“Caro nipotino mio” di Umberto Eco, da L’Espresso, dicembre 2014

SPETT.UMBERTO ECO A NAPOLI(SUD FOTO SERGIO SIANO)

(FOTO SERGIO SIANO)

Caro nipotino mio,

non vorrei che questa lettera natalizia suonasse troppo deamicisiana, ed esibisse consigli circa l’amore per i nostri simili, per la patria, per il mondo, e cose del genere. Non vi daresti ascolto e, al momento di metterla in pratica (tu adulto e io trapassato) il sistema di valori sarà così cambiato che probabilmente le mie raccomandazioni risulterebbero datate.

Quindi vorrei soffermarmi su una sola raccomandazione, che sarai in grado di mettere in pratica anche ora, mentre navighi sul tuo iPad, né commetterò l’errore di sconsigliartelo, non tanto perché sembrerei un nonno barbogio ma perché lo faccio anch’io. Al massimo posso raccomandarti, se per caso capiti sulle centinaia di siti porno che mostrano il rapporto tra due esseri umani, o tra un essere umano e un animale, in mille modi, cerca di non credere che il sesso sia quello, tra l’altro abbastanza monotono, perché si tratta di una messa in scena per costringerti a non uscire di casa e guardare le vere ragazze. Parto dal principio che tu sia eterosessuale, altrimenti adatta le mie raccomandazioni al tuo caso: ma guarda le ragazze, a scuola o dove vai a giocare, perché sono meglio quelle vere che quelle televisive e un giorno ti daranno soddisfazioni maggiori di quelle on line. Credi a chi ha più esperienza di te (e se avessi guardato solo il sesso al computer tuo padre non sarebbe mai nato, e tu chissà dove saresti, anzi non saresti per nulla).

Ma non è di questo che volevo parlarti, bensì di una malattia che ha colpito la tua generazione e persino quella dei ragazzi più grandi di te, che magari vanno già all’università: la perdita della memoria.
È vero che se ti viene il desiderio di sapere chi fosse Carlo Magno o dove stia Kuala Lumpur non hai che da premere qualche tasto e Internet te lo dice subito. Fallo quando serve, ma dopo che lo hai fatto cerca di ricordare quanto ti è stato detto per non essere obbligato a cercarlo una seconda volta se per caso te ne venisse il bisogno impellente, magari per una ricerca a scuola. Il rischio è che, siccome pensi che il tuo computer te lo possa dire a ogni istante, tu perda il gusto di mettertelo in testa. Sarebbe un poco come se, avendo imparato che per andare da via Tale a via Talaltra, ci sono l’autobus o il metro che ti permettono di spostarti senza fatica (il che è comodissimo e fallo pure ogni volta che hai fretta) tu pensi che così non hai più bisogno di camminare. Ma se non cammini abbastanza diventi poi “diversamente abile”, come si dice oggi per indicare chi è costretto a muoversi in carrozzella. Va bene, lo so che fai dello sport e quindi sai muovere il tuo corpo, ma torniamo al tuo cervello.

La memoria è un muscolo come quelli delle gambe, se non lo eserciti si avvizzisce e tu diventi (dal punto di vista mentale) diversamente abile e cioè (parliamoci chiaro) un idiota. E inoltre, siccome per tutti c’è il rischio che quando si diventa vecchi ci venga l’Alzheimer, uno dei modi di evitare questo spiacevole incidente è di esercitare sempre la memoria.

