Viaggio fonosemantico nel magma ossimorico di În inima nimicului – Nel cuore del nulla di Franco Manzoni. Nota di lettura di Gabriella Cinti

Impossibile affrontare una lettura di questa vulcanica ed elegiaca al contempo raccolta poetica bilingue, italiano-rumeno, senza tentare di addentrarsi in una ricognizione fono-semantica perché il gemellaggio poetico e linguistico qui presente offre doni straordinari e da illuminare minutamente.

Ne tenterò un esame del tutto selettivo ma che vuole porsi un suggerimento per scandagliare più adeguatamente il prezioso dialogo creatosi tra l’autore, Franco Manzoni e la traduttrice Eliza Macadan.

Ossimorica sin dal titolo il libro ha il pregio di portare nella traduzione i volti diversi con cui l’autore ci pone i suoi versi. Addirittura il romeno riesce, nella traduzione del titolo, a fondere in modo olofrastico e fusionale i due termini che non sono oppositivi e ci restituisce un’immagine di un cuore lampeggiante di sillabe pulsanti che rendono in felicissima allitterazione l’intenzione poetica e concettuale. 

Giacché la trama fonica in questa raccolta non è solo rilevante ma giganteggia in continui e sottili richiami che ne fanno un grande, continuo canto. Canto dell’estasi sicuramente, tratteggiata per lampi epifanici, vorticosi affondi o navigazione fluttuante in un mare decisamente afroditico. Ma anche elegia dell’umanità e della memoria, della morte e della vita, del dolore storico come di quello esistenziale.

Coraggiosa, originale e riuscitissima la traduzione in romeno: una sfida decisamente vittoriosa negli esiti di lettura e di ascolto.

Si ha la sensazione di una specie di dialogo che vada ben oltre la resa traduttiva. Eliza Macadan riesce infatti a rendere il divenire erotico nelle immagini di uno sciogliersi espresso per esempio nel binomio “rană”- “destrăma” “ferita”-“si disfa”.

La lingua romena sembra essere quella ottimale per traslare una intensità vitale tesa fino all’impeto espressivo quasi sismico.

Ci sembrano pertanto necessarie le scelte lessicali che vedono una coincidenza tra la tensione irruente di alcune parole in italiano con un corrispettivo rumeno ricco di affollamenti consonantici. L’esuberanza corporea incarnata da un femminile travolgente non poteva trovare equivalente fonico più prorompente del rumeno.

 L’effetto a volte di aura, una sorta di imprinting fonico di un filo sonoro sottile, riesce ad alonare molti versi di cui, solo per fare un esempio, cito: “certezza/ tutta presenza preziosa”, “certitudine/ prezență întreagă prețioasă”, in “audaci i seni”, “îndrăzneți sânii”.

Ma di quanta adesione intima ai contenuti dia prova Eliza Macadan, lo possiamo vedere in un altro verso della poesia “îndrăzneți sânii”, “audaci i seni” in cui, nella traduzione, le allitterazioni della vibrante sonora “r” e della occlusiva dentale “t” – in romeno “ridică-te încet aratăte” – portano addirittura a compimento, accentuando e sottolineando in danza ritmata, la seduttiva complicità, l’epifania del femminile espressa da Manzoni in “alzati lentamente svelati”.

O ancora, in, “de-a v-ați ascunselea”, “a nascondino”, la sospensione dell’attesa si fa barlume di intermittenza che recepiamo in quel segnale morse delle “p” che ne segnalano l’apparire sperato, “bec aprins/ în noaptea asta de șerpi, lampadina accesa/ in questa notte di serpenti.

