Hailé Selassié e la fiaba del Re Leone che non volle riabbracciare sua figlia, di Michele Rossitti

220px-Selassie_on_Time_Magazine_cover_1930Black Lives Matter è la migliore tirata d’orecchi all’editoria scolastica che mai si è degnata di risarcire la figlia e i nipoti di Hailé Selassié, il Negus Neghesti deposto dopo la presa di Addis Abeba nel 1936. Il ricordo della “principessa dagli occhi pervinca” si perde in Piemonte. Vedova del generale Beyene Merid fucilato dagli italiani, Romane Uorch viene deportata e trattenuta con i suoi quattro orfani alle Missioni della Consolata di Torino dove da copta diviene cattolica. Alle Molinette rimane due anni degente senza ricevere visite, conosciuta soltanto come Zantù, una sfortunata donna etiope. Si spegne nel Quaranta per tubercolosi, poco prima del figlio Getachew seguito poi dalla sorellina, sepolta in località tuttora ignota. Il confino della giovane con i suoi bambini dalle suore è narrato in “Un centenario all’ombra dell’Arcangelo, una Casa, una Storia” edito nel 1990 e a pagina 9 una foto la ritrae malinconica.

Samson e Merid invece vengono destinati a Rosignano Monferrato nel Castello d’Uviglie adibito a seminario dove il rettore, proveniente dalle parrocchie di Gubez, parla l’amarico. Nel paesino imparano il dialetto meglio dell’italiano e si appassionano alle tradizioni culinarie e liturgiche delle Langhe fino a quando, terminata la guerra, rimpatriano grazie agli alleati britannici che a Londra hanno ospitato il Negus in esilio. I due però scompaiono: Samson muore in un sinistro “anomalo” mentre Merid svanisce negli anni Ottanta, inghiottito dal golpe di Menghistu che elimina Hailé Selassié e ordina il bagno di sangue per i parenti dell’imperatore, già divinizzato Messia-Cristo dalla diaspora rastafariana. I rapporti del nonno con Romane Uorch e i nipoti sono stati affettuosi. Nel 1970, quando Hailé Selassié è in visita ufficiale sosta a Torino senza mai recarsi al Cimitero Monumentale sulle tombe di Romane e Getachew per non spezzare di nuovo il ramo già monco del suo albero genealogico.

Il rifiuto rievoca un passato ancor più scomodo sul premier Conte che, durante un meeting in Etiopia non ha avuto l’imbarazzo di De Gasperi alla Conferenza di Pace di Parigi, né il viso basso per la vergogna sulle rappresaglie di Graziani o gli strascichi delle pulizie coloniali nel Corno d’Africa già con il Trattato di Uccialli. Nemmeno il buon senso gli ha suggerito gratitudine verso le autorità solo per la pazienza di volerlo ascoltare nonostante quelle colpe. L’aver impedito lo sbarco a dei profughi eritrei nasconde l’ipoteca fatta di impiccati e soppressi, stupri giornalieri e schiavitù infantile, poi la pacchia “finita” in diretta Facebook è servita a regalargli “la crociera da fermi” sulla nave Diciotti. Ad Harar, Mussolini ha attuato le tesi di Lidio Cipriani con l’interdizione ai sottomessi di quartieri, scuole e ospedali, pena le frustate in piazza. Proibiva agli autoctoni di vestirsi all’occidentale e di toccare gli italiani mentre i suoi soldati violentavano le abissine. La nascita di mulatti lo faceva sbraitare che “i negri” erano troppi, tanto da negargli la paternità e privarli di cognome e cittadinanza.

L’eredità pesa se, fuori onda, l’incoerenza di un “avvocato del popolo” dettosi di lotta e governo ma ingessato nei fili di un puparo millanta aerei di trasferta per naufraghi, viveri e biancheria pulita senza invece addebitarsi l’assegno scoperto che resta a carico dei disperati. Menomale ci sono le Ong e l’8×1000 alla Chiesa Valdese pronti a sopperire con i salvagenti alle controrivoluzioni di palazzo! L’iter parlamentare, giunto al capolinea, in idee e azioni ha adottato provvedimenti del tutto simili ai veti dell’Alabama di Harper Lee. Il protocollo di una politica utopica che cancellasse le disparità esercitate dalla vecchia dirigenza e improntato al dirigismo, si è imposto da subito per lasciare intatti i privilegi ed è riuscito ad autotutelarsi con il taglio dei permessi umanitari. Travestire lo Stato di Polizia con i Decreti Sicurezza ha tolto la libertà per la quale ieri si è combattuto e che ora va difesa. Se una qualsiasi espressione di comando lede i diritti inalienabili della persona si ha facoltà di abolirla o perlomeno disattenderla. Dire no è la sola risposta affermativa al ripristino delle priorità egualitarie senza discriminazioni economiche ed etniche. Vere fonti di protezione, le premesse dell’Articolo 3 dinamizzano la parità tra individui per autogestire, oltre la Carta Costituzionale, una simbiosi comunitaria in pillole, analoga a quei granellini impugnati da Gandhi durante la Marcia del sale. Sull’enfasi di Vita nei boschi che è la bibbia del pensiero alternativo, la disobbedienza civile così giustificata da Thoreau e conferita in un biennio di autosostentamento speso a Walden Pond dovrebbe far deporre la fascia tricolore alle autorità comunali, senza magari andarsene in ferie negli alberghi di lusso, tesaurizzati con i fondi della Lega evasi al fisco a suon di “me ne frego”.

