Caro Linguaglossa,
ti devo dire in tutta sincerità che io, dell’atto di fondazione della lingua, non mi sono mai occupato abbastanza; come d’altra parte non mi sono mai preoccupato di costituirmi una “poetica” alla quale poi uniformare la poesia. Semmai è stato il rovescio: la riflessione sulla poesia è avvenuta a posteriori. Allora mi sembra più giusto partire da questa libertà, da questo atteggiamento più disinvolto per capire meglio da quali anditi può scaturire la poesia; così come pure la Lingua, che è creazione continua, adattata memeticamente.
Intanto, vale la pena ricordare che la vera poesia è rarissima. Così almeno dichiarava Sebastiano Vassalli nella biografia di Dino Campana: nasce un poeta a ogni passaggio di cometa. Il resto è tentativo, esperimento, gioco, seduzione di sé. Semmai chi scrive poesia, specialmente oggi, va a formare la distesa equorea (da te raggelata in pista di pattinaggio) che, in obbedienza al principio archimedeo, imprime una spinta dal basso verso l’alto alla poesia duratura e la riporta in superficie.
A mio modesto parere, occorrerebbe indagare fenomenicamente, una volta tanto, le modalità che danno origine alla scrittura poetica. Io provo a immaginare così. La gran parte della poesia moderna di caratura (quella che resiste all’usura del tempo e alle mode) nasce da esperienze di deprivazione sensoriale, soprattutto nell’adolescenza. Se vai a vedere le biografie dei poeti, troverai che i più innovatori e visionari provengono spesso da collegi-convitti o reclusori (per i gulag e consimili orrori va fatto un lunghissimo discorso a parte). Tanti di loro hanno addirittura iniziato a scrivere in giovanissima età. Te ne potrei fare un elenco esteso, benché disordinato, che potrebbe diventare persino oggetto di uno studio approfondito. Hanno vissuto questa esperienza, ad esempio: Pascoli, d’Annunzio, Campana (proprio lui nello stesso convitto con Mussolini), Sinisgalli, Ungaretti; e poi Rimbaud, Mallarmè, Baudelaire, Hölderlin, Coleridge, Apollinaire, Poe, e così via. A fronte vi sono altri poeti che non hanno subito un simile scacco: Montale, Quasimodo, Sbarbaro, Luzi, Gatto, Saba, Gozzano. Ci sono pure eccezioni come Blake e Whitman, che vanno però contestualizzate rispetto all’epoca e all’ambiente. Se si esamina la poesia di tutti questi poeti, tanto per semplificare, si potrebbe riscontrare come alla prima categoria appartengono prevalentemente i visionari (che producono la lingua-realtà) e alla seconda i narrativi (che la utilizzano). Tutti questi poeti appartengono complessivamente a due modi diversi di fare poesia: come pure a un diverso atteggiamento di fronte alla pagina bianca. Io ho una particolare simpatia per i primi, per i visionari, perché hanno un rapporto im-mediato con la parola e con la lingua. Per i visionari la parola ha una consistenza e un valore propri, tali da consentire persino l’effrazione del continuum del testo; né in loro la parola si presta a un uso strumentale poiché non accetta intimazioni né intimidazioni; anzi, per loro la libertà da ogni sorta di vincoli ne è la premessa. La parola ha un valore in sé senza essere tuttavia un flatus vocis: un puro significante. La parola è un oggetto poetico che si presta agli accostamenti più inusuali una volta tenuta ferma la sua autonomia. La parola crea la realtà poetica senza limitarsi a trascriverla. Ha forse le stesse scaturigini della battuta, del Witz. È impossibile normarla e neppure codificarla ai fini didattici. Per una parte rilevante dei secondi, per i narrativi, la parola è invece uno strumento: un medium comunicativo, appunto. Costoro si adagiano sulla lingua già formata e accettata mediamente, medianamente, mediaticamente. Rivestendola seppure di abbellimenti. Vi prevale la lingua letteraria come fosse il galateo delle buone maniere. È formalmente inappuntabile. Se non viene utilizzata con scrupolo, la poesia che ne deriva si presta alle annessioni e agli abusi piuttosto che alle epifanie generose. Sia chiaro, i primi, i cosiddetti visionari, non sono assolutamente né i surrealisti, né i dadaisti, né gli adepti di ogni genere di poesia pura o di avanguardia – ivi compreso lo zanzottismo – perché tutti questi rivendicano unicamente l’autonomia del significante invece che della parola, fino a svalutare e a parodiare la lingua come medium unificante della grande famiglia umana (cfr Milosz). In ossequio a un tale principio essi utilizzano la scrittura automatica.