In “pietraia, “pietriș”, il primo verso, davvero “pietroso”, “risipit, știindu-te evacuat, potrivnic”,  disperso sapersi sfrattato avverso, così espressivo di una diaspora ontologica del poeta, trova, nel testo corrispondente, un penetrante coagulo sonoro  che rende in modo diverso ma non meno efficace quella sirena entropica della sibilante sorda “s” . Qui il poeta marca musicalmente l’esilio aggiungendo anche una dolente rima interna mentre il romeno si affida alla densità di suoni duri che culminano nell’agglutinazione consonantica dell’ultimo termine, particolarmente efficace a rendere del tutto perentoria la sensazione di ostilità subita.

Altrove, come nella poesia “più sereno”, “mai senin”, la traduttrice riesce a rendere la circolarità del gesto delle mani che si muovono quasi circolarmente sui capelli della amata, “accarezzando i tuoi fulvi capelli” con un verbo “mângâind” ad alto tasso sensoriale, che sembra restituire la rotazione nell’intreccio delle nasali continue. In tale maniera ne risulta più pronunciata la tenerezza della movenza, grazie all’input della nasale bilabiale “m” che sembra provenire dal lago di quiete delle viscere affettive di un momento di pacificazione interiore: “essere più sereno scacciati anatemi/ accarezzando i tuoi fulvi  capelli”, “să fii mai senin, alungând anateme / mângâind părul tău auriu-roșcat”.

In questo stesso testo vi è una straordinaria corrispondenza del vocabolo “sudario” del terzultimo verso con quel polposo “giulgiu” in cui il raddoppiamento dell’affricata dolce “g” connota esattamente l’avvolgenza del “sudario” italiano: in questo verso assistiamo a una sorta di magico slittamento parasemantico tra il “gorgo” ne il “giulgiu” a indicare un abisso tentacolare in cui il poeta si inoltra. Ad accrescerne la visceralità, troviamo, all’ultimo verso, quell’ “înghesuiala” che ci restituisce l’aspetto organico della calca, l’impatto di presenze umane dalla straripante fisicità (“nella calca di polvere e amianto”). Spenderei un’ultima considerazione sulla traduzione della parola “amianto”, nel rumeno “azbest”, dal greco “ásbestos”, “inestinguibile”, mentre l’altra parola greca da cui viene quella italiana, “amíantos”, ha il significato di non corruttibile. Quindi in romeno la densità della folla è resa attraverso il rafforzamento della sua massa inesauribile.

Nella poesia “mistero della sorte”, “misterul sorții”, il linguaggio scatologico è al servizio di una pietas straziata per il destino miserando dei reietti della terra e in cui il singolare e personalissimo evangelismo di Manzoni offre una delle sue prove più potenti e nobilmente provocatorie, che a me richiama in modo subliminale l’invettiva di San Pietro nel ventisettesimo Canto del Paradiso di Dante. In questo Ade in terra, gli ultimi del mondo si aggirano “ombra oscura della strada”, “umbră întunecată a drumului”, in cui l’allitterazione vocalica delle “u” (la vocale dell’inquietudine per eccellenza e che ritorna in un crescendo perturbante per ben quattro volte nel verso) disegna una sagoma sonora oltre che visiva, quasi una umile e misteriosa creatura buzzatiana persa negli inferni urbani. La traduzione offre un ulteriore cirtocircuito nell’assonanza “umbră-drumu” (giacché il “lui” finale costituisce solo un’apposizione dell’articolo posposta al nome, come è caratteristica della lingua rumena e non parte intrinseca della parola).

Nella poesia “gerundio”, “gerunziu”, campeggia il mirabile protagonismo del gerundio come tempo dell’azione larga, estesa, amplificata in un certo senso (non a caso, un tempo molto amato dalla poesia leopardiana), che specialmente si presta all’evocazione memoriale per la capacità di dilatare l’azione, di farci intrattenere nel ricordo. Qui, nella traduzione, accade che vi sia un rispecchiamento fonico-semantico del tutto speciale perché la vocale “a” con accento circonflesso che marca i verbi al gerundio si pronuncia con un suono indeterminato tra la “e” e la “i”. Questo giunge a tracciare una direzione quasi tintinnante dato che vi cade l’accento, non essendovi la vocale finale e ciò comporta un dondolio fonico quasi onomatopeico in grado di estendere ulteriormente la campitura fonica e immaginifica della rappresentazione:

fuorientrando nelle vene

alitando nel pulsare

cominciando l’inventario

dei binari varianti assenti

schettinando  [ …]

ieșindintrând prin vene

suflând în pulsație

începând inventarul

al liniilor variabile absente

derapând [ …]

