È di imminente pubblicazione per i tipi di Edizioni Transumanti In una vita, romanzo di Vincenzo Dimilta, con prefazione di Donato Loscalzo.
Si tratta di un racconto pieno di umanità, che ripercorre attraverso gli accadimenti del Novecento l’intera esistenza di Giuliano Dimilta detto A’ Marzano, nel modo accetturese che richiede l’uso del cognome materno per identificare una persona (e io trovo che il matronimico denoti un forte sentimento ancestrale).
È un romanzo, per meglio dire è una biografia romanzata, ma è anche un piccolo trattato di storia contemporanea ed un ricchissimo trattato di storia locale.
È appunto il racconto di una vita intera: dalle prime avventure di Giuliano che corre bambino per i vicoli del quartiere Scarrone (“Giuliano, sempre come il vento! Dove stai correndo?”), alla prematura scomparsa del padre del protagonista reduce dalla prima guerra mondiale, alle disavventure a Napoli durante la leva, fino agli orrori della guerra e della prigionia vissuti direttamente, alle vicende di emigrazione, alle separazioni e agli addii, all’impegno politico e sindacale.
La storia inizia con le rocambolesche avventure giovanili, senza tuttavia tacere nulla, sin dal principio, di quella umanità umile e piegata che visse nella prima metà del secolo nella Basilicata rurale. E da questa prospettiva ed ambientazione particolare, partendo da Accettura, il racconto si dipana via via, inaspettatamente, fino ad eventi storici di portata generale e mondiale, crudi e disarmanti.
È un romanzo di esordio, lo sviluppo narrativo è imprevedibile ed avvincente, come attestano i numerosi riconoscimenti che l’opera ancora inedita ha collezionato negli ultimi anni nell’ambito di vari premi letterari nazionali.
È possibile quasi rintracciare echi di scrittura pavesiana nel racconto sincero dei traumi che la guerra lascia nell’animo degli uomini, dei rifugi notturni di fortuna in fuga. Assonanza confermata dai fatti: il manipolo di soldati lucani tra cui vi è Giuliano è spedito proprio a Santo Stefano Belbo, patria di Pavese, prima di prendere la volta dei Balcani.
Il racconto restituisce il carattere di Giuliano con una carica ideologica fortissima; Giuliano sin da bambino è altruista, generoso, difende gli ultimi, è fedele ai principi e tale sarà fino alla fine. Proprio la sua integrità (“La coscienza gli si rivoltò nuovamente contro. Anche lui era capace di uccidere?”) lo porterà, per la sua contrapposizione alla Repubblica Sociale, alla prigionia in un campo di concentramento in Germania.
È in questo momento della vita di Giuliano, nel cuore delle pagine e nel centro della narrazione, che si pone la spinta di sopravvivenza, il motore che attraversa l’intero romanzo. Il titolo infatti inizialmente avrebbe dovuto essere un altro – ne rimane traccia nell’intitolazione di un capitolo – l’episodio è questo: un giorno nel campo di prigionia Giuliano, tenace e arguto, trova un modo per recuperare scarti di cibo per sé e per i propri compagni di sventura, ma è intercettato da un soldato tedesco che lo aggredisce eppure lo risparmia mentre lui in terra leva le mani in segno di resa e supplica. Lo risvegliano dal torpore dell’agonia che lo coglie poco dopo, in pieno inverno, il profumo delle ginestre e il sorriso della sorella minore Rosa, che riaffiorano dal ricordo e lo richiamano al presente; Giuliano è dolorante, ma guadagna metri trascinandosi, riesce a raggiungere la camerata, gli amici. Ed è così che Giuliano battezza farfugliando quel giorno di inattesa grazia “il più bel giorno”, dando prova di intima comprensione e gratitudine per essere rimasto in vita.
Primoleviano è dunque il racconto della prigionia nei lager e dei riti macabri che vi avevano luogo, dello stato morale che ne seguiva (“Dal lager non si esce come si è entrati. La nuova condizione di libertà appariva identica alla precedente schiavitù, le emozioni erano anestetizzate”).
Un aspetto curioso è che l’intero punto di vista del racconto è in prima persona, ma l’io narrante non è quello del protagonista. C’è una prossimità che si intuisce sin dalle prime righe tra l’autore e Giuliano a’ Marzano e il disvelamento conclusivo riesce straordinariamente asciutto e fiero: “Io sono uno dei cinque figli”.
