in cuor suo, sperava di morire , col viso rivolto ad oriente , per porre fine a quel simulacro di sé stesso che era in “un coma perpetuo e molto costoso”, come amava ripetere in questi ultimi tempi. Anzi, aveva fatto promettere agli otrantini di celebrargli il funerale di vivo, non era necessario aspettare che morisse “civilmente”. Erano tutti segni , presagi del suo addio. Era , è stato , quello dell’estate 2002 , l’estremo saluto alla sua gente da parte di un genio che è sopravvissuto a se stesso . Recitò alcuni brani dannunziani de ” La figlia di Jorio” , ipnotizzando letteralmente il pubblico e ancora una volta si compì il miracolo, “l’evento”. Eravamo tutti in estasi di fronte al genio.

    2. Genio salentino che sopravvisse a se stesso.
    Un genio che era sopravvissuto ( a detta dei medici ) a una serie impressionante di malattie da far fuori una mandria di tori: infarti, tumori , cirrosi, insonnie, emicranie , fegato che fa acqua e pipì he fa sangue , capace da ultimo di scrivere un poema , ” ‘l mal de’ fiori” , che frana nell’incontinenza babelica , in cui angeli e demoni sono tornati a confondersi e a somigliarsi come all’origine , un poema arduo e oscuro che Zanzotto ha definito “poesia stroboscopica, puro magma linguistico” e altri meno benevoli di lui ” una vera e propria sfida oltraggiosa a tutta la poesia del novecento italiano”; per contro, c’è chi parlato di pastiche- capolavoro , altri , infine, parlano semplicemente di ” virtuosismo linguistico” , atteso che ci sono versi in almeno una mezza dozzina di lingue e dialetti , salentino compreso.
    ” Mi è costato più fatica del provenzale”, disse Carmelo , ” ma sono forse le pagine più belle”. Carmelo Bene ottenne il premio della Fondazione Schlesinger , nel nome di Eugenio Montale, come ” poeta dell’impossibile”. Ma ben altro avrebbe forse meritato, (ad esempio il Nobel per la letteratura sarebbe stato assai più pertinente darlo a lui che non a Fo) questo poeta della scena, costruttore di immagini-cristallo, pettinatore di comete, nostalgico dell’impossibile che aveva sete d’infinito, questo sensazionale istrione clown esibizionista folle iconoclasta sbadato maleducato che non ebbe mai rispetto per nulla e nessuno, che ha vituperato , massacrato , stuprato , dissacrato i testi classici… ma allo stesso tempo li ha resi così vitali e unici! Majakowsky , Byron, Dante, Leopardi, Manzoni , Campana , Dannunzio grazie a lui son diventati concerti di voce e anima , occasioni preziose per scoprire che cos’è veramente la poesia.. Ma Carmelo Bene si è sempre ben guardato … dall’ingraziarsi la gente , anzi spesso risultava decisamente antipatico e irritante con il suo atteggiamento da padreterno, con quegli occhi da zombi, con quel suo fare da imperatore assonnato o da pagliaccio vizioso.

    3. La funzione di attore risucchiava completamente l’uomo.
    “Era folle, completamente pacciu, – mi disse Ugo Tapparini , il pittore leccese dalle muse… ciccione che anticipò ( a sua detta) Botero e che fu suo compagno di cordata alla fine degli anni cinquanta .”Era impossibile stargli dietro. La fortuna sua è stata quella di conoscere quella attrice romana , che era piena di soldi e lo sposò…altrimenti il suo talento sai dove se lo poteva ficcare”
    Di aneddoti al riguardo i suoi amici di Campi , compagni di scuola, compagni di giuochi e di marachelle , che andarono a trovarlo a Roma apposta , me ne hanno raccontati tanti, da scriverci su un romanzo. Ma non dobbiamo sorprenderci di ciò, perché , come sovente capita ai geni e come osservò Cesare Garboli ” la funzione dell’attore in lui risucchiava completamente l’uomo, gli rosicchiava ogni margine di esistenza senza che per questo l’attore diventasse una maschera, la sua maschera”…
    La maschera di un genio che partì da Campi Salentina non ancora diciassettenne e solo due anni dopo fece gridare al miracolo , interpretando , a Venezia, il Caligola di Camus in modo davvero stupefacente. Poi s’immerse in Nietzsche, Schuman, cavalcò Byron e seminò spaventi nel teatro ufficiale della capitale. E con una velocità diabolica scalò tutte le vette possibili , attore, regista , scrittore, cineasta , poeta , anticipò tutto e tutti. Lui cominciava sempre dove gli “altri” di solito finiscono. Regista dello spazio, anticipava la coscienza del vuoto, ora con gesti ieratici , ora facendo il clown, ora lo zombi vivente , ora medium travestita da attore, che combatteva “contro un vuoto fondato sull’illusione storicistica e sull’illusione formalistica”.