Gli investimenti del Carroccio in Tanzania sposano l’incesto eversivo tra nuove destre e finanza che il nuovo asse Pd-5 Stelle vuol obliare con il “bavaglio” di un inciucio. Celentano risuonerebbe a questi cavalieri serventi “La cumbia di chi cambia”. Intanto, su note dolenti, al buio dell’esecutivo che snobba l’Articolo 10 sull’asilo internazionale, la xenofobia marcisce lo Stato di Diritto caro a Martin Luther King e alla pagella cucita in tasca a uno scolaretto del Mali annegato. A tema, i tutori alla salvaguardia dell’integrazione, cioè i sindaci di frontiera, in virtù del giuramento repubblicano tornino in campo. Se il tema dell’accoglienza pone le basi all’esercizio dell’equità sentano l’obbligo di rifuggire il diktat dei “porti chiusi” che viola la “Legge del Mare” in materia di soccorso. Il Pd, con le foto di Gramsci a bella mostra nei circoli, sconfessi la Piattaforma Rousseau che a colpi di mouse affossa le inchieste sull’inosservanza dei diritti umani nei Centri Per il Rimpatrio.  Poltrone e tastiere, pronte a coprire gli ematomi del manganello mostrano i fondelli al carcere di Turi! Figurarsi, nessun onorevole ha battuto ciglio davanti ai bambini, giovani e adulti di Idlib, con le case bombardate senza motivo che si sono ritrovati difronte un reticolato, la polizia greca all’orizzonte e i gendarmi turchi alla schiena in un altro tipo di quarantena nei mesi del Covid 19. Ankara li ha fermati coi lacrimogeni, Atene, di rimando, a spari, prima a salve poi ad altezza d’uomo in mezzo alla cortina di spine dove, a inizio marzo, sono morti aggrappati tre adolescenti in fuga.

Uccisi in nome dello stragismo che spodesta un’etica antica, nata da Antigone che sotterra le vittime di ogni fazione e opera di misericordia verso l’Eterno. In tv, ci si è assuefatti ai sacchi della spazzatura pieni di naufraghi ripescati in acque libiche e abbandonati sui lidi. Dalle strade di Bergamo, invece, si son visti partire “Prima gli Italiani” chiusi dentro le bare nei tir: l’ultimo schiaffo alla Sanità delle terapie intensive insufficienti o degli ospedali dove ancora muoiono di parto connazionali di serie B. La caciara degli striscioni arcobaleno al terrazzo e i battimani degli “Andrà tutto bene”, corredati dall’Inno nazionale storpiato a squarciagola hanno ringalluzzito il Salvini dei tormentoni discotecari. Festivalbar fuori concorso, i coretti da postribolo sono stati biasimati perfino da Morricone, senza il minimo pudore per Mameli, stroncato dalla setticemia dopo gli scontri a Villa Corsini contro Pio IX.

Ha ragione san Paolo quando scrive nella Lettera ai Romani: “Se quel che si spera si vede, non c’è più speranza, dal momento che nessuno spera in ciò che già vede. Se invece speriamo in ciò che non vediamo ancora, lo aspettiamo con pazienza”. L’apostolo affida ai singoli la sfida del riscatto con alle spalle la sua vicenda di ex naufrago accolto e sfamato a Malta dove, sulla baia intitolatagli, oggi schierano l’esercito per respingere i barconi. Senza richiami ultraterreni alla discesa dello Spirito, il desiderio di uscire al più presto dall’indolenza infettiva e dalle fobie di venir additati come dei vettori di contagio dovrebbe rivolgere lo zelo alla cura di persone che si è voluto finora tenere distanti. I laici, la fede in qualunque dio e gli appelli di un papa non riescono più a ribadire che il sovranismo colpisce il migrante, il messicano, il detenuto in attesa di giudizio mentre censura l’untore invisibile, impersonato dall’istigazione all’odio che sopravvivrà alla pandemia per essere recrudescente. Scandire gli articoli della Convenzione di Ginevra profanati è inutile: bastano i mattoni di The Wall dei Pink Floyd che alla fine crollano per augurarsi che lo stesso accada dei muri di Trump e Orbán.

Un risveglio di coscienza resosi coperta di Linus può scuotere l’egoismo dei pregiudizi, asciugare la carne e mettere in salvo tanti Alan Kurdi dalla risacca. Il golfo di Lampedusa, sferzato dai venti sparpaglia le pagine anti-zariste di Tolstoj sulla marea di deputati che lisciano il pelo a Casa Pound. La bestialità odierna cede il passo a odissee di sola andata, fonde le connivenze fra democrazie e genocidi per inabissare i lutti dei Selassié nei comizi di Giorgia Meloni. Ai tempi del Coronavirus, con in casa i torti di Minniti e Salvini, l’amore a tre di Conte (seduto su due scranni) sembra dar adito a Pirandello, cioè che le maschere incontrate nella vita superano i volti.

Michele Rossitti

1 commento
  1. Leggere Rossitti dà sollievo alle menti naufraghe della storia. Sempre piaciuta la sua scrittura. Ma, appunto, proprio perché naufraghi senza memoria, non tutti andrebbero condannati. In futuro anche noi saremo niente. Io poi, vedo quel che spero, ma in briciole di cambiamento; come dire che il cambiamento non avviene per atti di volontà, i quali arrivano sempre dopo e in altrove; sicché pare che al presente qualcuno sia meritevole, o da biasimare. Tra questi Giuseppe Conte, il quale proprio non-sa. Parimenti a quell’altro, il signor “Me ne frego”, che per me è un senza nome.

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