Nella sinestetica poesia “melodie de lumină”, “melodia di luce”, il verso “bocca anelante il sangue irradiato – gură tânjind sângele iradiat”,si impenna, nella traduzione romena, in quel gerundio-participio “tânjind”di un verbo che esprime la mancanza acuta, la tensione dolorosa verso l’espansione ematica del corpo-anima.

Nella poesia “a ventre acceso”, “cu pântecul aprins”, il dialogo della traduzione giunge a rendere con la rima interna il nesso di uno stordimento che estenua e nel verso successivo l’allitterazione delle “d” si mantiene, scandendo il riflesso fonico interno di un patire ossimorico, quasi saffico, come il “dolceamaro” della poetessa greca:

 amețită, puțin obosită/ de o dulce durere”,“ubriaca un po’ stanca/ di dolce dolore.

Nella poesia “mesaj pe pietricele”, “messaggio su ciottoli” – poesia céliniana per asprezza e potenza – assistiamo a due versi, “în duhoarea trufiei / șoapte de soldați”, “nel lezzo della superbia / bisbiglio di soldati”, la cui traduzione, nel primo, dilata sinesteticamente l’aura ammorbante dell’alterigia con quel coagulo di vocali “hoa” che sembra creare uno spazio sonoro di percezione dis-olfattiva, mentre in “trufei” la coppia consonantica “tr” sembra riportare anche in italiano quella “superbia” e la parola rumena (dal greco “tryphé”,lussuria, fasto”)contiene anche la sfumatura del compiacimento implicito nella boria che contrasta in cortocircuito con il campo semantico del “fetore”.

Nella poesia “curva a mandolino”, “curbă de mandolină”,  ad alta densità erotica disciolta in raffinata liquidità espressiva, con richiami montaliani a un’Esterina-sirena, prototipo di giovane amata dalle sembianze ittiomorfe, non possiamo non apprezzare quanto la traduzione rumena degli ultimi due versi “întorcându-te cu spatele/ într-o splendidă desfătare”, “voltandoti di schiena/ in splendido godere”, abbia riportato i suoni allitteranti “sc”, “sp” dell’italiano in cui la velare sorda “c” e l’occlusiva “p”, precedute dalla sibilante “s”, creano una elettrizzante carica di attesa di un’ imminente estasi; in romeno i termini “spatele” e “splendidă” infattinon soloeguagliano l’allitterazione accrescendo l’aspettativa desiderativa, ma la fanno approdare in quel mare di delizie (letteralmente) che è “desfătare”. Qui abbiamo il culmine sensorialein cui il passaggio da “sp” a “sf” segna l’epilogo della tensione sensuale precedente nell’ approdo estatico del desfătare, nella sonorità spumeggiante  della “sibilante-fricativa” “sf” e il piacere sembra ampliarsi grazie alla sillaba in più contenuta dalla parola romena desfătare rispetto al “godere” italiano.

Tanta intensificazione semantica restituisce la sottolineatura erotica della rima “piaceregodere”, attraverso un medium squisitamente fonico.

Nella poesia “vizuina” “la tana”, testo dalla sensualità agreste, si aggira l’ombra metaforica e metonimica della “volpe” montaliana, in qualche modo simbolicamente evocata dalla consonante iniziale “v” e dal quel finale fonicamente alllusivo, in una rima virtuale, alla nostra “faina” ma che rimbalza in paronomasia nella “făină” della traduzione romena, che invece significa “farina”.

