Quando Roma insorse per Pablo Neruda, di Marco Onofrio

pablo_neruda

Chioma di Capri

Capri, regina di rocce,
nel tuo vestito
color giglio e amaranto
son vissuto per svolgere
dolore e gioia, la vigna
di grappoli abbaglianti
conquistati nel mondo,
il trepido tesoro
d’aroma e di capelli,
lampada zenitale, rosa espansa,
arnia del mio pianeta.

Vi sbarcai in inverno.
La veste di zaffiro
custodiva ai suoi piedi,
e nuda sorgeva in vapori
di cattedrale marina.
Una bellezza di pietra. In ogni
scheggia della sua pelle rinverdiva
la primavera pura
che celava un tesoro tra le crepe.
Un lampo rosso e giallo
sotto la luce tersa
giaceva sonnolento
aspettando
di scatenare la sua forza.
Sulla riva di uccelli immobili,
in mezzo al cielo,
un grido rauco, il vento
e la schiuma indicibile.
D’argento e pietra è la tua veste, appena
erompe il fiore azzurro a ricamare
il manto irsuto
col suo sangue celeste.
Solitaria Capri, vino
di chicchi d’argento,
calice d’inverno, pieno
di fermento invisibile,
alzai la tua fermezza,
la tua luce soave, le tue forme,
e il tuo alcol di stella
bevvi come se adagio
nascesse in me la vita.

Isola, dai tuoi muri
ho colto il piccolo fiore notturno
e lo serbo sul petto.
E dal mare, girando intorno a te,
ho fatto un anello d’acqua
che è rimasto sulle onde
a cingere le torri orgogliose
di pietra fiorita,
le cime spaccate
che ressero il mio amore
e serberanno con mani implacabili
l’impronta dei miei baci.

A distanza di quasi vent’anni, molti ricorderanno con affetto il film “Il postino” (1994), del regista scozzese Michael Radford: anche e soprattutto per la toccante recitazione di Massimo Troisi, che appare quasi irriconoscibile, col volto scavato e gli occhi accesi, trasfigurati, alle prese con la sua ultima prova (gravemente malato di cuore, morì alla fine delle riprese), o anche per lo struggente tema musicale di Luis Bacalov, più che per il personaggio di Pablo Neruda, interpretato da Philippe Noiret, su cui si incentra l’impianto narrativo del film, liberamente ispirato al romanzo “Ardente paciencia” (1986) di Antonio Skarmeta. Non tutti sanno, però, che la storia che il film rielabora, adattando ambienti e particolari, nasce dalle conseguenze di un episodio di cronaca romana, che vide protagonista, suo malgrado, il grande poeta cileno nel gennaio del 1952.

Facciamo un passo indietro. Neruda arriva a Roma nel dicembre 1950, come esule perseguitato dal dittatore Videla. Impara presto ad amare l’Italia, ad apprezzarne il calore umano, la passione, la generosità. Viene subito accolto nelle case degli intellettuali: anzitutto da Giacomo Debenedetti e Renata Orengo, a via San’Anselmo sull’Aventino, dove – come ricorda Paolo Fallai sul “Corriere della Sera” (6 aprile 2004) – il tredicenne e futuro scrittore Antonio Debenedetti, figlio di Giacomo e Renata, gli riserva per dispetto un «teppistico lancio di ciabatte»; poi presso gli studi di Renato Guttuso e Carlo Levi, che ne dipingono il ritratto. Proprio Guttuso, insieme con Mario Mafai, realizza le illustrazioni delle prime opere nerudiane tradotte e pubblicate in Italia. Lo stesso Neruda dedica a Linuccia Saba, figlia del poeta triestino e compagna di Carlo Levi, il disegno di una margherita dal lungo stelo.

Per Neruda il soggiorno romano è un diporto itinerante di incontri e abbracci, un rendez-vous continuo, leggero e felice. Antonello Trombadori lo accompagna per le strade della città: Neruda trova Roma troppo rumorosa ma umana, aperta, gentile. Si spinge anche in qualche osteria dei Castelli, dove gusta «l’olio, il pane e il vino della naturalezza». Quando parte da Roma, alla volta di Nuova Delhi, avvolge le sue scarpe in una pagina tutta sgualcita dell’“Osservatore Romano” che trova nella stanza dell’albergo. Due anni dopo torna in Italia, e lo invitano ovunque a leggere le sue poesie. Neruda è accolto con entusiasmo nelle università, negli anfiteatri, nei porti, a Genova, Venezia, Torino, Milano, Firenze, Napoli. Alcide De Gasperi storce il naso e mette in allerta il ministro dell’Interno Scelba. Neruda è, di fatto, un senatore comunista fuggito dal suo Paese; ma anche come poeta va tenuto a bada, per il valore civile e popolare dei suoi versi, pericolosamente acclamati dalle folle. Occorre un pretesto per disfarsi dell’ingombrante ospite. L’occasione giunge propizia a Napoli. I poliziotti si presentano all’albergo dove alloggia il poeta. È Neruda stesso a ricordare, in “Confesso che ho vissuto” (1974), come andarono le cose:

«Con la scusa di un errore sul passaporto mi pregarono di seguirli in questura. Lì mi offrirono un caffè espresso e mi notificarono che dovevo lasciare il territorio italiano il giorno stesso».

