“Reticoli onirici e indagini urbane in Cucchi”, di Antonio Lotierzo

La scatola onirica di Maurizio Cucchi (Mondadori, Milano, 2024) contiene settantasei testi, scanditi in sette sezioni di variegata ‘materia’ (termine ricorrente – quanto altri mai, visto che il milanese ci spinge con lui nelle regioni della poesia mitica, dove con difficoltà il mondo delle ombre si sposa con la ragione e lui, come il dormiente di Eraclito, s’acquieta se trova un saldo appiglio nella calma oggettuale quotidiana). Di tensioni quindi si tratta; di subbugli dell’esserci che, a contrasto, vanno a sedimentarsi in quella ‘mediocrità serena’, ‘ dolcissima/ mediocrità innocua e gentile del mondo ’ nel cui bozzolo si chiude il poeta che prospera nell’oblio. Il titolo rinvia al lavorio creativo e assemblativo che si svolge nella mente dopo il primo sonno, a quella rutilante ruminazione, composta di incubi e lacerti più diversi ed opprimenti, che si sfila nella scatola cranica come oniricità associativa, che dalle divinazioni romane è stata scavata fino a Freud ed oltre. Nella registrazione poetica emergono i valori dell’individualismo urbano, la Milano delle relazioni eccellenti e dei lavori editoriali, senza più tensioni universalistiche, pur avvertendo che siamo sempre lì, nel turbocapitalismo che ci macina e filtra il sangue nelle vene sociali. Si evidenzia una solitudine attiva, per il poeta che è come un Walser urbano. Variegati e cangianti i colori delle sezioni, in cui la controllata forma si lascia andare a libertà di fraseggio, con molti enjambements e utilizzo di quartine o quasi ottave, in cui il dire si fa denso e rastremato, lanciando allusioni pur nella fluidità che tende alla narrazione piana. Nella prima sezione il poeta ripercorre ipotesi di lignaggio, rintracciando avi nella laboriosa e autonoma masseria di Ponte Nizza, verso Pavia: ‘minimo possidente, forse casaro’ questo Cucchi, in quel ‘marudo e tutto quel marciume e pioggia’, ignorava il male dell’anima e ricavava il cognome da un toponimo che rinvia alla presenza d’uccelli, i cuculi o alle brevi colline. In questo disfogliare della microstoria fluisce la versificazione: ‘Ma quanta nascosta vita, allora, / rivive nei nomi dei luoghi e della gente, / nel lento e indifferente costruirsi / di legami e lignaggi. E neppure / ci pensiamo, ormai…’ (p.16). Segue la sezione della ‘macchina onirica’ che parte dalla considerazione di Graham Greene che i ‘sogni contengono frammenti… del futuro’, il che è pare illogico e paradossale, in parte tanto quanto l’altra frase di Paul Valéry, del cimitero a mare, per cui ‘il tempo brilla e il sogno è sapere’. S’interroga Cucchi, come un filosofo del Seicento, sul corpo-macchina, sulla capacità di produzione onirica che lievita da questa ‘fisica cassa’ e ‘congegno insensato’; sulle ‘associazioni incongrue’ che lo rendono fedele e passivo ‘spettatore di sé stesso’, nel contraddittorio scontro fra inquietudine e viaggio quieto, pur orientato ‘verso una terra di profonde trasparenze’. Superati i gorghi notturni, l’‘avventura/ oscura dele sue connessioni’ il poeta dichiara di amare ‘le cose minime’ che gli consentono la sosta in un’inerzia che si rivela confortevole, anche perché avverte il peso, ‘ il doloroso sgomento dell’azione’.  