Nel testo la musica interna è accentuata dalle rime e dalle allitterazioni (le consonanti “m” e “r” ricorrenti specularmente nei due termini) che rimarcano l’erotismo fonico e immaginale. Il rumeno riesce addirittura a conferire ulteriore rilevanza a un verso come “sevă de miere și moară”,“linfa di miele e mulino”, in un avvolgimento quasi olofrastico di grande pregnanza e intimità sensuale che rispecchia fedelmente il verso italiano.

Ma apprezziamo anche la riproduzione delle rime, con il richiamo di consonanza: “o urmă confuză de făină/ […] trupul tău, vizuina/”, un’orma confusa di farina/ […] il corpo tuo la tana/ si dona e va per la pianura piana”. Voluttuosa cantilena che si conclude con un’allitterazione “pianura piana” come epilogo di un ricamo musicale continuo.

Tutta la poesia dipana una tavolozza cromatica dai toni accesi in cui, attraverso i colori, si tesse l’epifania del femminile, vivide pennellate di un sontuoso ritratto, per tracce e impronte, con le tinte e le insegne della natura: il femminile come sintesi panica di materia, animalità natura, vita.

Ed eccola per intero, in italiano e in romeno:

la tana

dove ti annidi tutta nera

a filigrana rosa

la pioggia argentea fa le fusa

linfa di miele e mulino

sul fieno nel cespuglio

un’orma confusa di farina

prezioso capezzolo di ghiaccio

il corpo tuo la tana

si arrende al mio faro silenzioso

si dona e va per la pianura piana

vizuina

unde te cuibărești, toată neagră

cu filigran roz

ploaia argintie toarce

sevă de miere și moară

pe fân în tufiș

o urmă confuză de făină

prețios sfârc de gheață

trupul tău, vizuina

se predă farului meu tăcut

se dăruiește și merge prin câmpia netedă.

Un esempio sinestetico di “poesia della luce” è pienamente rinvenibile nella poesia “la tâmplele asediului”, “alle tempie dell’assedio”, in cui il contrasto luce-buio rivela la sua natura pienamente metaforica e le percezioni sinestetiche riescono a fondere il piano fonico con uno splendore visivo carico di intenzionalità: l’equivalente dell’idea kantiana del “sublime”. E mi soffermerei sul termine “corrusco” che Macadan genialmente traduce con l’olofrase strălucitor-amenințătoare” (come a dire: “brillantemente minaccioso”, scegliendo non a caso un termine molto utilizzato nella poesia di Mihai Eminescu, con la valenza semantica di caricare elementi celesti o della natura naturali di un forte spessore simbolico). Lei poi aggiunge quell’ aggettivo, “amenințătoare”, aggiungendo bagliori nerastri come striature di una luce accesissima, con un effetto ossimorico davvero sbalorditivo.

Ecco i testi integrali:

alle tempie dell’assedio

notturni presagi

visionaria passione

alle tempie dell’assedio

in cadenza solitaria

angelicata voce

bagliori di eternità

ciechi transiti

silenzio corrusco

smarrimento di nobiltà

la tâmplele asediului

prevestiri nocturne

pasiune vizionară

la tâmplele asediului

în cadență solitară

voce de înger

licăriri de eternitate

tranziții oarbe

tăcere strălucitor-amenințătoare

rătăcire de noblețe

Nella poesia în trup de val”, “in corpo di onda”,  dall’erotismo appena velato di metaforicità, torna la tensione ossimorica delle immagini in quanto specchio della complessità dell’amore e dell’eros, in cui convivono tenerezza e violenza simbolica. Qui cogliamo la squisita rima imperfetta “către răcoarea /simțirii tale arzătoare”, “verso la frescura/ del tuo sentire ardente”, che salda le sensazioni divergenti in un sentire totale e cortocircuitante, espanso ulteriormente dalla specularità dei due dittonghi “oa”. Quindi la traduzione, ancora una volta, non solo ben interpreta il testo ma lo potenzia in piena fedeltà semantica.

