I racconti di Elena Clementelli, letti da Marco Onofrio

clementelli (1)Che Elena Clementelli sia principalmente una poetessa, lo si capisce dall’idea implicita di racconto che questa sua raccolta (“La finestra sull’albero”, Anemone Purpurea, 2008, Euro 10) persegue e con sagacia mette in luce: un racconto giocato sull’intensità, focalizzato volta a volta intorno a un punto forte, una visualizzazione emblematica, un’immagine simbolica, un particolare. Si pensi per esempio all’importanza che nel primo dei quattordici racconti, “I calzini di Giorgina”,  assumono gli arti inferiori, soprattutto i piedi (scarpe, calze e calzini compresi), fino ad assurgere per sineddoche a “valori simbolici di stati d’animo”. Con i piedi in effetti si cammina, si attraversa, si misura, si conquista lo spazio: con i piedi leggiamo il “libro” del mondo. Ed ecco i calzini gialli di Giorgina, una bimba compagna d’infanzia, che emergono dal grigiore ombroso della memoria (viene da pensare, mutatis mutandis, al cappottino rosso della bambina in “Schlindler’s List”). Un colore peraltro incerto: “forse gialli o forse no”, perché la luce della chiesa, “lievemente e nebulosamente bionda”, alterava anche gli altri colori, “a cominciare dal bianco dei grembiuli”.

La scrittura di Elena Clementelli sembra in questo libro avvinta a un doppio contemporaneo processo di trasformazione: il reale trascolora, per sublimazione, in un tessuto di sfumature suggestive, virando all’invisibile sotteso; l’immaginario si precisa per condensazione in “tratti concreti e reali” (come il volto fantasticato di Cesarino, nell’omonimo racconto: il fratello minore che non è mai nato). L’immaginario che si precisa rispecchia il movimento della poesia, che cerca di chiudere in forma la metamorfosi inafferrabile della vita. Il reale che trascolora rispecchia il movimento stesso della vita, piena di incompiutezza, di imperfezione, di cose previste che non accadono, di situazioni che si sfaldano lentamente. Colpa del tempo che tutto consuma e divora, “fuggitivo e crudele, dolcissimo, amaro senza fine”. La vita è la fenice che, incenerita dal tempo, “riprende forma, diversamente; si ricompone, altrimenti”. È un “brivido irripetibile, lungo, sfibrato”, per cui a tratti la bocca di fiele può mutare in un “sapore di fragola” (e viceversa). È un inizio continuo: una “carambola di sorprese, di giochi”: un’“invenzione, una rappresentazione caotica e meravigliosa da rinnovarsi nelle trame, nelle scene, nei costumi”. Specialmente quando la tocca Amore. Tutto allora diventa magico. Il mondo può apparirci “in una luce di freschezza, rugiadoso, pregno di umori giovani e vitali (…) E lei! Lei era zampillata come un fiotto d’acqua limpida e impetuosa dalle regioni più inabissate e silenti del suo spirito moltiplicandosi in mille rivoli giocondi, cristallini, che gli invadevano con sonorità chiare e festose tutte le fibre sopite ma non, come aveva creduto, inaridite per sempre”.

Come grande è il fulgore per l’amore trovato, così abissale è il buio per l’amore dileguato. Perso l’amore, il protagonista del racconto eponimo vede l’albero dalla finestra: ipostasi del mondo, dell’essere, dell’esserci, della radice umana. Come nella “Nausea” di Sartre, prova “stupore immenso” che l’albero esista e continui ad esistere, immobile, persistente: una “sensazione che si espande e lievita come una massa gorgogliante di schiuma fra i cui ciuffi e sbuffi emerge una sagoma in negativo”.

Fu un attimo, solo un attimo, di estrema beatitudine. E così breve da far più acuto il pungiglione di un lontano dolore mai sopito e, subito dopo, la morsa dell’antica rabbia cominciò a serrarsi intorno al suo collo, corto e incassato fra le spalle squadrate e tozze che denunciavano l’eredità del difficile respiro sugli altipiani che lo avevano generato. Si allentò la cravatta, si sbottonò convulsamente la camicia, si alzò di scatto, prese a camminare in su e in giù per la stanza, spalancò la finestra. L’albero era lì: provocatorio e beffardo. Si concentrò, inspirò profondamente e, chiamando a raccolta tutte le energie residue di una stirpe umiliata e offesa in millenni di non storia, ci sputò sopra una, due, dieci volte, ripetutamente.

