Roberto Taioli ricorda Marco Gal

1-gal-marco-ok-3721Mancato il 22 gennaio, Marco Gal ( 1940-2015) lascia un vuoto dolente in quanti lo hanno incontrato e conosciuto attraverso la sua poesia. In quanti, come me, lo hanno frequentato e si sono abbeverati alla sua disarmante e sconfinata umanità trasfusa nella levità della sua poesia. Nativo di Aosta, ha dedicato la sua vita allo studio della lingua franco-provenzale ed in particolare al patois, diventando uno tra i più importanti e rilevanti poeti dialettali del nostro tempo. Ma la definizione “dialettale” è riduttiva e non rende conto della sua profonda levatura e della sua capacità, attraverso la lingua della sua terra, di raccontare la condizione ontologica dell’uomo e il suo cammino destinale. Marco Gal ha elevato la lingua dai profondi recessi della sua terra, a canto universale e dolente, a cifra del vivere e del morire, dell’osservare e ricordare. Il tema della memoria, sempre sotteso, riemerge come salvezza, approdo, ma non meramente consolatorio. Gal ha a cuore il senso della concatenazione, per cui lo spezzarsi della solitudine (sempre in agguato) è il socchiudersi di uno stile, di un atteggiamento di lenta e paziente condivisione che rechiamo sedimentata ed addormentata in noi, perché in noi avviene la sintesi, seppur parziale, del lungo cammino dell’umanità, dei nostri antenati, di una storia che ci precede, ci raggiunge e ci oltrepassa. Poesia è quindi pietas, risveglio e rinascita delle presenze nascoste ma vive in noi. Questa catena configura il mondo della terra, della casa, del tempo, del riemergere dei morti in una resurrezione che non si brucia nell’istante, ma conosce i ritmi lenti e rassicuranti della memoria, del trattenere e conservare contro la forze della lacerazione e della dispersione. La poesia infatti per Gal è essenzialmente un raccogliere. Ora non scriverà più ma parlerà sempre per coloro che vorranno e sapranno intendere.

Roberto Taioli

Leggiamo un breve lascito della sua poesia.

ORADZO

Eun attegnen la novalla arrevou
de l’atre prochen barbaro a veni-i,
no fat raxoille cen que no reste
de notre réice d’ama disperséye
pe le traplante a tcheut le s-oradzo
de la modernitou. No voudrem jame
falei oublie un passou
pe eun présen que l’apt d’aven-i.
Totte calle dzen que son de poussa
no predzon a traver la lemieye
de leur londze man que grafegnon lo ten.
Ah, comme amer sarìe le gou di ten d’eun cou,
comme lo san caillà de noutre memoouèye!

URAGANI

Aspettando il nuovo arrivo
di altri prossimi barbari che verranno
dobbiamo raccogliere quanto ci resta
delle nostre radici disperse
per trapiantarle a tutti gli uragani della modernità.
Non vorremmo mai
dover dimenticare un passato
per un presente che non ha futuro.
Tutte queste persone che sono polvere
ci parlano attraverso la luce
delle loro lunghe mani che graffiano il tempo.
Ah, come sarebbe amaro il gusto del tempo passato
come il sangue rappreso delle nostre memorie!

SOUFLO

Me remercìon
toute calle personne
que dze mantegno euncò eun via
dedeun ma memouéye:
sont euna multitùide eurlenta
que vequéi di meun souflo
et que men prèye de pa moueure,
que souffle di souflo de ma pensou
dedeun le-s-entraille de mon cerve,
que jouèi et souffre eun accoutsen
de cice fantome que vouon pa s’amorte.

RESPIRO

Mi ringraziano
tutte quelle persone
che mantengo ancora in vita
nella mia memoria:
sono una moltitudine urlante
che vive del mio respiro
e che mi prega di non morire,
che respira col respiro del mio pensiero
dentro alle viscere del mio cervello,
il quale gioisce e soffre generando
questi fantasmi che non vogliono spegnersi.

Traduzione dal patois di Marco Gal da Messaille, Stylos, Aosta, 2002.

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