In generale è singolare come i “quadri” erotici delineati in poesia trovino nella lingua romena una consistenza linguistica per condensazione fonica, difficilmente pensabile in altre lingue europee, con quei tripudi di ridde consonantiche che sembrano mimare fonicamente le turbolenze degli amplessi. L’istante, edenicamente ritornante, in una paradisiaca giostra di eros, si fa frequenza sognata di felicità, con la luminosità diamantina del Cantico de’ Cantici” di cui sentiamo l’eco in entrambe le lingue.

Possiamo solo mettere in evidenza, in modo puramente campionativo, i numerosi versi in cui la traduzione sembra accelerare la vicinanza di due termini, accrescendone la prossimità semantica con il richiamo allitterante come in “ramură ce devine pădure”, “ramo che si fa bosco”, come nella poesia “penetrando”, “pătrunzând”.

Altrove, come in “în pupilele tale”, “nelle pupille tue”, il contrasto ossimorico “lumină / bucurie dureroasă” ,“luce/ soffrente gioia” diventa l’emblematico leit motiv di una poesia d’amore che nasce angelicata e quasi stilnovistica, per esplodere in un verso finale espressionistico sia in italiano che in romeno, “là ove  stridore di sesso mi sconquassa” dove ben sette “s” ritmano la deflagrazione del potere di Eros. In romeno, “acolo unde scșnetul trupului mă sfâșie”: qui i quattro gruppi consonantici distribuiti in sole tre parole esaltano potentemente la sonorizzazione dello sconvolgimento dei sensi. Se “stridore” è già un termine onomatopeico e dalla vibrante risonanza, l’equivalente romeno aggiunge la sonorità anatomica del digrignamento dei denti, estendendo ulteriormente la percezione nella interiorità del corpo.

In “sub înfățișări mincinoase” , “sotto spoglie mentite”, la poesia che appartiene a quel nucleo di testi che evocano un universo in qualche modo concentrazionario, la pietas verso i diseredati si esprime in forme asciutte e taglienti, espressive di una distorsione umana e sociale in cui il poeta stesso sembra affiancarsi ai paria della terra, accettando con rassegnazione un patimento della condizione umana. Qui il femminile è pura ossessione, senza riscatto né promesse paradisiache.

Si noti peraltro come spesso la donna appaia una creatura cangiante metamorfica, zoomorfica quasi ferina ma senza il sereno panismo animale di Saba, bensì carica di una veemenza travolgente che porta all’ossessione: “la giovane nera leonessa slanciata / a maciullarmi lentamente il cervello”.

Circolano espressioni di una disperata ma genuina resistenza esistenziale, che costituisce un baluardo di autenticità nella brutalità corrente – “ove si vomita/ sotto spoglie mentite” – e una sorta di motto fonico circola nei raddoppiamenti consonantici “tt” che tornano più volte: “sotto”, “zitto accetto”, una belligerante tenacia carsica che scorre come un fiume sotterraneo sullo sfondo di un paesaggio livido. Qui la traduzione ha picchi di consapevole asprezza come in “sârma ghimpată în gură”, “lo spinato filo in bocca”, dove i suoni “chiocci” (per dirla con Dante) si rafforzano nella doppia presenza della occlusiva velare sonora “g” a rendere il senso di doloroso disagio, dato il brusco rilascio dell’aria dopo una rapida chiusura del canale orale. Ancora una volta le espressioni rumene riescono a rendere anche fonicamente il senso di un patimento anche fisico. Concettualmente, la straordinaria metafora del “filo spinato in bocca” esprime in modo fulmineo questa sorta di prigionia ontologica. Inoltre osservo ancora una volta il senso di ingigantimento dell’immagine nel rumeno: “leoaică neagră”, “la nera leonessa”. grazie alle doppie aperture vocaliche specialmente nella prima parola, con quattro vocali di fila che sembrano simulare nella pronuncia lo spalancamento di immaginarie fauci.

