“La luna mancatora” di Maria Grazia Trivigno

klimt_jungfrauBenedetti ragazzi.

I luoghi scelti da loro finiscono sempre per essere forti simboli involontari. Quando arrivo è già buio, non so bene dov’è la campagna, mi hanno dato solo un riferimento: la Croce A’ Cuddett’, proprio lì dov’è la Croce del brigante Colella. Anche al buio non si può sbagliare, basta scendere poco per il sentiero, e poi basta seguire la luce, le voci, il suono; si fa sul serio, hanno perfino amplificato gli strumenti. Il fuoco già acceso per la carne arrosto, la tavola che si allunga in fondo, fin sotto la penombra di un albero di fico. Non è seduto nessuno, sono tutti in piedi agli strumenti e alla voce, o presi dal via vai dalla cucina. Ad accogliermi abbracci e avvertimenti: abbiamo già ammazzato due calabroni, ce n’è uno ancora, guarda che la sangria è lì nella coppa grande a posare. Si mangia e si beve con delizia, su quella terrazza con vista sulla notte, risuona delle nostre risate da basso la vallata. Terremoto lascia la scopa con cui cercava di ammazzare il calabrone, va alla tammorra, come un pesce pescato che sfugge di mano e ritorna nel suo elemento. Il repertorio della serata è schizofrenia pura, cambia di continuo.  Uomini si nasce, briganti si muore, cantiamo oltre a tutto il resto, e lo dimostra la croce Colella. Monologhi e recitativi – tra noi c’è Francesco, lo chiamano Zeffirelli. “Anfiteatro Live” scritto in oro, affisso a un palo della staccionata che separa il nostro palcoscenico in pendenza dallo scuro baratro di sotto. Dediche, stornelli, l’adorabile goliardia paesana che ne ha per ciascuno, sotto un cielo con punti più fitti di una carta da presepe. Don Peppe esce ogni tanto dalla casetta con una teglia di patate al forno, e già mentre le porta ne mangia qualcuna.  Si commenta la falce di luna, sempre più alta, gobba a ponente luna crescente, faccio io. Macché, qui è il lato opposto alle Manche, perciò levante, poi a San Lorenzo c’era una luna enorme e si vedevano poco le stelle, quindi la luna è mancatora. Quanta bellezza in questo nostro dialetto fatto di rozzi latinismi che sanno di participio futuro. Esausti di vino e di buon cibo,  con le voci stremate, non vogliamo che la fine arrivi. Se si deve finire, si finisca allora a cantare per terra, mentre il buio inizia a sbiadire. No, non su un prato verde da pellicola. È un prato duro e pungente, di quella sterpaglia che rimane sui vestiti quando ti alzi. Le chitarre non smettono la nenia, anche mentre senza scomporci stiamo a guardare tutti come bambini un sorcio piccolo e curioso che ci costeggia e va a nascondersi. Respirano le due chitarre: Angelo e Biagio. Angelo suona la sua, mentre Ilenia è parte di quell’abbraccio di Angelo con la propria chitarra. Noialtri per terra intorno, un po’ seduti un po’ sdraiati, come raggi indistinti di sagoma irregolare, addossati e vicini. Sembravamo un quadro di Klimt, avrei voluto vederci dall’alto.

Maria Grazia Trivigno

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