I dialettismi e la resa fedele dei modi del parlato accetturese catturano senza forzature una lingua ricca, spontanea e calda ed amplificano il valore del testo che è pure testimonianza dei dialetti piemontese, toscano, del tedesco, del fiammingo, tante lingue quanti sono i viaggi di Giuliano in Italia e in Europa. Nota di lettura, la mancata traduzione del tedesco o del fiammingo restituiscono al lettore con immediatezza l’isolamento linguistico. Anche noi che leggiamo finiamo per sentirci in terra straniera.
Allo stesso modo ricca è la trattazione sociologica e storica che emerge dal romanzo: le abitudini nei campi, gli usi antichi – ricordavo ad esempio anche io di quell’antica regola di Accettura che richiede per l’ambasceria d’amore di indossare le calze rosse; il rito della macellazione domestica del maiale, sospeso nei periodi di lutto; la tarantella dei soldi scomparsa dagli sposalizi, messa in scena oramai solo per celia; il calcolo delle fasi lunari per una buona agenda delle attività nei campi e non solo.
Affiora pure, nel racconto di Vincenzo Dimilta, una buona parte di gravosi temi sociali ovvero la dispersione scolastica per effetto della costrizione del bisogno, il lavoro nei campi sin dall’età infantile (episodio di struggente tenerezza quello di Giuliano in errore a separare grano e gramigna), l’emigrazione, le condizioni di lavoro nelle miniere in Belgio, i crolli e la sorte dei sepolti vivi.
Trovano poi spazio l’aneddotica della storia locale e dei paesi vicini; la repertoriazione dell’anno in cui alle elezioni il partito di sinistra ad Accettura impiegò l’effigie del patrono san Giuliano per vincere la forza persuasiva dello scudo crociato ammantata di religione e cattolicesimo. La contrapposizione di Giuliano a De Luca, latifondista di quei luoghi, è netta e senza sconti, tuttavia è superata dalla nobiltà di Giuliano che arriva persino a salvargli la vita, attirando su di sè accuse di tradimento dai compagni di lotta sociale e politica.
È immancabile infine la celebrazione autentica dell’amicizia (Mimì, i commilitoni Angelo e Nicola) e di tutti i legami che per sincerità e slancio permettono di sopravvivere alle circostanze avverse.
Non manca, come detto, l’impegno politico e sindacale, che sottrae energie emotive ed anche tempo per la famiglia, quando Giuliano è ormai diventato marito e padre. La trama si avvita un poco sulla fine, quando prendono il sopravvento amarezza e disillusione per un cambiamento percepito come irreversibile.
Se non bastasse tutto questo a chiunque per avere questa lettura nel cuore, io ho anche una ragione personale. Ho realizzato, con troppa dolcezza e troppo tardi, solo a metà lettura, che la sorella minore di Giuliano, Rosa bambina, Rosa ricordo che richiama alla vita, Rosa sartina e sposa di Vincenzo il ferraro, è la zia Rosa che conosco io, anziana forte del mio vicinato. Accade che i romanzi così commuovano anche per questo, perché avvicinano enormemente storie del passato al presente.
Quella di Giuliano Dimilta avrebbe potuto essere forse tra le Vite minuscole raccontate da Pierre Michon, e come le altre vite minuscole presenta la sua millimetrica epica, statura e grandezza. Con una differenza, in questo caso il tempo ha riscattato l’anonimato di una semplice e umile esistenza contadina riconoscendo la sua dedizione alla lotta di giustizia, che come tale è stata proclamata.
Il 2 giugno 2023 Giuliano Dimilta è stato infatti insignito della medaglia d’onore alla memoria della Presidenza della Repubblica per essersi rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò e per tale ragione arrestato e deportato.
Maria Grazia Trivigno
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“Un ragazzo ben vestito, con pantaloni corti, scarpe lucide e camicia inamidata, si intratteneva vicino al padre che discorreva con amici. Vincenzo si bloccò, il maggiore proseguì senza accorgersene. L’inedita vista del cono gelato impugnato dal rampollo degli Spagna che lo leccava e socchiudendo gli occhi azzurri, se lo gustava godendo profondamente di quella fresca dolcezza, impagliò il fratello di Giuliano che, invece, gli occhi castani li sgranò e aprì la bocca, incantato da quella visione e dalla vivida immaginazione di sapori paradisiaci. Solo quando il fanciullo dai boccoli d’oro si voltò infastidito, quello bruno si destò e raggiunse di corsa il fratello, inseguito dall’irresistibile desiderio di bontà:
«Giuliano? A cosa somiglia il sapore del gelato?».
«Somiglia tanto all’ingiustizia».”