Da ultimo, il già fortissimo “maciullarmi lentamente il cervello” trova, nella traduzione “să-mi zdrobească încet creierul” una crepitante accensione fonosemantica in cui l’impegnativa emissione fonica del gruppo consonantico “zdr” seguito da “sc” nella stessa parola, ci prospetta, al rallentatore, un senso quasi onomatopeico ma letterale di schiacciamento (“lentamente”) cranico. Sembra di percepire i suoni di uno stritolamento prolungato vissuto come una pressa fonica, una macchina frantumatrice in cui i coaguli consonantici fungessero da segnali dell’ impatto della materia cerebrale contro le ruote dentate di una micidiale macchina trituratrice.

Una visione tragica nel senso greco del termine è al fondamento della raccolta e anche della visione del mondo di Manzoni, in cui l’interrogazione di senso che è uno dei requisiti principale di una poesia “pensante”, naufraga drammaticamente a fronte della crudeltà del destino, delle ingiustizie del mondo e dello stesso essere in vita. Non sono infrequenti espressioni quasi ossianesche, da anatomia patologica, una sorta di cubismo poetico di grande potenza.

Potremo elencare un vasto vocabolario del disfacimento, di quel “disfarsi” cruento che risulta un lemma ricorrente (anche nelle sue varianti terminologiche) e che spesso converge nel verbo “sfâșie”,  in cui convive lo strazio fisico e quello spirituale ma che non possiamo non associarlo  a un senso di lacerazione fisica, di quel corpo, così presente e percettivo nella poesia di Manzoni. Non è un caso che compaia anche nella michelangiolesca poesia “mamă clara”, “chiara madre”, dedicata alla morte della mamma, nel verso “urcuș care mă sfâșie”, “ascesa che mi sfregia” a indicare una condizione di lutto tra l’urticazione e lo squartamento. Ma lo ritroviamo anche nel verso “acolo unde scrâșnetul trupului mă sfâșie”, “là ove stridore di sesso mi sconquassa” (nella poesia “în pupilele tale” “nelle pupille tue”) con il senso di scardinamento riferito alla forza di Eros o in “veghe sfâșietoare de neocolit”, “ineluttabile dormiveglia struggente” (nella poesia “îndrăzneți sânii”, “audaci i seni”).

Il dolore della distanza, del lutto come della mancanza dell’essere amato, distilla uno struggimento permanente, miete mattanza nell’anima, segna con immedicabili ferite.

Ma è come se la condizione umana stessa sia segnata da un “eterno martirio” e debba riscattarsi dalla colpa originaria forse solo attraverso la generazione filiale come atto di appartenenza alla terra – una singolare eroica “bandiera”, “drapel”- un’azione-missione compiendo la quale al contempo si giunga a preservare i discendenti da tutte le minacce del vivere: “nasceranno figli/ da tenere nascosti nel taschino”. E balugina un sentimento di provenienza divina – quasi un mite calore amniotico – (“în căldura divină”, “nel tepore divino”) nell’uomo, di cui egli potrebbe in qualche modo essere un testimone e risorgere come Lazzaro, “lavando il lordo sangue”, “să-mi spăl sângele murdar” (in cui la traduzione meta-fonizza le allitterazioni della liquida “l” nella ricorrente sibilante “s”).

Infatti l’area semantica “ematica” riscontra diverse occorrenze nella raccolta a denotare una fisicità altamente simbolica e vitalistica.