    4. Sulle torri di Bologna con Dante e lo studente Peppe Serravezza
    Un genio – diceva di sè stesso – che era stato cacciato dal paradiso; un genio che aveva ingurgitato tutto , in quantità industriale, alcol, fumo, donne e farmaci, che aveva fatto la rivoluzione degli anni sessanta-settanta o protestato a modo suo per la strage della stazione di Bologna ( Peppe Serravezza, attuale Presidente della Lega Provinciale contro i Tumori e allora studente in medicina, se lo ricorda arrampicato sulla torre degli Asinelli che recitava l’Ulisse di Dante alla sua maniera, sotto ipnosi). Era uno dei pochi italiani di cultura europea , osannato a Parigi, amato da Klossowsky e da Eduardo ( ” Veniva a vedermi in cantina, appollaiato come un corvo su uno dei tanti banchi”, ricorda Carmelo), che fu magnificato dai semiologi, circondato da donne bellissime, ma che ormai , da molti anni, sembrava inevitabilmente tramontato, declinato , out”…

    5. Mi sento un ulivo sradicato che cammina
    Quel genio triturato dal suo stesso genio , che sembrava perduto, “portato via su galassie tutte sue”, tornò a calcare le scene come un sopravvissuto a sé stesso ,al suo mito, alla sua gloria, mostrandosi negli ultimi tempi molto più avvicinabile che non in passato. L’estate scorsa ci ricevette nel suo appartamento di Otranto , in una vestaglia da camera finemente ricamata , e con l’aria di un Eliogabalo attempato . ” Ho la morte addosso, ma non ne ho affatto paura. Ho detto agli amici salentini che è inutile aspettare. Vorrei mi faceste i funerali da vivo, qui ad Otranto. Non c’è bisogno di consegnare un cadavere in pubblico per meritare la dimenticanza.” Ma poi ci disse che spendeva un miliardo all’anno in medici e medicine , perché viveva la contraddizione di ” essere in un coma perpetuo e molto costoso”. Del resto, disse candidamente che emotivamente era come un bambino: ” Io non ho coscienza . Sono fuori dalla coscienza”. . Mi sento un ulivo sradicato che cammina

    6 I canti orfici di Campana
    .Era riapparso sulle scene dopo aver subito una serie infinita di interventi operatori , sempre uguale a se stesso e sempre diverso ed eccolo ancora stupire tutti con un altro prodigio teatrale , un altro evento, un miracolo che si ripete puntuale , nonostante tutto, come il sangue di San Gennaro: questa volta fa rinascere addirittura “Adelchi” che sembrava morto per sempre, lo fa rinascere nella fluttuante camicia bianca , lo fa riapparire nella scarna dimensione della parola ed ecco, finalmente! , – dopo generazioni e generazioni di brutta scuola che li ha resi insentibili, – ri-valutati ri-nati , o forse nati per la prima volta i versi del Manzoni , che hanno respiro , che ci fanno emozionare. Chi l’avrebbe mai detto! Poi è la volta dei Canti Orfici di Campana , con il pubblico quasi costretto all’applauso dionisiaco tra urla di raccapriccio e di festa .

    7. La Puglia è terra nomade.
    Infine (siamo in piena guerra Kosovo e Puglia Regione di Frontiera) eccolo al Piccinni di Bari con Leopardi a far delirare i corregionali: ” Vengo con una spada di fuoco. Non per incendiare il teatro, ma per dire che il suo destino è quello di un Teatro fiammeggiante di futuro” ( aveva detto in precedenza che il teatro era morto, n.d.r.), “così come il futuro delle molte Puglie e dei molti destini… Ma da una terra da sempre promessa ed espropriata da se a sé stessa , da questo altrove non ti puoi illudere di evadere…. Non si può abbandonare una Patria che consiste appunto in questa sua irrinunciabile eternità di trapianto…Io mi sento un ulivo sradicato che cammina …La Puglia è terra nomade, terra che si muove per vocazione, per tradizione ”