Per i visionari la parola è oggettiva: come i colori per il pittore. Chi è vissuto in deprivazione conosce bene questo fenomeno sensoriale: le parole sono! Si ipostatizzano, e quando si approssimano simpateticamente le une alle altre producono una nuova “realtà”. Per ottenere ciò i poeti visionari si affidano per lo più al flusso di coscienza. (Per coloro che non hanno idea di questo stato dell’attenzione sarebbe bene che si andassero a leggere le biografie dei poeti citati).
Quindi, nel primo caso le parole creano la realtà; nel secondo la raccontano attraverso suggestioni che spesso addormentano l’attenzione critica del lettore persino davanti a pensieri banalissimi di cui non c’importerebbe un fico secco. Il flusso si coscienza è sempre ben radicato storicamente e sorge dal fondo dell’essere e della lingua. Per creare, i visionari debbono collocarsi in un stato di alterità sferica, senza lasciare varchi a chi tentasse di annetterseli per scopi diversi. (A questo proposito varrebbe la pena di leggere La testimonianza della poesia, di Czeslaw Milosz, pubblicato in questi giorni da Adelphi; in particolare laddove dice: chi si appella alla miseria, alla fame, alle sofferenze fisiche dei nostri simili per criticare una poesia o un quadro fa solo demagogia.).
Io amo in modo particolare i poeti visionari, ma non voglio negare che a volte mi capita di apprezzare molto anche i narrativi. Il visionario è il lettore ideale di se stesso perché è scisso durante l’atto della scrittura: assiste alla nascita individuale della lingua (e della parola), anche se poi verrà inevitabilmente istituzionalizzata, congelata in lastra per le giravolte del pattinaggio. In questo modo, durante la frenetica rincorsa al senso, egli può persino lasciare dei vuoti, accogliere il non detto negli interstizi: senza nemmeno pretendere che l’avvenimento creativo (la poesia/la lingua) debba essere considerata una ispirazione angelica o quant’altro.
Di tutto ciò, a mio parere, tu hai dato testimonianza attraverso Blumenbilder. Perciò conosci benissimo questo modo di procedere; ne sei testimone e come tale hai il privilegio di poter chiarire (o rivelare) il tuo metodo o, se vuoi, questa tecnica di scrittura. Cosa che vale anche per molti altri poeti i quali, affidandosi a concetti ormai datati, rischiano di apparire retrò.
Ciao, Navìo Celese.
P.S. Scusami la brutalità e l’approssimazione, dovute alla fretta e alla foga. Ma i blog non danno respiro né concedono tempo, spesso a scapito del rigore e della precisione.
caro Navìo,
mi rendo conto di quanto oggi parlare di atto di fondazione della Lingua sia veramente un atto di ingenuo orgoglio, di tracotanza, e anche, forse, di becero spiritualismo. Tutto ciò insieme. Potrebbe far pensare ad un ascensore spirituale che ci possa condurre, d’un subito, dalla melma della Storia all’empireo dove volteggiano gli angeli. Vedi, forse è meglio lasciare gli ascensori spirituali ai santi e ai banditi i quali ultimi, oltre i primi, sovente si fregiano delle stimmate dello spirituale per fregare il prossimo. Anche l’altro concetto di una lingua abitabile dove poter prendere dimora, non è da intendere in accezione heideggeriana, non c’è nessuna Lingua che oggi, nel mondo totalmediatico, la poesia possa rendere abitabile, e più di tutti lo sanno gli addetti ai lavori (come si dice con orribile fraseologia) i quali sanno benissimo che il loro gergo para poetico è una controfigura. E poi per abitare una Lingua devo sempre pagare l’affitto, no?, ci devo pagare sopra le tasse e il condominio, no? – E non credo nemmeno alla testimonianza che la poesia porterebbe con sé. Perché?, che cosa può testimoniare la poesia che già non c’è nel mondo? – Non è la testimonianza il viatico della poesia. La poesia non ha il compito di salvare il mondo, non è un salvagente spirituale, questo è un compito delle Chiese, di cui hanno il monopolio; il concetto salvifico di salvazione lo lascio volentieri ai teologi di professione, loro sì che sono pagati per assolvere al loro dovere. La poesia non è né testimonianza, né veicolo di salvezza, né dono, né merce, tantomeno preghiera né altro di tutto ciò di cui ci informa la paccottiglia filosofica sull’argomento. E il poeta non è il destinatore di alcun messaggio, non è un riformatore della società umana. Azzardo una ipotesi: forse la poesia non è neanche un «oggetto», intendo dire che non è più qualcosa di assimilabile ad un «oggetto», anzi, si può dire con qualche contezza che essa sia qualcosa di molto lontano dall’«oggetto». E invito i filosofi, se