Non mancano nella raccolta anche diversi momenti evocativi e ricordi familiari, tra cui spicca la struggente elegia di “mutare”,“trasloco”, in cui un animismo oggettuale investe mobili e suppellettili, gravidi di presenza oltre la memoria. Il ritmo lirico-narrativo piano e disteso è reso con maestria in rumeno, senza impennate fonico-espressive ma con una dolcezza triste e intima, che poi è quella dell’originale italiano, con sommessi echi gozzaniani. Vi potremmo cogliere forse anche rimandi montaliani, flash in lampi da Casa dei Doganieri o da Elegia di Pico Farnese, per quel senso di imprinting affettivo che le cose e i luoghi del cuore conservano, diventando rimemoranti totem pulsanti di vita, avatar lignei in dialogo permanente con chi resta.

La poesia si conclude ancora con un verso singolare” încă puțin foarte puțin”, “un po’ per pochissimo”, per quella modalità che propria è del bambino di non accettare che qualcosa di caro si possa perdere, per cui spinge con ansia il tempo, non accetta la fine e prolunga in dolce frenesia la presenza in quell’ineffabile avverbio di tempo che è “ancora” : in quel “pochissimo” tuttavia  si limita all’istante, un atomo di tempo da salvare. Affiora alla mente la montaliana “eternità d’istante” dei mobili che vogliono restare insieme come i proprietari che li hanno abitati e metonimicamente vi hanno trasfuso parte del loro essere.  Il rumeno risolve il verso reduplicando il “po’” e riproducendo una sorta di lallazione con una parola già particolarmente aggraziata per come suona: “puțin” (pronuncia “putzin”).

Nella poesia finale del libro, “în umbră” “all’ombra”, l’idea di un’ombra come impronta di immedicabile assenza, ectoplasma d’anima, appare svanente in una atomizzazione d’aria.  Inoltre i contenuti si caricano di particolare pathos anche per la struttura del componimento giocato tra anafore, iterazioni, epanalessi. Tra l’altro, la parola per indicare questo stato d’animo ritorna ben tre volte a marcare l’evanescenza, sottolineata anche da quei due verbi “te destrami” e “te fărâmi” in cui il romeno rende il richiamo allitterante del loro corrispondente italiano, “ti sfai” e “ti sfarini” (ma propriamente si riferiscono rispettivamente a uno “sfilarsi” e a uno “spezzettarsi”) nella rima imperfetta ma egualmente replicativa e suggestiva di questo senso di disfacimento. Qui non posso non percepire in una elegante velatura, la presenza dell’Angelo nero montaliano, con quei versi memorabili “e il bruciaticcio, il grumo / che resta sui polpastrelli/ è meno dello spolvero dell’ultima tua piuma”. Stessa idea di una combustione angelica in ceneri d’anima, ben vive però nell’urna del cuore.

Su un piano squisitamente fonico, il ritornello anaforico di quel “tu” – per ben tre volte – così caro quanto in dissoluzione costante, trova in rumeno una cadenza di mesta sonorità, come lievi rintocchi di campane funebri in cui avverto una straniata eco dei “don” e di quegli ipnotici “dormi” pascoliani de “La mia sera”, mantra di un cammino regressivo, placentare, verso una luttuosa pre-vita. Ecco quindi in romeno, “din tine” con il gioco musicale dell’alternanza tra le dentali occlusive “d” e “t” (che troviamo anche in italiano) e la nasale “n” – presente due volte – che acutizza la sonorizzazione dei versi, rendendo più melodiosa e argentina la pronuncia: infatti il suono “n” può essere prolungato in quanto proveniente dal naso, dove può essere trattenuto in estensione, trascinando quindi con sé un’eco della “d”.  Non è un caso che i suoni onomatopeici “don-don”, o “tin-tin” siano allusivi a rintocchi costanti o a suoni di campanello. La traduzione produce il mirabile effetto di trasformare l’evocazione “di te” in una musica di richiamo dalle valenze subliminali per il lettore, pienamente in grado di tradurre lo stato d’animo del poeta che sembra tracciare una sorta di Codice Morse sonoro, quasi il montaliano “ticchettio delle telescriventi”, assurto a comunicazione medianica con l’oltre.