    8. “Io sono la parola che si fa canto”
    E’ vero che il genio non è raziocinio e anzi ” se non si pensa” – come disse Flaiano – “che il teatro debba essere anche una dichiarazione di follia” è inutile andare a vedere gli spettacoli di Bene che ti faranno al limite anche indignare, ma hanno qualcosa di impensabile, di magico, di affascinante. Il suo teatro non ha mai un punto di riferimento. Lo spettatore viene proiettato nel vuoto, gli viene a mancare di colpo il suolo della realtà su cui appoggiare i piedi. E’ una vertigine, “il rito di uno schizoide” , e lo spettatore si chiede ma dove vuole arrivare? E lui, di rimando: “Non ci sono punti di arrivo.Non mi interessa dove arriva un uomo. Un uomo puo’ arrivare anche alla follia. Io non voglio piu’ vedere nulla, basta questa fine della luce, questa fine della visione e poi questo farsi grattar via la pelle, questo farsi strappar via il volto, la maschera…non e’ che poi sotto la maschera ci sia il volto: no; il volto e’, ovviamente, una maschera infinita, composta da strati diversi di maschere strati diversi della stessa maschera…Io sono la parola che si fa canto o il canto che si fa parola. Io sono la storia inesistente, il filo aracneo assai tenue che lega fra di loro eroi erranti ed erratici sino alla meta assurda del loro originarsi…”
    Il suo testo non significava nulla, ma significava … altrove.
    “Abbiamo un genio, d’accordo”, – disse di lui Oreste del Buono – “ma che ce ne facciamo? …Un genio è inutile, ingombrante, preoccupante nella nostra stupida società, magari dannoso… Erano anni che non ce n’erano , bisogna eliminarlo…è un sopravvissuto….Ma da dove viene Carmelo? Dalla Puglia, anzi dal Salento.

    9. Io sono postumo a me stesso
    Il rapporto con il “suo” Salento è stato quasi sempre conflittuale , talora quasi sprezzante: ” Devo dire che sono qui nel mio paese, Campi, dopo tanti anni, ma che nonostante tutti gli sforzi non capisco una sola parola della lingua che parlate”. La sua , come ha osservato acutamente Goffredo Fofi , è la storia di un fallimento, anzi di diversi fallimenti: Caligola , l’attrazione del nichilismo e della storia ; Majakovskij , l’idea della Rivoluzione e della poesia; Pinocchio , o dell’impossibilità di diventare uomini, cioè eroi. Ma anche i suoi eroi preferiti, Achille e Amleto, rappresentano un fallimento. Rimane la solitudine ed è quella che attira l’artista , la solitudine della voce che si fa canto e poesia, o nostalgia , o ricordo di canto e di poesia.

    10. La speranza è nell’asino che vola
    Che cosa rimane oltre la solitudine? ” Io più gente avevo intorno, più ho coltivato la mia solitudine…. Il mio non è lavoro , ma un lavorìo . Che è l’autodistruzione e cioè il contrario del narcisismo. Io levo dalla scena, non metto in scena. Una volta detestavo il prossimo quanto me stesso, adesso lo detesto più di me stesso… Non c’è nessuna speranza per l’umanità…Io sono postumo a me stesso, avviato altrove…”
    Ma poi scopri , in realtà , che c’era per lui una possibile speranza di salvezza. Ed era riposta nell’ “asino che vola”, nell’Idiota Puro , ossia in San Giuseppe da Copertino – anima meridionale barocca, da lui esaltata . Nella “sua divina stupidità” , disse Bene, “si può realizzare un progetto di santità che vada oltre la sconfitta della storia e della vita”.

  3. @ augusto43

    “Meno genio, per favore”, diceva Fortini.
    E parafrasando Brecht si potrebbe aggiungere: “Sfortunato quel popolo che ha bisogno di geni”. Perché costringono gli altri all’ossequio, all’esaltazione acritica, alla parafrasi infinita delle loro gesta e dei loro capricci, a perdonargli tutto anche le porcate o le cazzate, a non capire neppure la sofferenza a cui si costringe e lo si costringe per rimanere in ogni istante genio. E poi perché, in questo caso, oscura completamente Pasternak che era agli antipodi del genio pur essedolo in maniera più profonda di Bene.