Quindi ecco la mia dieta. Ogni mattina impara qualche verso, una breve poesia, o come hanno fatto fare a noi, “La Cavallina Storna” o “Il sabato del villaggio”. E magari fai a gara con gli amici per sapere chi ricorda meglio. Se non piace la poesia fallo con le formazioni dei calciatori, ma attento che non devi solo sapere chi sono i giocatori della Roma di oggi, ma anche quelli di altre squadre, e magari di squadre del passato (figurati che io ricordo la formazione del Torino quando il loro aereo si era schiantato a Superga con tutti i giocatori a bordo: Bacigalupo, Ballarin, Maroso eccetera). Fai gare di memoria, magari sui libri che hai letto (chi era a bordo della Hispaniola alla ricerca dell’isola del tesoro? Lord Trelawney, il capitano Smollet, il dottor Livesey, Long John Silver, Jim…) Vedi se i tuoi amici ricorderanno chi erano i domestici dei tre moschettieri e di D’Artagnan (Grimaud, Bazin, Mousqueton e Planchet)… E se non vorrai leggere “I tre moschettieri” (e non sai che cosa avrai perso) fallo, che so, con una delle storie che hai letto.

Sembra un gioco (ed è un gioco) ma vedrai come la tua testa si popolerà di personaggi, storie, ricordi di ogni tipo. Ti sarai chiesto perché i computer si chiamavano un tempo cervelli elettronici: è perché sono stati concepiti sul modello del tuo (del nostro) cervello, ma il nostro cervello ha più connessioni di un computer, è una specie di computer che ti porti dietro e che cresce e s’irrobustisce con l’esercizio, mentre il computer che hai sul tavolo più lo usi e più perde velocità e dopo qualche anno lo devi cambiare. Invece il tuo cervello può oggi durare sino a novant’anni e a novant’anni (se lo avrai tenuto in esercizio) ricorderà più cose di quelle che ricordi adesso. E gratis.

C’è poi la memoria storica, quella che non riguarda i fatti della tua vita o le cose che hai letto, ma quello che è accaduto prima che tu nascessi.

Oggi se vai al cinema devi entrare a un’ora fissa, quando il film incomincia, e appena incomincia qualcuno ti prende per così dire per mano e ti dice cosa succede. Ai miei tempi si poteva entrare al cinema a ogni momento, voglio dire anche a metà dello spettacolo, si arrivava mentre stavano succedendo alcune cose e si cercava di capire che cosa era accaduto prima (poi, quando il film ricominciava dall’inizio, si vedeva se si era capito tutto bene – a parte il fatto che se il film ci era piaciuto si poteva restare e rivedere anche quello che si era già visto). Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove.

Ora la scuola (oltre alle tue letture personali) dovrebbe insegnarti a memorizzare quello che è accaduto prima della tua nascita, ma si vede che non lo fa bene, perché varie inchieste ci dicono che i ragazzi di oggi, anche quelli grandi che vanno già all’università, se sono nati per caso nel 1990 non sanno (e forse non vogliono sapere) che cosa era accaduto nel 1980 (e non parliamo di quello che è accaduto cinquant’anni fa). Ci dicono le statistiche che se chiedi ad alcuni chi era Aldo Moro rispondono che era il capo delle Brigate Rosse – e invece è stato ucciso dalle Brigate Rosse.

Non parliamo delle Brigate Rosse, rimangono qualcosa di misterioso per molti, eppure erano il presente poco più di trent’anni fa. Io sono nato nel 1932, dieci anni dopo l’ascesa al potere del fascismo ma sapevo persino chi era il primo ministro ai tempi dalla Marcia su Roma (che cos’è?). Forse la scuola fascista me lo aveva insegnato per spiegarmi come era stupido e cattivo quel ministro (“l’imbelle Facta”) che i fascisti avevano sostituito. Va bene, ma almeno lo sapevo. E poi, scuola a parte, un ragazzo d’oggi non sa chi erano le attrici del cinema di venti anni fa mentre io sapevo chi era Francesca Bertini, che recitava nei film muti venti anni prima della mia nascita. Forse perché sfogliavo vecchie riviste ammassate nello sgabuzzino di casa nostra, ma appunto ti invito a sfogliare anche vecchie riviste perché è un modo di imparare che cosa accadeva prima che tu nascessi.

Ma perché è così importante sapere che cosa è accaduto prima? Perché molte volte quello che è accaduto prima ti spiega perché certe cose accadono oggi e in ogni caso, come per le formazioni dei calciatori, è un modo di arricchire la nostra memoria.