în umbră

din tine care pleci în umbră

din tine care te destrami

din tine care te fărâmi în rafale

rămâne doar vagul aurei

în umbra care îți face umbră

în centrul hiatului

totul dispare se evaporă

all’ombra

di te che vai nell’ombra

di te che ti sfai

di te che ti sfarini a raffiche

resta solo la vaghezza dell’aura

all’ombra che ti fa ombra

al centro dello iato

svanisce tutto evapora

Concluderei dunque questo tentativo di viaggio tra i sensi, i suoni, i contenuti poetici di questa intensissima raccolta di Franco Manzoni, in dialogo con la stupefacente traduzione di Eliza Macadan, proprio con questo testo che mi pare particolarmente incisivo e del tutto risolto, nel fondere lo spazio ontologico con quello esplicitamente linguistico,  in un comune luogo di sparizione annunciata già nel titolo del libro, in qualche modo, e che permane in un vocabolario ricorrente di sottrazione e di polverizzazione.

 Volendo leggere le poesie con la stessa abissalità che contraddistingue la raccolta, vi si può cogliere, insieme a un estremo messaggio di una parola-memoria auratica e aurea (“resta solo la vaghezza dell’aura”) anche il passaggio ipostatico a una alterità sopravvivente oltre la materia.

Lì avviene la metamorfosi alchemica e resurrezionale, la consegna dell’essere alla poesia che, dal rogo azzurrino della disincarnazione, giunge a creare una statua d’ombra, ossimoricamente splendente. Vorremmo aggiungere a questa immagine persino la parola “strălucitor” (peraltro presente in queste traduzioni), che ci porta in quella sublime incandescenza “nel cuore del nulla” in cui l’ineffabile poesia di Franco Manzoni ci ha condotto, con un invito a non voltarsi indietro, erratici Orfeo, ma a figgere gli occhi dell’anima nella nebbia non crepuscolare ma corpuscolare, in pluralità di accezioni. Lì abita la verità quantistica e fantasmatica in cui trovare il senso misterioso del tutto.

Nel cuore del nulla infatti abita un atomo sfolgorante di luce “corrusca”, un’ “angelicata voce”: ed è la poesia di Franco Manzoni.

gerunziu

ieșindintrând prin vene

suflând în pulsație

începând inventarul

al liniilor variabile absente

derapând pe frumosul Segrino

înghețat ca anii ’30

cu tatăl meu și fratele lui îndrăzneț

mă onorează că-i port numele

gerundio

fuorientrando nelle vene

alitando nel pulsare

cominciando l’inventario

dei binari varianti assenti

schettinando sul Segrino bello

glaciale come gli anni Trenta

con mio padre e il suo ardito fratello

onorandomi di portarne il nome

melodie de lumină

să-ți tai limba cu dinții

s-o scuipi departe în val

gură tânjind sângele iradiat

melodie de lumină ce destramă inima

într-o clipire de gol și furtună

melodia di luce

tranciare la lingua coi denti

sputarla lontana nell’onda

bocca anelante il sangue irradiato

melodia di luce disfacente il cuore

in un battibaleno di vuoto e tormenta

cu pântecul aprins

pocnet de gene

pentru a ne îmbrățișa sângele

în locurile iubirii

cu pântecul aprins

ieșind în sirocco

din profil, pe vârfuri ai fi

amețită, puțin obosită

de o dulce durere

când retrăiești chipul

unei pânze goale

ce se așază în noapte

a ventre acceso

scirocco di ciglia

per abbracciarci il sangue

nei luoghi dell’amore

a ventre acceso

uscendo allo scirocco

di profilo in punta saresti

ubriaca un po’ stanca

di dolce dolore

quando ripensi il viso

di una spoglia vela

che si dispone a notte

[Traduzione in rumeno di Eliza Macadan, prefazione di Marco Sbrana, Cosmopoli, Bacău, 2025]

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