Ecco l’eterna ribellione con cui l’uomo accerchia e colpisce il suo “male di vivere”! Elena Clementelli dà voce al racconto di esistenze tristi, grigie, desolate, schiacciate da quintali di frustrazioni. Personaggi condizionati dai legami familiari o dai vincoli sociali. Sospesi tra speranze e disperazioni, rivoluzioni ed esitazioni, realtà e sogni impossibili. Ad esempio il Gastone dell’omonimo racconto, o l’insegnante protagonista de “Il morbo”. Ma la vita non è solo tragedia, è anche gioco, scoperta, avventura. È forte nel libro la componente ludico-creativa dell’esistenza. Specie il ricordo dei giochi infantili: ad esempio l’interpretazione arbitraria, su musiche inventate, dei libretti d’Opera, come Tosca, Bohème, Traviata, Trovatore, ecc. È gioco creativo anche la passione bruciante per la poesia: una passione tesa a penetrare il “mistero” della sua “grazia” più che gli ammennicoli del suo corteggio di erudizione, per cui si apprende pure “con curiosità ma senza alcuna particolare esaltazione che l’esametro si compone di dattili, spondei e trochei con interventi di cesure” e che “lo scazonte non è una parolaccia”.

Non è questo che mi attrae, anzi non me ne importa quasi niente, io sono in piena, consenziente malia di un incantesimo fuori d’ogni spazio e d’ogni tempo, sono preda felice di una magia che è ansia, inquietudine, lacerazione, conquista.

Altri invece concepiscono la cultura e la poesia come sfoggio di dati e date. “Che malinconia”, commenta laconica la scrittrice. L’arte è uno stigma irrefutabile. Si legga, nel racconto “Pianoforte di notte”, del pianista che rinuncia alla vocazione, deluso dall’indifferenza e dall’ostilità del mondo verso il talento. “E allora, via! Via tutto! Progetti. Sogni. Speranze. Ambizioni”. Butta spartiti, appunti, dischi, nastri, registrazioni. Si libera anche del pianoforte.

Tutto inutile: le note lo inseguivano con un accanimento invincibile e l’ossessione lo tormentava al punto da tramortirlo.

La musica lo punisce perseguitandolo anche nel silenzio. Continua a sentire il pianoforte che suona, di notte. Nessun altro lo sente, nel palazzo: e non c’è nessun altro pianista nelle vicinanze. La musica è per sempre dentro di lui, è la sua essenza spirituale, è il demone che lo abita. Non se ne può liberare: come dell’ombra.

C’è anche una vena autobiografica che traspare, più o meno scopertamente, soprattutto in due racconti: “Noi, i ragazzi di Castiglioncello” e “La mia guerra”. Il primo è dedicato ai “migliori anni”, il “grumo più ricco di umori vitali, il più rigoglioso esplodere di stimoli di un’intera esistenza”. Giorni di vacanze estive: fervidi, emozionati, aurorali, vibranti di vita.

Non starò a dire dell’esaltazione che, sul finire dell’anno scolastico, montava in me di giorno in giorno, via via che la data stabilita per la partenza – in genere il 29 giugno, festa dei Santi Pietro e Paolo – si avvicinava: lo si immagina facilmente. Ma è al momento dell’arresto dei treno alla stazioncina a forma di castello, inconfondibile fra tutte, che scattava con irruenza l’incantesimo e il desiderio si accendeva con l’aprirsi del respiro e d’ogni poro della pelle e del cuore alla lusinga di quel mare occhieggiante nei mille toni dei suoi azzurri e dei verdi e dei viola e dei grigi, fra il tremolio dei lecci e il vibrare dei pini, ora solenni nell’altezza pienamente raggiunta dalla maturità, ora leggeri e gioiosi del loro rapido crescere e irrobustirsi. 

Un intero universo di giorni dorati che restano malgrado tutto indelebili, laggiù, in fondo alla memoria.

Di tutti, nella custodia degli affetti, l’immagine viva e ridente di una giovinezza al suo pieno fiorire, carica di sollecitazioni e di promesse che in qualche modo sono state mantenute se i nostri cuori ancora palpitano nella memoria dei volti, dei gesti, delle voci che la morte non è riuscita a cancellare.