Bada bene che questo non lo puoi fare solo su libri e riviste, lo si fa benissimo anche su Internet. Che è da usare non solo per chattare con i tuoi amici ma anche per chattare (per così dire) con la storia del mondo. Chi erano gli ittiti? E i camisardi? E come si chiamavano le tre caravelle di Colombo? Quando sono scomparsi i dinosauri? L’arca di Noè poteva avere un timone? Come si chiamava l’antenato del bue? Esistevano più tigri cent’anni fa di oggi? Cos’era l’impero del Mali? E chi invece parlava dell’Impero del Male? Chi è stato il secondo papa della storia? Quando è apparso Topolino?

Potrei continuare all’infinito, e sarebbero tutte belle avventure di ricerca. E tutto da ricordare. Verrà il giorno in cui sarai anziano e ti sentirai come se avessi vissuto mille vite, perché sarà come se tu fossi stato presente alla battaglia di Waterloo, avessi assistito all’assassinio di Giulio Cesare e fossi a poca distanza dal luogo in cui Bertoldo il Nero, mescolando sostanze in un mortaio per trovare il modo di fabbricare l’oro, ha scoperto per sbaglio la polvere da sparo, ed è saltato in aria (e ben gli stava). Altri tuoi amici, che non avranno coltivato la loro memoria, avranno vissuto invece una sola vita, la loro, che dovrebbe essere stata assai malinconica e povera di grandi emozioni.

Coltiva la memoria, dunque, e da domani impara a memoria “La Vispa Teresa”.

Umberto Eco

(da L’Espresso, dicembre 2014)

11 commenti
  1. Coltivare la memoria per vivere più vite. Tornare ad apprendere a memoria poesie , brani letterari, epica a scuola come un tempo. La memoria è uno dei motivi ricorrenti nel pensiero e nelle opere di Umberto Eco. In una recente intervista diceva: “Noi siamo la nostra memoria. La memoria è la nostra anima”.

  2. GNOSEOLOGIA E SEMIOTICA NELL’OPERA DI C. S. PEIRCE è la mia tesi di laurea in Filosofia del linguaggio. Nel capitolo quarto tratto la semiotica di Peirce e la suddivisione dei segni, fondamentali sono state due opere di Eco: Semiotica e filosofia del linguaggio, Torino, Einaudi, 1984 e Trattato di semiotica generale, Milano, Bompiani, 1988. Abbiamo perso un grande intellettuale, un filosofo, uno scrittore che in Italia non ha eguali.

  3. Impareggiabile Umberto! Nell’apparente modestia di una affettuosa lettera familiare riesce a darci una grande e attualissima lezione sulla memoria e sulla nostra stessa vita e, divertendoci, ci aiuta a capire meglio “perché oggi succedono molte cose nuove”. Coltiviamo la memoria!
    Un grazie di cuore a Luciano Nota per questa riproposta.

  4. Una grande lezione in particolare per noi che usiamo i mezzi technologici e ci sembre di avere sempre tutto a portata di mano o di mente senza affaticare la memoria,

  5. Con tutto il rispetto per chi se n’è andato e per l’autore comunque di valore, a me Umberto Eco non ha mai convinto.

    Leggo sul sito de la Repubblica: “Addio a Umberto Eco, l’uomo che sapeva tutto”. Una evidente forzatura (di comodo?). Quale essere umano può vantarsi di sapere tutto, ma proprio tutto? Boh!?!
    E leggo ancora che ha fatto parte del Gruppo 63. Bene, che fine ha fatto l’impegno degli intellettuali cosiddetti “impegnati”? e quello suo in particolare?

