Francesco Mario Pagano, a cura di Giovanni Caserta

220px-Mario_PaganoFrancesco Mario Pagano, noto come figura di intellettuale di grande rigore morale e civile, lasciò la vita sul patibolo, in Piazza Mercato, a Napoli, il 29 ottobre 1799. Era nato a Brienza l’8 dicembre 1748, anno della pace di Aquisgrana, e data con cui, convenzionalmente, si fa nascere l’Illuminismo. Ma l’Illuminismo napoletano fu diverso da quello milanese, nel senso che fu più ricco di suggestioni, più aperto alle istanze della storia e dello spirito, avendo dietro di sé la cultura di quel filosofo solitario in vita, ma ricco di discepoli dopo la morte, che fu Giambattista Vico. E discepolo di Vico fu Francesco Mario Pagano, che seppe unire il rispetto del passato e della storia alle istanze di innovazione. Come Vico, egli ebbe una visione diveniristica della natura e della storia. Non fu materialista e nemmeno spiritualista in senso stretto. Lo si direbbe un immanentista. La natura, infatti, sentì avvivata da un soffio interiore, che tendeva all’ordine, alla concordia, alla libertà e alla giustizia. In ciò non si distingueva da altri illustri lucani, quali Nicola Fiorentino (1755-1799) di Pomarico, Emanuele Duni (1714-1781) di Matera, Francesco Lomonaco ((1772-1810) di Montalbano Ionico, Onofrio Tararanni (1727-1803), anch’egli di Matera. Il cammino della storia, secondo Pagano, va dall’indifferenziato al differenziato, ovvero dall’indefinito al finito. In origine era il genere umano senza popoli, senza nazioni e senza Stati. L’istinto di conservazione, di pace e di progresso portò gli uomini a chiedere aiuto agli altri uomini, secondo un rapporto di reciprocità. Si crearono allora le società civili, rette da regole che furono garanzia di diritti e regolatrici di doveri. Nacquero così le leggi e nacque il diritto, che, perciò, avevano la stessa origine spirituale della poesia, della morale, della filosofia e della religione. Senza le leggi e senza il diritto, come anche senza la poesia, la morale e la religione (al di là delle forme storiche che questa può assumere), l’umanità andrebbe verso l’autodistruzione; al contrario, grazie alle leggi e al diritto si creano fra gli uomini rapporti di intesa e armonia, che, vincendo i “nazionali pregiudizi”, possono preparare una umanità unita. Voglia il cielo – esclama Mario Pagano che, “un tempo, come le varie società e nazioni d’Europa son ora così unite tra loro per non separabili interessi e costumi, che formano quasi un popolo solo”, allo stesso modo “l’America , l’Asia e l’Affrica sien di stretti rapporti coll’Europa congiunte”. Ma, perché le leggi e il diritto, così come le altre forme dello spirito, possano assolvere a tale funzione, bisogna che siano rispettosi della libertà e della democrazia, e garantiscano la giustizia. Considerate queste premesse, Mario Pagano, cresciuto oltre che alla scuola ideale di Vico, anche a quella reale di Gaetano Filangieri e del lucano Giuseppe Glinni Ottomani, orientalista, nativo di Acerenza, fu naturalmente vicino ai programmi innovatori di Carlo III di Borbone e del suo ministro Tanucci; quindi, deluso da Ferdinando IV, si ritrovò in sintonia con gli ideali della rivoluzione francese e la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Nel 1794, perciò, si schierò contro la tirannia di Ferdinando IV, prendendo le difese, nella veste di avvocato, dei tre presunti congiurati Galiani, Vitaliani e De Deo. I tre furono condannati a morte, primi martiri delle nuove idee, mentre Pagano, punito egli pure, perdeva la cattedra di diritto presso l’Università di Napoli, veniva arrestato, condotto in carcere e, quindi, espulso dal Regno. Vi ritornava solo dopo lo scoppio della rivoluzione napoletana del 1799, essendo stata proclamata la repubblica. Incaricato di redigere il testo della Costituzione, lo fece cercando di conciliare le istanze della nazione francese con le esigenze della nazione napoletana. Ne nasceva un testo moderato e retto da sano equilibrio, ma non tale, arrivata la reazione, da salvare la vita del suo estensore. Il quale, condannato a morte, salì il patibolo con animo imperturbabile e sereno. Vi fu chi lo paragonò a Socrate. “Il suo nome – scrisse Vincenzo Cuoco – vale un elogio. Il suo processo criminale è tradotto in tutte le lingue, ed è ancora uno dei migliori libri che si abbia su tale oggetto. Nella carriera sublime della storia eterna del genere umano voi non rinvenite che l’orme del Pagano, che vi possano servir di guida per raggiungere i voli di Vico”. Il 14 marzo 1863, nell’aula della corte di Assise di Potenza, gli veniva dedicato un busto in marmo, a significare il forte legame che egli ebbe con la sua terra, da cui trasse ispirazione e forza, sia meditando sui libri di Giuseppe Glinni Ottomani, sia ripercorrendo il pensiero di Ocello Lucano e Pitagora, sia, infine, contemplando la solennità del paesaggio nei lunghi mesi del 1768, quando, solo, fu nella sua Brienza a curarsi la salute, compromessa dal superaffaticamento degli studi. Diviso fra letteratura, giurisprudenza e filosofia, spesso, accomunate fra loro, se non identificate, Pagano scrisse sei tragedie (Gerbino, Agamennone, Corradino, Gli esuli tebani, Prometeo e Teodosio) e una commedia (Emilia).Tradusse dal greco e dal latino. Di natura tra il giuridico e il filosofico sono: Progetto di Costituzione della Repubblica napoletana, Sul processo criminale, Esame politico dell’intera legislazione romana, Discorso sull’origine e natura della poesia, oltre che gli immortali e fondamentali Saggi politici, in due edizioni.

Giovanni Caserta

 

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1 commento
  1. Ringrazio la Presenza di Erato per avere ricordato una personalità così significativa e moderna; in un Paese senza memoria come è il nostro riflettere sul cosiddetto Illuminismo napoletano e sulla Repubblica partenopea costringe a trovare alti riferimenti etici, intellettuali, sociali e politici di contro alla superficialità e all’appriossimazione di pensiero imperanti.

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