Giustino Fortunato, a cura di Giovanni Caserta

GfortunatoL’unità d’Italia, mettendo a diretto confronto l’Italia centro-settentrionale con quella meridionale, rivelò in modo drammatico lo stato di inferiorità in cui questa si trovava. Il Brigantaggio fu la prima prova di un gran disagio e di una sorta di incompatibilità fra due Italie, cui bisognava porre rimedio. Per meglio conoscere la realtà del Sud, e perciò affrontarla, furono fatte più inchieste, di cui le più importanti risultarono essere quella di Massari e Castagnola (1863), quella di Sonnino e Franchetti (1874-1878) e, infine, quella di Stefano Iacini (1881-1890). All’inizio del secolo XX, nel 1910, ci sarebbe stata quella, molto ampia, condotta da Francesco Saverio Nitti. Non mancarono di quelli che, pur patrioti e unitaristi, avrebbero voluto abbandonare il Sud al suo destino, perché teorizzavano la irrimediabilità della inferiorità meridionale, in quanto collegata a ragioni etniche e naturali. Dall’interno del Sud si levarono allora voci che, senza nulla nascondere della realtà del Sud, si batterono per il suo riscatto, or suscitando un senso di pietà e pena, come fecero in genere romanzieri e narratori, or chiamando la politica ad ogni sforzo di intervento concreto. Collocato a metà strada fra l’uno e l’altro atteggiamento potrebbe dirsi Giustino Fortunato, tendenzialmente portato al pessimismo e al sentimentalismo, ma contemporaneamente desideroso di smuovere le acque stagnanti entro cui il Mezzogiorno, non per propria colpa, era immerso e rischiava di affogare. Non era un uomo d’azione. Era soprattutto un uomo di studio, che pure, contro quel che gli dettava il carattere, volle entrare nell’agone politico, sedendo in Parlamento dal 1880 al 1909. Fu quindi senatore fino all’avvento del fascismo, cui si oppose. In Parlamento portò la voce di dolore che si levava dalle sue contrade, facendo vigorose denunce, ma anche avanzando proposte per asili-nido e scuole, strade e ferrovie, moderna agricoltura e banche popolari… Si direbbe che in lui al pessimismo dell’intelligenza, che ne faceva, come inopportunamente disse qualcuno, un “apostolo del nulla”, rispondeva l’ottimismo della volontà e del sentimento, ovvero uno slancio etico-civile, che appariva fiducia nella storia e nei tempi nuovi, che, comunque, riteneva potessero arrivare, fors’anche per suggestione dell’idealismo di Benedetto Croce, di cui fu frequentatore e amico e che considerò “il maggior intelletto” d’Italia. Per queste premesse, non poteva essere né rivoluzionario né socialista. Era, piuttosto, un conservatore illuminato, che nutriva gran fiducia nella ragione. In Parlamento, infatti, sedette fra gli uomini della Destra. Era nato a Rionero in Vùlture il 4 settembre 1848. Apparteneva ad una famiglia di ricchi agricoltori ed ebbe una educazione religiosa, avendo frequentato il collegio dei Gesuiti e quello degli Scolopi a Napoli. Buona fu anche la sua formazione classica. Iscrittosi a giurisprudenza, più che dal diritto fu attratto dalla letteratura; e pur non rientrando nel suo corso di laurea, seguì con grande interesse le lezioni di letteratura italiana tenute da Francesco De Sanctis e Luigi Settembrini, di antiche origini lucane. Tra i banchi, insieme con lui era anche Francesco Torraca, valente giovane di Pietrapertosa. Un giorno, commemorando la morte di De Sanctis, disse, con grande consapevolezza, che costui, insieme col padre, era stato l’uomo più importante della sua vita. Non è meraviglia, dunque, che i primi suoi studi e interessi siano stati rivolti alla letteratura italiana; seguirono ricerche storiche sulla sua terra (dalla valle di Vitalba a Monticchio e a Venosa), con particolare predilezione per le fonti d’archivio e per gli aspetti umani delle singole vicende, soprattutto le più piccole e minute. L’uomo, infatti, quale individuo portatore di bisogni e sentimenti, ansie e speranze, fu sempre l’obiettivo ultimo della sua attenzione. Fu attraverso quegli studi che si andò convincendo che il Mezzogiorno, pur essendo stato una volta la florida terra della Magna Grecia, era andato incontro ad un processo di grave e tragico degrado, non solo economico ma anche morale. Quanto all’unità d’Italia, era stata fatta nutrendo l’illusione che il Sud fosse rimasto quello di una volta. Bisognava sfatare molte leggende e molti miti, presentando la realtà per quella che era, sì da tentarne, con opportuni rimedi, la rinascita. L’unità d’Italia, tuttavia, pur fatta con quelle illusioni, rimaneva “miracolosa e magnifica opera d’arte”, primo passo importante per il riscatto della nazione, e quindi del Sud. Ma tutto era particolarmente difficile, perché bisognava recuperare molti secoli di ritardo. Non si dovevano commettere ulteriori errori. Tra questi c’era il temuto federalismo, che, dando potere legislativo ed esecutivo alle regioni, e movendosi in senso contrario all’unità nazionale, avrebbe sicuramente consegnato il Sud alle forze politiche, economiche e sociali peggiori, cioè alle camarille e alla camorra, al clientelismo e al trasformismo. Erano le stesse preoccupazioni etico-civili che nutriva il suo maestro e amico Francesco De Sanctis. Né i tempi ultimi della sua vita e della storia furono in tal senso di incoraggiamento. Le grandi speranze da lui riposte nelle banche popolari si erano risolte, purtroppo, in quello che lui chiamò “carnevale bancario”; nel 1917 subì l’accoltellamento di un contadino di Rionero, che era contro la guerra; nel 1922 arrivava il fascismo. Gli ultimi suoi anni, perciò, furono molto tristi, anche per una fastidiosa e dolorosa malattia, che lo rese quasi cieco. Non gli restava che il ritiro nello studio e, ad un certo momento, nella rilettura di Orazio, “uno di que’ benefattori della umanità che soli seppero dire a’ mortali nuove parole di amore e di dolore”. Si spense a Napoli, nella solitudine e nella tristezza, il 23 luglio 1932, meditando l’amara convinzione che il fascismo, purtroppo, non era una rivoluzione, ma una rivelazione dell’anima peggiore dell’Italia, quasi una condanna che la nazione si portava appresso e dentro. Sue opere fondamentali, a volte stampate in poche copie, furono: Ricordi di Napoli (1874), I feudi e i casali della valle di Vitalba nel secolo XII (1889), La badia di Monticchio (1904), Il Mezzogiorno e lo Stato italiano (1911), Pagine e ricordi parlamentari (1920), Riccardo da Venosa e il suo tempo (1918, ora in Venosa, Osanna, 1983), Rileggendo Orazio (1926, ora in Venosa, Osanna, 1986).

Giovanni Caserta

 

 

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