Dante Maffia e le passeggiate torinesi, di Giovanni Caserta

img026Avessimo le date di composizione, potremmo fare discorso più circoscritto ai tempi e alla Torino “storica”. Parliamo della raccolta “Poesie torinesi” di Dante Maffia, Roma, Lepisma, 2011. Ma è meglio così. La mancanza di date consente di uscire dalla cronaca e guardare le cose in forma assoluta (o mitica). Maffia è stato a Torino in una condizione particolare. C’è stato per trovare la sorella, come tanti emigrata dalla Calabria. La stessa Calabria è una Calabria senza tempo e senza geografia. E’ la Calabria del mondo (così come esiste la Lucania del mondo). E’ la Calabria Saudita. E Torino è la Torino del mondo, quella dello sfascio morale e sociale, piena di stridenti contraddizioni tra l’essere e il parere (o l’immaginare). L’essere è la città degli amori rapidi e squallidi e degli extra comunitari. Ma perché extra? Forse che esistono gli extraumani? Ed è la Torino di Porta Palazzo, degli scantinati abitati da cinesi, topi e vermi; è la Torino della immondizia e dei cassonetti stracolmi, della raccomandazione vestita di belle parole o senza parole, degli operai arrabbiati che difendono con i denti il posto di lavoro, degli Agnelli che non sanno che significa essere agnello… E non manca il monito agli intellettuali che si perdono in astratte lezioni di filosofia, si chiamino Vattimo o Norberto Bobbio, o seguono immagini che non esistono, come Barberi Squarotti. Meglio vanno gli atroci pensieri di Primo Levi o la malinconia del vecchio Getto in attesa della morte, che parla della inutilità o superfluità dei libri. E meglio, su tutti, l’eterno adolescente Pavese, con i suoi lunghi silenzi e il suo ” viso assurdo”, risolto nella data del 27 agosto 1950. In una Torino così fatta, ” vizi assurdi” sono i Caffè illuminati, la cioccolata calda, le torte in vetrina, che null’altro fanno, se non accrescere il senso del guastato e del corrotto.

Giovanni Caserta

 

IN CUCINA

Oggi è il mio turno, non posso esimermi
dal preparare almeno uno spaghetto
al pomodoro. Spello uno per uno
dei sammarzani così belli
che non sfigurerebbero
nella vetrina d’un gioielliere.
Per frutta pesche dell’ortolano.
Spello anche le pesche, le metto
nel primitivo di Manduria.
Che balsamo, che goduria!
Poi prendo
le bucce dei pomodori e delle pesche
e le butto nel secchio dell’immondizia.
Se mi vedesse Primo Levi?
Se…oh, dio, mi sento colpevole
oh , dio, queste bucce avrebbero salvato
almeno due bambini, dio, che spreco!
Mi toglierebbe la sua amicizia.

 

GETTO

Un amico medico mi accompagna in un luogo fuori Torino
per far visita a Getto. E’ scontroso,
come se avesse il mondo in dispetto.

Mi hanno portato a morire qui, a finire
i giorni come un oggetto in disuso…
Lei conosce i miei libri… Ma bene, a che serve?
Tutti dobbiamo morire, se suona il tamburo
bisogna ubbidire.

Al ritorno al medico amico ho detto
fermati al primo bar ho bisogno di bere
qualcosa di forte. Vedevo la morte
sguaiata sorridere, come volesse beffarci.

Fortuna che il sole ubriaco rendeva le cose
lucenti; friniva , goloso entrava nella vetrina
dov’erano esposte due torte al cioccolato
con l’aspetto di puttane.

 

27 AGOSTO 1950

Ci fosse la possibilità di farlo tornare in vita
Io non lo farei; sarebbe un grosso torto
per chi ebbe la vocazione al vizio assurdo
e se ne fregò del successo. Anche Torino
ha il suo vizio assurdo; nelle giornate di gelo
verrebbe voglia di far saltare in aria le Alpi,
di distruggere la Mole Antonelliana.

Non c’è scampo. All’uscita della Fiat
gli operai sognano la minestra calda
e se un bus ritarda si pensa al suicidio.
Quale bus aveva ritardato quel giorno
d’agosto, in quell’afa torrida e purulenta?
Forse sarebbe bastato che si facesse una sega
o che qualcuno avesse risposto alle sue telefonate
per restare ancora a guardare se stesso nello specchio
e impietosirsi del proprio aspetto.

Mi piace immaginare che sia stata una buccia
di banana a farlo cadere nello sprofondo. La stufa
non funzionava: d’estate le stufe dormono.
Lui volle imitare il sonno della stufa,
anche se dalla finestra arrivava il rumorio d’un tarlo
che lo derideva reiterando: ”Constance, Constance,
Constance”. Non sembrava agosto, la temperatura
scese a quaranta gradi sotto zero.

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3 commenti
  1. La misura “narrativa” e la perizia metrica di Dante Maffia , in uno con la sua nota espressività , sono quanto di più godibile sia dato rilevare oggi nella nostra poesia . “Godibile” per acribia di scelte linguistiche , per sguardo , per umore .
    grazie –

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