  4. Questo “augusto43” è bene informato su Bene: lo ha di certo letto benino
    e frequentato. Ma ripete di Bene, “masticature di vecchie cotolette” (Majakovskij) . Ma scrive Majakowsky (soltanto i polacchi lo scrivono così – ma poi più sotto si corregge); e poi scrive Dannunzio invece di D’Annunzio); e ancora Schuman (con una n sola: sono due!); scrive Kosovo invece di Kossovo : “augusto 43” !!!! – Non condivido la risposta di Ennio Abate, specie quando scrive : ” E poi perché, in questo caso, oscura completamente Pasternak che era agli antipodi del genio pur essendolo in maniera più profonda di Bene”. Bene non oscura affatto Pasternàk (notate l’accento sulla à, che è necessaria!), poeta che non era affatto agli “antipodi del genio” (leggere bene Pasternàk non è facile, e poi non è stato tutto tradotto, anzi!); e poi che significa” in maniera più profonda di Bene”? Nulla!
    – Il poema “Le onde” : intanto “augusto43” salta la 61 – esima strofa, che non è l’ultima strofa del poema che è invece la 72 –esima; ma quel che è grave è che non cita il traduttore che è Angelo Maria Ripellino, di cui sono stato allievo… (di Bene me ne parlò per primo un mio amico leccese, il bibliofilo Gianfranco Scrimieri – morto la settimana scorsa – nel 1962) … incontrai Bene a Otranto quando girava “Nostra Signora…”, parlai con lui ch’era coperto di bende e entrambi con un bicchiere di vino in mano… lo ritrovai a Roma, nel 1970 , e insieme a Ripellino andai negli studi televisivi per “Quattro diversi modi di morire” (1974*)… l’attore esaltò – e non oscurò! – come mai nessun altro sarà capace i 4 poeti russi. Durante gli intervalli “televisivi” tra un poeta e l’altro gli domandai come mai non aveva incluso gli altri 5 grandi poeti russi che pure lo meritavano a pieno titolo… mi rispose che secondo lui quei 4 poeti avevano più degli altri segnato l’epoca; gli risposi che non ero d’accordo affatto! Il punto è che i 4 rispondevano di più alle sue esigenze “artistiche”!
    (* 1974 :con la compagnia gli “Skomorochi” di Ripellino andai in scena al Politecnico Teatro nel 1974).
    Dunque e veniamo al punto, ecco i miei versi, non scelgo a caso . il Requiem; io, Bodini e il Bene, e infine Giuseppe Desa, buona lettura!
    ——-
    Requiem per Carmelo Bene

    Mi nutrirono di lacrime i nitriti dopo il crepuscolo
    quando l’Immortalità si fermò alla stazione del Nulla,
    nella notte che una maschera e la gloria uscirono di senno
    si mutò in rantolo di carne, come il Verbo, il tuo sguardo.

    Fu l’abbecedario di una malattia moresca
    a tradurre la lucciola libertina in notte eretica,
    i nerastri cantici dei tuoi occhi in raccapricci di cera,
    il pianto equino di una bambino nella cripta.

    Smoccola il cielo, ossa!

    Ti sei bardato della Grazia del vischio,
    come pelle di Magenta è la tua Voce.
    La gorgiera del tempo si sfarina…
    Nei padiglioni il tuo furore tracima cenere,
    come se la morte fosse altrove…
    dove i dèmoni hanno smarrito l’anima!
    dove gli dei hanno ceduto il corpo!

    antonio sagredo
    Vermicino, 19 marzo 2002
    ———————————————————-
    con un gelato di corvi in mano
    (V. Bodini)
    a vittorio, a carmelo e a me stesso

    regressione salentina

    Con un gelato di corvi in mano
    torchiavo con le dita il grumo dolciastro di un mosto,
    sul capo mi ronzava una corona di gerani spennacchiati.
    Crollavano lacrime di cartapesta dai balconi-cipolle,
    giù, come vischiosi incensi.

    Squamata da luci antelucane l’ombra asfittica
    piombata come una bara, scantonava
    per la città falsa e cortese su un carro funebre.

    Nella calura la nera lingua colava gelida pece!

    Schioccavano i nastri viola un grecoro di squillanti: EHI! EHI!
    come un applauso spagnolo!

    Ma dai padiglioni tracimava il tuo pus epatico, bavoso…
    risonava un verde rossastro strisciante di ramarro,
    le bende, come banderuole scosse dal favonio, tra quei letti infetti…

    e brillava… l’afa!