ancora ce ne sono, a pensare su questo argomento. Dirò di più, forse la poesia non fonda alcuna Lingua… ma forse proprio questa è la sua forza: che non vuole fondare alcuna Lingua, anche se la Lingua se la ritrova necessariamente tra i piedi. E siamo al punto di partenza. La Commedia, la Bibbia, l’Iliade e l’Odissea fondano la rispettiva Lingua, l’italiano, l’ebraico, il greco antico; sono opere fondatrici di un mondo. Quando l’italiano e l’ebraico saranno lingue morte e non resterà nessuno a parlare quelle lingue, saranno quelle opere che resteranno quali monumenti funebri di quelle lingue e degli uomini che le abitavano. Per la lingua greca dell’Iliade e dell’Odissea ormai non c’è nessun parlante, eppure il «mondo» evocato da quella Lingua resiste al tempo, ha bucato il Tempo ed è diventato patrimonio estetico e spirituale della civiltà occidentale. In realtà, è il Tempo che regna sovrano, il Tempo con il suo scorrere decide quali opere scaraventare nell’oblio e quali risparmiare. Il Tempo è più potente della Lingua. Ergo, il poeta è soggetto soltanto al Tempo, è in perenne lotta con il Tempo. È questo il segreto. In realtà, quale strumento ha il poeta per domare la Lingua?: Nessuno, la Lingua lo costringe nelle sue spire fino a soffocarlo; è soltanto appellandosi al Tempo che la poesia può sopravvivere. Già con la poesia di Baudelaire appare chiaro che è la lotta contro il Tempo che si è fatta avanti, è diventata la sfida determinante, quella che deciderà sulla questione della Lingua. Dirò di più: l’atto di fondazione della Lingua è un concetto cui dar credito nel senso che gli uomini che la abitano non ci si riconoscono, che ci si vedono come in uno specchio deformante. E gridano: «ma quello non sono io!».
Giorgio Linguaglossa
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Caro Giorgio Linguaglossa, credo che il problema della Lingua sia fondamentale in poesia, così come quello del Tempo e dello Spazio e della dimensione spazio-temporale della poesia. Quando la scrittura è all’inizio è spontanea e spesso autobiografica, nasce prevalentemente dall’esperienza personale, ma poi acquista necessariamente una sua autonomia rispetto al soggetto scrivente e diviene una realtà a se stante, matura ed aperta ad una dimensione “altra”, cioè non solo propria. E’ naturale che questo accada, diversamente non ci sarebbe progressione in un autore. Il problema della lingua diventa, secondo me, il pensiero di un necessario rinnovarsi della forma- poesia rispetto al passato per entrare nella dimensione spazio-temporale che è del momento storico attuale. Ovvero: viviamo nel XXI secolo e ci rivolgiamo alla gente che lo abita, ad una società multietnica che vive facendo i conti con una vita in cui il tempo è sempre più veloce, i minuti contati, e il contatto umano ridotto quasi al minimo essenziale. Il modo di comunicazione più utilizzato è quello virtuale, i suoni prevalgono sulle parole e sulla lettura. Sempre di più i giovani passano la giornata con le cuffiette alle orecchie e le dita sulla tastiera dell’ i-pone per comunicare. Ecco, tutto questo non ci può lasciare indifferenti. La lingua deve per forza rinnovarsi per potere comunicare, e per questo occorre un’applicazione e uno studio. Credo che il confronto in un’ottima palestra come può essere questo blog possa essere utilissimo. Vedo un forte collegamento fra il discorso sulla Lingua e quello che tu porti avanti sulla “dimensione” della poesia. Quando l’oggetto poetico è perfettamente collocato nello spazio e nel tempo, tu ravvisi una “tridimensionalità” della poesia che ti porta ad apprezzarla come rappresentazione integrale della realtà. Hai citato ad esempio di questo tipo di poesia autori come Adam Zagajewsky e Osip Mandel’’Stam.
Allora, chiedo a te e ai commentatori, il problema della fondazione della lingua non potrebbe consistere proprio in questo: dare alla parola poetica una consistenza nel tempo e nello spazio, e quindi una tridimensionalità che le permetta di interpretare integralmente la realtà del tempo storico in cui nasce e vive?
Il nuovo
come una batosta
da attaccare
la vita al muro
il linguaggio ad altro polo.
Dove le parole
e gli oggetti
e i sogni
struggono il poeta
il letterato saccente
trova annoso
finalmente
critico sputo fendente.
a. s. , 1968
NON LA PAROLA
Non la parola.
La sua vita.
Muta resta
senza respiro
se non è voce
all’anima.
Non parola
non vita
se non viene
dal profondo.
Di tutti è la parola
come di tutti
la vita.
Non la parola
ma la vita
è canto.
Canto di tutti.
Canto di ogni uomo.
s.e. , 2009