Perché la morte non ce la fa a distruggerci del tutto (“non omnis moriar”): la possiamo “fregare” con l’amore, con la memoria, appunto: con la traccia della scrittura. “La mia guerra” è dedicato alla rievocazione dell’esperienza bellica a Roma. Giorni di fame nera, di pani preziosi addentati con voracità, di animali da cortile (conigli, oche, polli) che giravano per casa. Balza dalla pagina l’anatroccolo Gedeone:

Sulla terrazza comune del mio caseggiato, in un piccolo spazio riservato, non so in base a quale privilegio, vicino ai cassoni dell’acqua dove avevamo nascosto – ingenui – le nostre biciclette, e recintato da una rete metallica che lo isolava dal resto dell’area destinata a stenditoio, viveva la sua guerra solitaria un delizioso anatroccolo, acquistato tempo addietro da mia sorella e assolutamente immune da pericoli di commestibilità, che io chiamai Gedeone, fino a quando, con la sorpresa del primo uovo, non se ne scoprì il vero sesso. Quelle uova costituirono una piccola risorsa, venivano utilizzate per fare la pasta quando la fortuna ci faceva entrare in casa qualche etto di farina, più grigia che bianca. Terminata la sua generosa missione, morì per un attacco di angina ai primi del 1945.   

Ecco il potere della poesia: dare udienza memoriale, e dunque custodia, a una bestiola infinitesima dinanzi al tempo, alla storia, alla vita. Cosa ne sa, la natura, della guerra che l’uomo, il folle animale, le inocula dentro a mo’ di virus, di escrescenza malefica? Nessuna guerra ha mai impedito alle stagioni di fare il loro corso, agli animali di nascere e all’estate di giungere radiosa, malgrado le tragedie. La natura prosegue indifferente il suo cammino, fino a che l’uomo – mai sazio di sangue e di morte – non la distruggerà, annientandosi con essa. L’arte, con il lume critico della sua intelligenza, ha un compito salvifico dinanzi al potere oscuro della storia. La coscienza può fare luce anche affrontando de visu questa oscurità, penetrando cioè, armata di empatia, negli anfratti della complessità che alberga dentro l’uomo. Cercando di vedere le cose dal rovescio della medaglia, al di là del bene e del male, con lo sguardo stesso di chi si è ribellato alla creazione.

Io sono Mezenzio. E Riccardo Terzo. E Malatestino. E il Valentino. Io sono i personaggi che più amo. Io detesto gli eroi. Detesto le vittime, i martiri. Ammiro, adoro le figure d’ombra, le figure nere, i vili, i traditori, gli apostoli della vendetta, i condannati, i reprobi alla sinistra del Padre , quelli per i quali non si può pregare. Lord, I want to be in that number. No, babbo, non inorridire, non interrogarti. È così, è semplicemente così.

Dunque storia e antistoria, natura e contronatura, Cristo e Lucifero assieme. Per questo il linguaggio è mosso, polimorfico, multiprospettico, leggero di trasparenze e, quando serve, corposo di agglutinazioni: sempre preciso e millimetrico, funzionale ad ogni qualsivoglia contenuto. Prevale su tutte però, come per impulso biologico, l’allure musicale di una prosa a vocazione poetica, che si riscontra nell’orchestrazione armonica dei periodi, e nell’uso metaforico delle parole, che si gonfiano di aloni smerigliati e vibrano di risonanze, generando il “sovrasenso” della lirica, cioè un discorso secondo all’interno di quello primario della narrazione. Particolarmente congeniale all’autrice pare una rappresentazione sottile, corpuscolare, luminescente della materia, quando solleva gli orli dell’infinito e rivela la stoffa dell’invisibile. Ad esempio nel racconto “La partenza”, dove è descritta un’esperienza sovrannaturale di uscita dal corpo: il chiarore indefinito cede al nebuloso alone, fino al “fulgore incredibile, che si faceva di momento in momento più intenso, abbagliante, insostenibile, accecante, magico” (come nelle “Visioni dell’aldilà” di Hieronimus Bosh). Altrove è lo “smemorare della coscienza, in una sorta di abbandono totale di sé, della propria esistenza”. L’ebbrezza di un “totale smarrimento di sé, delle cose, della memoria, di tutto”. Il pensiero che insomma cede alla vita, offuscandosi e al tempo stesso condensandosi in un attimo di eternità che sa rivelare. Forse è proprio questo il cuore pulsante che presiede alla scrittura di Elena Clementelli; e la sua intenzione creativa profonda si rivela, quasi in una sorta di confessione involontaria, nel seguente emblematico lacerto:

Le note e le parole della canzone si levarono dal silenzio del tempo con la voce della madre che rispondeva alle sollecitazioni di lei bambina, così ansiosa, sempre, di ascoltarle e riascoltarle, spoglie di ogni presagio, dolcissime nella mestizia di un racconto d’amore e morte e follia che sapeva di favola, solo di favola.  

Marco Onofrio

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