    Scampanava al capezzale delle mie Legioni
    quel verbo cristiano e scellerato che in esilio,
    invano, affossò – il Canto!

    Ma noi brindavamo – io, tu e l’attore – con un nero primitivo,
    i calici svuotati come dopo ogni risurrezione,
    perché la morte fosse onorata dal suo delirio!

    antonio sagredo
    Vermicino, 11 marzo – 4 aprile 2008

    ————————————————————-
    Il teologo-idiota e Giuseppe Desa

    Il colto idiota dal pulpito raccontava bellamente
    che la carità è lo stato naturale dell’uomo,
    torcendosi sulla philautía, come morso da una serpe!
    Giuseppe lo guardava schifato e con occhio asinesco.

    Lui, succube di voli inconsueti, non voluti e non richiesti,
    con preghiere, rosari e ceri accesi sugli altari, attendeva
    a un’assenza di teofania, come se la sua ignoranza nota
    al mondo fosse sparsa ovunque, come un peccato da imitare.

    Per eccesso di carità lui volava così in alto che gli uccelli
    chiesero aiuto a quell’idiota, perché una colta istanza al Principe
    dei Martiri almeno un terrore generasse in quel cuore semplice
    e mai turbato… ma era caro a tutti gli umili perché le sue mani

    erano sporche di sterco di maiale: una fatica devastante
    diffondere il verbo alle bestie di cortile! Il teologo è spaventato:
    conosce la propria colpa, non la carnalità che combatte bellamente.
    Fu un’estasi unica l’ultimo volo di Desa: ne fu gelosa – Santa Teresa!

    Antonio Sagredo
    Bardonecchia, 27 dicembre 2007
    (crepuscolo)

  5. @ Antonio Sagredo

    Caro Antonio,
    non entro nel merito di quanto scrivi sul commento di “augusto43” e sia benvenuta la tua pignoleria su accenti, apostrofi e grafia dei nomi dei poeti Majakovskij e Pasternàk, perché volentieri imparo da un conoscitore delle lingue slave.
    Vorrei però insistere ad agitare la bandiera (fortiniana e non solo) del “meno genio, per favore”.
    Sia chiaro: non lo faccio per mera invidia o perché io sia cieco di fronte ai differenti livelli di qualità (spirituale, intellettuale, estetica). Sono esistiti, esistono e esisteranno chissà per quanti secoli ancora nei rapporti tra gli uomini. Lo faccio per una diversa visione delle cause di tali differenze e per un diverso atteggiamento politico (individualista o non individualista, naturalista o storicista) che da quella visione di solito facciamo discendere.

    Nel primo caso se, sulla scia del tuo amato Nietzsche (e faccio riferimento anche ad un tuo commento su L’Ombra delle parole che capita a puntino: https://lombradelleparole.wordpress.com/2015/03/25/giorgio-linguaglossa-sul-concetto-di-opera-darte-nel-pensiero-originario-di-carlo-marx-manoscritti-economico-filosofici-del-1844/comment-page-1/#comment-6507), si dà per scontato che queste differenze tra gli uomini siano esclusivamente *dovute alla natura* (e non alla storia), e quindi immutabili o immodificabili, ne discende politicamente che servi e signori (o masse e individui) siano figure naturali, immutabili e immodificabili.
    Nel secondo caso, sulla scia del mio amato Marx (da non ridurre però, come tu fai, a profeta di “paradisi in terra” che è una sua caricatura), essendo le differenze tra gli uomini *dovute a un rapporto particolare – dinamico ma anche distruttivo! – stabilitosi storicamente tra natura e uomini*, c’è possibilità (non mi permetto di dire: la garanzia!) che essi possano essere resi più fluidi, meno rigidi, meno gerarchici, più “umani” (invece che “sovra-umani”).