Neruda parte in treno quel pomeriggio, scortato da alcuni poliziotti gentilissimi, che gli sistemano le valigie, gli comprano “l’Unità” e gli chiedono autografi. Poi accade l’incredibile.

«Ormai nella stazione di Roma, dove dovevo scendere per cambiare treno e continuare il mio viaggio fino alla frontiera, intravidi dal mio finestrino una grande folla. Udii gridare. Osservai movimenti confusi e violenti. Grossi fasci di fiori avanzavano verso il treno sollevati sopra un fiume di teste.

 –  Pablo! Pablo!

Sceso dal predellino del vagone, dove ero stato elegantemente custodito, mi trovai immediatamente al centro di una poderosa battaglia. Scrittori e scrittrici, giornalisti, deputati, circa un migliaio di persone, mi strapparono in pochi secondi dalle mani della polizia. La  polizia avanzò a sua volta e mi riscattò dalle braccia dei miei amici. In quei momenti drammatici distinsi alcune facce famose. Alberto Moravia e sua moglie Elsa Morante, scrittrice anche lei. Il famoso pittore Renato Guttuso. Altri poeti. Altri pittori. Carlo Levi, il celebre autore di Cristo si è fermato a Eboli, mi allungò un mazzo di rose. In mezzo al trambusto i fiori caddero per terra. Volavano cappelli e ombrelli, risuonavano i cazzotti come esplosioni. La polizia stava avendo la peggio e fui di nuovo recuperato dai miei amici. Nella mischia potei vedere la dolcissima Elsa Morante colpire con il suo ombrellino di seta la testa di un poliziotto. D’un tratto passarono i carrelli dei portabagagli e vidi uno di loro, un facchino corpulento, scaricare una randellata sulle spalle della forza pubblica. Era la simpatia del popolo romano. La contesa divenne così complicata che i poliziotti mi sussurrarono:

– Parli ai suoi amici. Dica loro di calmarsi…

La folla gridava:

– Neruda rimane a Roma! Neruda non se ne va dall’Italia! Rimanga il poeta! Rimanga il cileno! Fuori l’austriaco!

  (L’“austriaco” era De Gasperi, primo ministro italiano)

A capo di mezz’ora di pugilato arrivò un ordine superiore grazie al quale mi veniva concesso il permesso di rimanere in Italia. I miei amici mi abbracciarono e mi baciarono e io mi allontanai da quella stazione calpestando con dispiacere i fiori rovinati dalla battaglia».

Guttuso lo conduce a casa di un senatore comunista, dove potrà trascorrere la notte al riparo da irruzioni e azioni governative di ripensamento. L’indomani Neruda è raggiunto dal telegramma dello storico Erwin Cero, che gli offre di passare alcuni mesi a Capri. Neruda accetta e si trasferisce nell’isola, con Matilde Urrutia. Lì, tra lo splendore della natura e il nido d’amore in cui trasforma la villa messagli a disposizione, il poeta cileno completa “Los versos del capitàn”, un libro «appassionato e doloroso» che poi i compagni italiani contribuiranno a far stampare, anonimo, a Napoli, in 50 copie. Così descrive la selvaggia bellezza caprese: «La vigna sulla roccia, le fenditure del muschio, i muri che / impigliano / i rampicanti, i plinti di fiore e di pietra: / l’isola è la cetra che fu collocata sull’alto sonoro / e corda per corda la luce provò dal giorno remoto / la sua voce, il colore delle lettere del giorno,  / e dal suo recinto fragrante volava l’aurora / abbattendo la rugiada e aprendo gli occhi d’Europa».

A Capri Neruda vive giorni indimenticabili, di delirio amoroso e straordinario impeto creativo. Poi tornerà a Roma diverse volte ancora, sino alla fine dei suoi giorni, fors’anche per un debito segreto di riconoscenza: il buen retiro isolano – che nel film di Radford viene traslato da Capri a Salina (una delle Eolie) – non si sarebbe infatti aperto alla vita e all’opera di Neruda senza il coraggioso intervento dei suoi ammiratori romani.

Marco Onofrio

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1 commento
  1. Ringrazio Marco Onofrio per aver raccontato di questo episodio avvincente, della vita di Neruda e dell’Italia, di quando i suoi intellettuali e gli artisti si muovevano compatti e decisi se toccati laddove non possono cedere di un passo: nell’amore e nel sentimento di giustizia che ne deriva.
    Mi soffermo sul verso : “… dal suo recinto fragrante volava l’aurora / abbattendo la rugiada e aprendo gli occhi d’Europa”, perché sento che anche in questo in questo momento difficile – di maltrattamento della storia sociale e culturale dell’Europa, e ora per la Grecia (le elezioni di questi giorni) – la voce dei poeti non dovrebbe mancare. E non sarebbe per un solo poeta, per quanto anche a me basterebbe, ma per tutti coloro che si sentono ancora in grado di capire che il compito della sopravvivenza, di per sé già difficile per ognuno, andrebbe alleggerito (a che serve tanta tecnologia?); e basterebbe poco, forse solo un cambio di direzione verso nuove strade.
    Non sarebbe male se La presenza di Èrato proponesse il il tema “Europa” per una prossima raccolta di poesie.

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