Spettatori di un’agonia: il naufragio dell’empatia nell’era del True Crime

È un fenomeno sotterraneo, quasi impercettibile finché non ci esplode davanti, ma innegabile nella sua cinica evidenza: siamo testimoni della nascita e del consolidamento di un vero e proprio “marketing del dolore“. Non si tratta più solo di informazione, e nemmeno di semplice curiosità. Il “caso Garlasco“, e purtroppo molti altri che lo hanno seguito, è diventato il prototipo di un meccanismo perverso: la trasformazione radicale e sistematica della cronaca nera in una forma aberrante di True Crime Entertainment. Quando una tragedia umana, intrisa di sangue e disperazione reale, esce dalle aule di tribunale – luoghi deputati alla ricerca asettica della verità giuridica – per entrare nei teatri della televisione o nei palinsesti dei podcast, subisce una mutazione indegna. Non è più un fatto da comprendere, ma un prodotto da consumare. E per essere consumato, deve essere narrato.

La prima azione di vivisezione effettuata su una tragedia è la narrazione a puntate. La vicenda, complessa e frammentaria per natura, viene smontata dai “creativi” mediatici e rimontata ad arte. Si creano archi narrativi, si introducono finali che lasciano in sospeso alla fine di ogni talk show o episodio, proprio come se ci trovassimo davanti a un romanzo giallo di Agatha Christie o a una serie TV di Netflix. C’è una ricerca ossessiva della suspense, anche a costo di forzare la logica o di enfatizzare dettagli irrilevanti. La verità non è l’obiettivo, ma il motore che tiene accesa la macchina dello share. Se la verità è noiosa o troppo rapida, la narrazione la dilata, la complica, la rende “spettacolare”.

La mutazione oggi compie un passo ulteriore, approdando fisicamente nei teatri. Qui non ci sono attori a recitare un dramma di finzione, ma gli stessi giornalisti che, abbandonata la scrivania della redazione, salgono sul palco per raccontare l’inchiesta dal vivo. La cronaca nera di Garlasco diventa così un evento live, un monologo o dialogo di fronte a una platea pagante. Sebbene l’intento dichiarato sia l’approfondimento, l’effetto è quello di trasformare il processo in un tour, il dubbio giudiziario in una serata culturale e la tragedia di una famiglia nell’attrazione principale di un cartellone teatrale. Il dovere di informare si mescola pericolosamente con la performance.

In questo contesto, persino la possibilità di un errore giudiziario – uno dei temi più delicati e drammatici di qualsiasi sistema civile – viene svuotata della sua gravità per diventare benzina sul fuoco dello share. Il dubbio sulla colpevolezza non genera una riflessione pacata o un’analisi rigorosa dei fatti; al contrario, viene cavalcato per creare tifoserie contrapposte. Ci si divide in fazioni, come allo stadio: colpevolisti contro innocentisti. La ricerca della verità, che dovrebbe essere un cammino tortuoso e rispettoso, si trasforma in uno scontro tra opposte fazioni che urlano la propria sentenza sui social o nei salotti TV. L’eventualità che un uomo possa essere stato condannato ingiustamente o che un colpevole sia libero non è più un fallimento dello Stato da analizzare con cura, ma un “colpo di scena” per mantenere alto l’interesse del pubblico, alimentando un accanimento che nulla ha a che fare con la giustizia.

In questa fabbrica dell’orrore, avviene la metamorfosi più dolorosa: la perdita dell’umanità. Gli esseri umani in carne e ossa, quelli che soffrono, che piangono, che restano mutilati nell’anima, smettono di esistere come tali. Vengono ridotti, con una violenza simbolica inaudita, a dei puri e semplici “personaggi”. Ogni loro gesto, ogni silenzio, persino un dettaglio estetico o un’espressione del viso durante un funerale, non è più un sintomo di dolore, ma un elemento di sceneggiatura da analizzare. Ci ergiamo a critici letterari della sofferenza altrui, recensendo l’autenticità di una lacrima come se stessimo valutando la performance di un dolore. Il dolore smette di essere sacro e diventa un contenuto. Tutto questo è alimentato da un sistema mediatico che ha confuso, o forse ha scelto deliberatamente di scambiare, il sacro diritto-dovere di informare con la necessità commerciale di fare share. È una deriva cinica e pericolosa. Sotto accusa c’è un meccanismo che, per un punto di ascolto in più, è disposto a calpestare la dignità di chi quella tragedia l’ha vissuta sulla propria pelle. L’intervista morbosa, la telecamera fissa sul volto, la speculazione sulle ipotesi più atroci: sono tutti strumenti di un marketing che si nutre di dolore, trasformando il lutto in intrattenimento nazional-popolare.

Ma il riflettore maggiore, il più deformante, si accende sui social media. Alimentata e legittimata da questo spettacolo ininterrotto, si scatena la giuria popolare. Non siamo più spettatori, ma partecipanti attivi di un macabro gioco di ruolo. Tutti si ergono a giudici, pronti a emettere condanne definitive tra un commento sulla foto e l’altro. Si punta il dito contro chiunque, arrivando a giudicare persino il modo in cui gli altri affrontano il proprio dolore. C’è chi critica il fratello perché tace, chi analizza i silenzi come se fossero prove di colpevolezza, dimenticando che ognuno ha l’inviolabile diritto di soffrire come vuole, lontano dai riflettori e dal giudizio altrui. Il rispetto che la morte e la sofferenza meriterebbero è stato sostituito da un rumore mediatico assordante e da un cinismo da tastiera che ci rende tutti complici.

Garlasco, come ogni altra tragedia umana che ha avuto la sventura di diventare virale, non è un romanzo. Non è un giallo da risolvere nel tempo libero. È una ferita aperta che merita rispetto, silenzio e pietà, non applausi da studio televisivo o sentenze social sputate con leggerezza. Dobbiamo, come lettori e spettatori, ritrovare la nostra bussola morale. Dobbiamo imparare a chiudere il libro della speculazione quando la storia diventa troppo intima, troppo reale per essere consumata. L’unico atto di civiltà che ci resta è restituire il silenzio a chi ne ha diritto.

Luciano Nota

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