    Infine, per deliziare il volenteroso lettore:

    Piergiorgio Bellocchio, UN’ECO E’ UN’ECO E’ UN’ECO E’ UN’ECO

    Fai clic per accedere a Anteprima%20da%20Diario%20Bellocchio-Berardinelli..pdf

    (A suivre…)

  6. Eco invitava a conoscere la storia. E va bene. E per incuriosire il nipotino fa un po’ di domande: “Chi erano gli ittiti? E i camisardi? E come si chiamavano le tre caravelle di Colombo? Quando sono scomparsi i dinosauri? L’arca di Noè poteva avere un timone? Come si chiamava l’antenato del bue? Esistevano più tigri cent’anni fa di oggi? Cos’era l’impero del Mali? E chi invece parlava dell’Impero del Male? Chi è stato il secondo papa della storia? Quando è apparso Topolino?”.
    Ma questa è *erudizione*, buona per rispondere ai quiz della TV.
    Ci sarà mai il passo successivo: interrogare la storia a partire dai problemi che abbiamo da affrontare, scegliere nella storia quello che ci serve?

    P.s.

    Come vedo io il rapporto con la storia:

    A PROPOSITO DI STORIA
    Dubiti. Non sai come stringerai la mano a Carlo V, dov’è la via per Anversa e se Lutero, adocchiandoti, non ti sbaverà.
    Una baldracca, annidata in anfratti rugosi, discariche fetide, oscuri broli, ti pare la storia, fanciulla, occhi guizzanti, televisivi; e snobbarla, restare vergine, sfuggirla vorresti. I dolorini della tua pancia, però, si direbbero suoi travagli. Andiamole, dunque, incontro! Non dilettoso il monte in vista; e malandato Virgilio io. Ma rassicurati. Un po’ la conosco.
    Bisogna amare l’altera fanciulla cresciuta solitaria, che per studiare la storia viene con passo leggero nella mia abitazione. Qui pare si tranquillizzi, le si plachi il groppo alla gola; e attratta dai biscottini che le offro, assaggia pure la tremenda, scottante pozione.
    A viaggiare nella storia ha cominciato appena ora, scalza, torpida, mal equipaggiata, chimere ancora inseguendo. Bisogna sugli eventi lasciarla operosa a ronzare. Sgomenta ne succhia gli acri umori; poi stizzita chiede incoraggiamenti. Sorriderle bisogna, tacere, correggerla poco. Perché viene dal silenzio lei. Ne porta i semi.
    Io pure tremo, m’inceppo, m’arresto. Prima deve passarle un po’ la paura. Non vorrei che di botto della storia vera la scuotesse l’immane urlio; che servitù, morte e nulla appannassero subito lo specchio del suo sorriso.
    Lei chieda distratta. Lei scelga la danza. Io solo le buone macerie, per ora, le porgo. Se lo costruirà da sé poi, ma nella storia, il suo sogno.
    E, vedete, è quasi pronto. Per ora nelle mie mani lo trattengo. Ma quando sarà sveglia: – Eccoti il sogno tuo! – le dirò. L’ho protetto, mentre lo crescevi; e un po’ dormivi per covarlo, è ovvio. Adesso la pancia non ti dorrà più. Adesso puoi portarlo in giro tu.

    (DA E. A. “Donne seni petrosi”, ed. Farepoesia, Pavia 2010)

    E cosa penso – più in generale e con tutto il rispetto, ci tengo a dirlo – di U. Eco:

    L’Eco di Fortini contro gli echi di Eco

    Nota 1

    – L’intellettualità di regime.
    Fortini descrisse i “nuovi Alicata” come simili ai propagandisti
    d’epoca fascista (un Giovanni Ansaldo ad es.) : ” .. sono persone colte,
    di buone letture, intelligenti, totalmente vendute”. Costituiscono “lo
    strato alto” dell’Informazione e del sempre più ampliato terziario
    intellettualizzato. Essi erano per lui gli “addetti alla distruzione delle
    tracce … “. Fece il nome di Eco, “geniale e preparatissimo”, che adesso
    passava attraverso le varie università americane per cancellare le
    tracce di quello che aveva fatto di buono al Dams attorno al 1964-’66,
    quando aveva preparato un gruppo di giovani ad interrogarsi sui
    meccanismi di produzione, distribuzione e consumo della cultura.
    (da E.A. «Nessuno è ladro finché qualcuno non lo dice» in «Se tu vorrai sapere…. Testimonianze per Franco Fortini», Biblioteca civica di Cologno Monzese, dic. 1996

