Aforismi di Emil Michel Cioran da “L’inconveniente di essere nati”, Adelphi Edizioni

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Le tre del mattino. Percepisco questo secondo, e poi quest’altro, faccio il bilancio di ogni minuto. Perché tutto questo? Perché sono nato. E’ da un tipo speciale di veglia che deriva la messa in discussione della nascita.

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“Da quando sono al mondo” quel da quando mi pare gravato di un significato così spaventoso da diventare insostenibile.

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Essere in vita – improvvisamente sono colpito dalla stranezza di questa espressione, come se essa non si applicasse a nessuno.

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Quando si è logorato l’interesse che si nutriva per la morte, e si presume di non poterne trarre più nulla, ci si ripiega sulla nascita, ci si mette ad affrontare un baratro ben altrimenti inesauribile…

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Confessiamo le nostre pene a un altro soltanto per farlo soffrire, perché se ne faccia carico. Se volessimo rendercelo amico gli faremmo parte unicamente dei nostri tormenti astratti, i soli che vengano accolti con sollecitudine da tutti coloro che ci amano.

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Sono i nostri malesseri che suscitano, che creano la coscienza; una volta compiuta la loro opera, si affievoliscono e scompaiono uno dopo l’altro. La coscienza, invece, permane e sopravvive, senza ricordare quanto deve loro, senza averlo neanche mai saputo. Per questo non smette di proclamare la sua autonomia, la sua sovranità, perfino quando detesta se stessa e vorrebbe annullarsi.

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Non un solo istante in cui non sia stato conscio di trovarmi fuori del Paradiso.

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Filosofia all’Obitorio: “Mio nipote, è chiaro, non ha avuto successo; altrimenti avrebbe avuto un’altra fine.” “Sa, signora,” ho risposto a quella grassa matrona, “successo o no, è la stessa cosa.” “Ha ragione.” replicò lei dopo qualche secondo di riflessione. Quell’acquiescenza così inattesa da parte di una donna come lei mi scombussolò quasi quanto la morte del mio amico.

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Permettendo l’uomo, la natura ha commesso molto più che un errore di calcolo: ha commesso un attentato contro se stessa.

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Mi occorrerebbe, per riprendere gusto a certe cose, per rifarmi un’ “anima”, un sonno di parecchie ere cosmiche.

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Se le prove che subite, invece di dilatarvi, di gettarvi in uno stato di energica euforia, vi deprimono e vi inaspriscono, sappiate che non avete vocazione spirituale.

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Bisognava accontentarsi dello stato di larva, rinunciare a evolvere, rimanere incompiuti, gioire della siesta degli elementi, e consumarsi quietamente in un’estasi embrionale.

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Le società prospere sono di gran lunga più fragili delle altre: infatti non rimane loro da aspettare altro che il proprio crollo, dato che il benessere, quando lo si possiede, non è un ideale, e lo è ancora meno quando se ne gode da generazioni. Senza contare che la natura non lo ha incluso nei suoi calcoli, e che non può farlo senza perire.

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I moderni hanno perduto il senso del destino e, di conseguenza, il gusto del lamento. A teatro si dovrebbe, senza indugio, resuscitare il coro e, ai funerali, le prefiche.

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Non sono niente, è ovvio, ma giacché per anni ho voluto essere qualcosa non riesco a soffocare questa volontà: essa esiste perché è esistita, mi travaglia e mi domina, sebbene io la respinga. Ho un bel relegarla nel passato, recalcitra e mi assilla: non essendo mai stata soddisfatta, si è mantenuta integra, e non intende piegarsi alle mie ingiunzioni. Preso fra la mia volontà e me stesso, che cosa posso fare?

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Se uno scrittore ha lasciato il segno dentro di noi non è perché lo abbiamo letto molto ma perché abbiamo pensato a lui più del necessario. Non ho frequentato in modo particolare né Baudelaire né Pascal, ma non ho smesso di pensare alle loro miserie, che mi hanno accompagnato ovunque con la stessa fedeltà delle mie.

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In Paradiso, gli oggetti e gli esseri, assediati da ogni lato della luce, non proiettano ombra. Come dire che mancano di realtà, alla stregua di tutto quello che non è corrotto dalle tenebre e che la morte non tocca.

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Che tutto sia stato detto, che non ci sia più niente da dire, lo si sa, lo si sente. Si sente meno, invece, che quell’evidenza conferisce al linguaggio uno statuto bizzarro, anzi inquietante, che lo riscatta. Le parole sono finalmente salve, perché hanno cessato di vivere.

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Questo corpo, un tempo fedele, mi rinnega, non mi segue più, ha smesso di essere mio complice. Respinto, tradito, abbandonato. Cosa diventerei se certi vecchi malanni, per mostrarmi la loro fedeltà, non venissero a tenermi compagnia a ogni ora del giorno e della notte?

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In ultimissima istanza, è del tutto indifferente essere qualcosa, perfino essere Dio. Su questo punto, insistendo un po’, si potrebbe trovarsi quasi tutti d’accordo. Ma allora come mai ognuno aspira a un sovrappiù di essere e non c’è nessuno che accetti di calare, di scendere verso la carenza ideale?

Emil Michel Cioran

Emil_CioranEmil Michel Cioran è un filosofo, saggista romeno di lingua francese. Nato nel 1911 a Rasinari (Transilvania), morto nel 1995 a Parigi. E’ autore di saggi a carattere moralistico, composti in un elegante stile aforistico, le cui riflessioni si incentrano su una radicale negatività. Tra le sue opere: Compendio di decomposizione (1949), La tentazione di esistere (1956), La caduta nel tempo (1964), Confessioni e anatemi (1987).

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2 commenti
  1. Straordinaria forza di un pensiero che con slanci ossimorici illumina il cuore nudo della verità, corteggia con eleganza il niente , emana energia ontologica da ogni parola, pur nel paradosso di una adesione totale al “solido nulla” leopardiano.

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