    Alla luce di questa fondamentale dicotomia leggo anche la questione del genio; e opto per la formula “meno genio, per favore”, contrapponendola all’altra, che grossolanamente potrebbe essere: “quel che conta è solo il genio, il resto è plebe o plebaglia anonima, schiuma del tempo”.
    Tengo a far sapere che questa mia prospettiva l’avevo precisata in uno scritto del 2003 rielaborando alcuni passi di Spinoza. E ne riporto uno stralcio:

    « Ancora da Spinoza derivo l’idea della conoscenza (e implicitamente anche della poesia) come perfezionamento continuo della comunicazione che moltiplica la potenza di tutti. «La lingua è conservata contemporaneamente sia dal volgo che dai dotti» – affermava il filosofo – e il senso delle parole è determinato dall’uso comune che ne fanno i «dotti» e gli «ignoranti» in quanto comunicano tra loro. Se alcuni individui conoscono più di altri – aggiungeva – questo non significa che la conoscenza debba servire a istaurare un rapporto di obbedienza tra coloro che sanno e coloro che non sanno. Perciò, il fatto che poeti di lunga pratica e con talento straordinario scrivano ottime poesie o che pochi lavoratori immateriali oggi dominino processi lavorativi veramente poetici può servire alla moltitudine vivente (come a me tornano utili le idee di un grande filosofo come Spinoza). Ma, affinché i molti possano servirsi liberamente nella loro vita e nelle loro attività degli eccellenti percorsi di conoscenza aperti da poeti, filosofi, scienziati, bisogna che venga corretta la divaricazione fra specialismo e dilettantismo, fra «eccellenza» e «mediocrità», fra «uomini di qualità» e «uomini senza qualità». Si tratta di mettere in contatto le singolarità “forti” e quelle “deboli”, affinché rese fluide possano incontrarsi, non irrigidire le loro differenze, e non fissarsi o ignorarsi a vicenda».

    Carmelo Bene, tu e molti altri ( e non credo proprio Pasternàk!) commentatori di «L’Ombra delle parole» tendente invece a fare proprio il contrario!
    Ecco allora perché non condivido l’enfasi sul genio. Si può essere geni senza disprezzare gli altri. Si può essere geni e, come Walter Benjamin, non dimenticare che le opere d’arte o di poesia hanno «un’origine a cui non si può pensare senza orrore», perché esse devono «la propria esistenza non solo alla fatica dei grandi geni che le hanno create, ma anche alla schiavitù senza nome dei loro contemporanei», per cui « non è mai documento di cultura senza essere, nello stesso tempo, documento di barbarie» (W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in «Angelus novus», traduzione e introduzione di Renato Solmi, tra l’altro morto a 88 anni proprio ieri…).
    L’apologia acritica del genio è, in fondo, un’apologia della sregolatezza dell’individualismo, che dimentica e occulta quest’orrore. Ed è per me dannosa, come ho cercato di dire, per l’individuo stesso che deve portare questa maschera di genio a vita (e la sofferenza di Carmelo Bene, che s’intravvede attraverso gli aneddoti riportati da “augusto43”, se fossero analizzati criticamente e non gustati come pettegolezzi, verrebbe vista in ben altra luce) e per gli altri, ai quali viene *imposto* subdolamente e di fatto – attraverso la seduzione dell’arte – o il ruolo di folla ossequiosa e sbavante oppure quello di cortigiani, ammessi nel “cerchio magico” del Genio ma anch’essi proni ai suoi capricci (e alle sue cazzate, che non possono mancare quando ci si stacca dalla “realtà”, qualunque cosa possa con questa parola intendersi).

    Ribadisco perciò che, sì :

    1.il commento di “augusto43” ha spostato l’attenzione dalla poesia di Pasternàk alla recitazione di Carmelo Bene (a lui in particolare mi riferivo discendo: «in questo caso») e all’aneddotica sulla sua figura, che, anche sue incuriosisce o stuzzica, a me pare del tutto secondaria (un poeta va giudicato dalla sua poesia, un attore dalle sue recite, non dalla vita) ;

    2. la recitazione de “Le onde” da parte di Bene mi pare particolarmente sensibile alla poesia di Pasternàk; eppure l’alone mitico che il suo volto e la sua voce su You Tube richiamano a noi che lo vediamo e ascoltiamo distraggono e oscurano la poesia di Pasternàk (tant’è vero – è solo un caso? – che “augusto43” è intervenuto su Bene e non su Pasternàk) ;

    3. mi pare, dunque, che per una sorta di contagio – chi va con lo zoppo impara a zoppicare – sia “augusto43” sia tu – in modi diversi: lui abbandonandosi al racconto (acritico ripeto) di alcuni episodi della vita di Carmelo Bene, tu non resistendo – sintomatico quel «veniamo al punto»! – a pubblicare i tuoi versi, che riguardano Bene e non Pasternàk (!) oscuriate appunto il poeta russo. Che è quello di cui si dovrebbe approfondire la conoscenza.

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