    Nota 2

    Eco

    La prosa di «Il nome della rosa» non va interpretata a livello
    della riga e neanche a quello del capoverso. A quel livello la
    scrittura è una intenzionale alternanza di tonalità corsiva,
    andante, persino sciatta, come di una traduzione da un’ altra
    lingua. Ma questo rientra nella strategia dell’autore: su quel
    fondo debbono rilevarsi i processi imitativi, le citazioni visibi-
    li, insomma tutti gli artifici che si propongono di sedurre il
    lettore dandogli l’impressione di un livello di cultura molto
    alto.. C’è lo studio di certo Joyce ma anche la lezione dei
    barocchi moderni, come Manganelli. Prendiamo un esempio,
    di scoperta imitazione manzoniana: «Vi erano nella sua fisiono-
    mia come le tracce di molte passioni che la volontà aveva discipli-
    nato ma che sembravano aver fissato quei lineamenti che ora ave-
    vano cessato di animare. Mestizia e severità predominavano nelle
    linee del suo volto ecc.» (p. 81). Chiunque può avvertire la fret-
    ta con cui è stato eseguito il ‘pastiche’: «Vi erano come le
    tracce», i due «che» nel medesimo periodo, il «predominavano
    nelle» invece che «sulle» e così via. Ma quel che porta realmen-
    te il peso della prosa è il sistema delle elencazioni e dell’ accu-
    mulo erudito, di cui è inutile dare esempi, tanta è la sua fre-
    quenza. Siamo nell’ambito del tardo romanzo storico fine
    Ottocento, «Gli ultimi giorni di Pompei» o «Quo vadis», dove la
    somma delle informazioni è rassicurante; e, se per un verso par
    segnare le diversità ‘storiche’ (pensiamo a libri come «Sinuhe
    l’Egiziano) per un altro sottolinea che si tratta di una allegoria
    del presente o di una eterna ripetizione delle passioni umane:
    «Erano folia di vellum finissimo -regina tra le pergamene- …
    appena sfregato con pietrapomice e ammorbidito col gesso, era
    stato reso liscio con la plana e, dai minuscoli fori prodotti ai lati
    con uno stilo sottile ecc.». Naturalmente i personaggi parlano
    come ci si può aspettare. Il disprezzo per il semicolto che leg-
    _ gerà il libro non potrebbe essere più evidente. Eppure Eco,
    come risulta dalle sue recenti «Postille a ‘Il nome della rosa» è
    coscientissimo di tutto: «un romanzo -ha scritto- non ha nulla
    a che fare con le parole. Il problema è costruire il mondo, le parole
    verranno quasi da sole». Certo, gli sono venute. È quello che
    egli ha chiamato «il rischio del salgarismo» o, come ho detto,
    del «Quo vadis». Solo che, a questo punto, bisognerebbe costrin-
    gere Eco a ‘vedere’ ossia, accettando il suo giuoco, chiedergli
    ragione del suo cosidetto ‘messaggio’. E allora si scoprirebbe
    non già una debolezza ma anzi la portata ideologica congiun-
    turale di quella sua apologia del comico e dell’ironia. Egli ha o
    vuole avere dalla sua il partito di coloro che ridono, poiché il
    mondo vuol essere ingannato. È questa la ragione del suo suc-
    cesso (e del suo fallimento nel giro di pochi anni). Fra arte e
    piacevolezza non ha da esserci alcuna barriera ma ciò che può
    toglierla non è un autore, è il mutamento del luogo della isti-
    tuzione letteraria per entro una società.

    (da F. Fortini Trentasei moderni. Breve secondo Novecento, pagg. 21-22, Pietro Manni, Lecce 1996)

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