Appare qui, per la seconda volta, il ‘tu’ colloquiale a ristabilire un’armonia: ‘tu mi soccorri ridente e insieme andiamo / per vie cittadine che non riconosco’, il che sembrerebbe poco credibile per il poeta che ha fatto della sua ‘traversata’ milanese un volume di successo. Ma non solo è la città che cambia (Parigi insegnava!), è la realtà stessa del mondo che inizia ad apparirci estranea e ‘sempre incomprensibile’; dietro lo sfavillio della metropoli si nasconde, per un ‘trucco vile’ sia la reale ‘tappa del disfacimento’ e sia la minima, meschina ed inetta idea dell’esserci. Cucchi non riemerge da questo ‘impasto informe’, dalla sconnessa trama dei ricordi e si abbandona sia all’insensatezza avvertita e sia ad una altrettanto avvertita ed operosa via d’uscita, una tranquilla ricomposizione, che è desiderio dei mistici, che nell’abbandono fiducioso e confusionario dissolvono le inquiete tensioni dell’io individuale nella calma dell’Uno, dove tutto è anche lusso e voluttà.  Segue una sezione di dediche, fra tutte quelle a G. Raboni, orecchio assoluto nell’ascolto delle altrui voci e poeta dal ‘franto narrare’, che innestava il nuovo sui fiori della tradizione, lui accompagnatore e quasi padre, che ancora lo visita in sogno; mite edificatore di una comunità nel suo attivo pensiero. Segue la notevole e molto piacevole  traduzione della ‘ Sventura d’inverno’,  una lamentazione forse, una trasfigurazione  dal medievale  Rutebeuf (1230-1285) con la sua poesia sulla scalogna invernale (La Griesche d’Hiver); canto della povertà che si abbatte sul poeta, sul freddo che gli procura il vento, sulla malasorte che si è congiunta alla miseria, tanto frequenti sono le sue perdite al gioco dei dadi e ancora: debiti, lotta con gli imbroglioni, rottura dei legami sociali, perdita degli amici, oscuri disegni del Dio, re della gloria e assoluta certezza. E l’avvenire che è già avvenuto ed ha comportato la scomparsa delle persone amate; insomma, una godibile summa della precarietà del vivere medievale che  sembra rivivere ed occhieggia con le insicurezze e i timori del nostro vivere.  Qui non toccherò il personaggio di Sabatino, cui è dedicata la sezione ‘Sfiorando l’afasia’, intrisa di giochi linguistici, di riflessioni acute sull’uso improprio delle parole, di etimi disvelatori e tanta ironia sui parlanti che mescidano mozziconi di frasi, anche francesi, per terminare nell’ ‘ impasto gustoso ‘di più idiomi. Eppure, sola sezione in cui il lettore si può concedere qualche risata, termina con il serio dire di U. Saba, innestato perché nelle parole ‘ il cuore dell’uomo si specchiava/ -nudo e sorpreso – alle origini’. Nella sezione: ‘L’immagine, la parola’, dedicata a Flavio Caroli, il poeta commenta in stringenti versi una sola opera di ventidue maestri della pittura contemporanea (Fautrier, Fontana, Calder, Melotti, Giacometti, Sutherland, Rothko, Bacon, Pollock, Burri, P. Blake, Rauschenberg, Pascali, Kounellis, Hockney, Kiefer, Paladino, Gormeley, Longobardi, Galliani, Nava, Schnabel). Qui, mi permetto di suggerire al lettore appassionato, si evidenzia l’utilità epocale del web, che, solo dall’ultimo trentennio, consente una navigazione ipertestuale, permettendomi/ci, prima di leggere la poesia, di rintracciare l’opera a cui si riferisce e in tale maniera consentirmi/ci di godere sia l’opera e sia la versificazione di Cucchi che esprime la sua personale reazione mentale e linguistica alla visione dell’immagine riprodotta ( a volte, il poeta si è collocato de visu, di fronte alla creazione, come nel caso  dei Sette palazzi celesti di Kiefer o della Montagna di sale di Mimmo Paladino). Conviene riportare alcuni testi, qui riproposti con l’immagine. Di David Hockney, A Bigger Splash diventa la poesia Mi guardo attorno nel gioco:

Mi guardo attorno nel gioco/ vivo e delicato di tutti quei colori/ e mi attrae la solitudine strana / di quegli spruzzi e laggiù, /quasi indifferenti, quegli stecchi / eppure dolcemente fronzuti. /// Ma perché, poi mi chiedo, in questa / accogliente immagine nel sole / che mi invita, la muta geometria / di quelle forme e davanti alle vetrate / buie quella sedia desolata che forse / sarà in mia attesa? Poi mi rincuora / // la luce dell’insieme e l’aria / di vacanza e così, nuotatore / comunque sprovveduto, salgo / su quel giallo proteso e mi godo / il ristoro pacifico e piatto / di un azzurro in cui prima /// mi specchio e poi mi accoglie.

O si legga l’altra dedicata al Sacco di Alberto Burri, composta di due sestine ed una quartina, con interna citazione di Raboni:              

Questo povero tessuto ci somiglia, / oggetto elementare, inatteso che turba / l’occhio di norma educato, / vanamente selettivo, come leggendo / il poeta che scrisse “questo sporco / catino dove mi lavo le mani”./ // Eccoci al fisico senso ruvido, quel poco / abrasivo che è il più vero dell’umana ora /// nel suo colore anonimo, nei grumi / o nello strappo, nella macchia che appare. /// Lacerazioni dove si incrostano i residui / in tracce del quotidiano esserci, in una strana / geografia umilissima che allude, / che allude e insieme ci racconta, / racconta questo precario nostro sacco / di pensieri, di sentimenti e cose. Qui con maggiore evidenza richiamerei l’abbassamento che sempre opera il Cucchi; lo sprofondare nel quotidiano, nella nostra ‘geografia umilissima’, nel dare un caravaggesco rilievo ai residui ed alle croste sporche, nell’illuminare le rughe sbrindellate del tessuto la cui povertà ci rassomiglia e funge da specchio al miseria giornaliera del nostro esserci. E così Cucchi rivive attraverso i pittori di cui coagula il senso delle forme e si riallaccia, di striscio, anche all’ ‘umìle Italia‘ del mantovano Virgilio, che si intendeva di laboriosità terragna. Altro esempio sono le tre quartine dedicate allo Studio dal ritratto di Innocenzo X di Velasquez di Francis Bacon:

L’energia si sprigiona talvolta fragorosa, / la violenza si esprime persino irridente / e il tragico assume la tinta strisciata / dall’orrore dell’assurdo. Ossessivo lo spasmo///bestiale disarticola la figura e il volto/ fatto a teschio e una pioggia accanita / non ne attenua l’orrore e lo sguardo / perplesso, enigmatico del remoto modello/ // diviene l’urlo di una maschera ingabbiata, / nell’incubo di un corpo umano senza pace, / inchiodato, nel viola e nel bianco al suo sedile,/ nel paradosso grottesco di un’impotenza deforme. E’ tutto il crollo della teologia medievale sostenuta dalla Spaga con l’Inquisizione; è l’avvertito urlo della fine economica di un modello religioso che ha distrutto i nativi americani e avverte, con impotenza, lo spostamento del senso della storia in direzione protestante, fra Olanda e Inghilterra…  Avrà il lettore di che divertirsi, scavando in queste immagini e ricomponendone i sensi interagenti. Nell’ultima sezione, Mente cielo materia, che idealmente si riconnette alla parte onirica e centrale delle inviluppate ossessioni notturne, nel mentre si ripresenta il tema del rimuginare, dell’esistere come mediocrità serena, che non credo rinvii anche al sobrio epicureismo di  Orazio, il poeta, che si descrive come viaggiatore vile, ci rappresenta la sua vita quotidiana, avviluppata e trafelata ‘nell’opaca / trafila delle cose’, che è altro cogente innesto da V. Sereni, altro nume del suo operare scrittorio. La presenza della parola ‘ cielo’ qui lascia un varco all’ottimismo, se non proprio a territori, mentali e spaziali, che gli appaiono come ‘silenziosi labirinti’ da cui non sa se fuggire o fra cui sedersi tranquillo per farne parte. Non solo il tempo guarirà le contraddizioni ma forse la luce della poesia permetterà una più ampia sintesi in cui la molteplice realtà raffredderà le lacerazioni e il terrore dello sfinimento si calmerà in un acquietarsi che si riveli dolce, da affrontare ad occhi aperti.

Antonio Lotierzo

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