Davide Susanetti, “Il talismano di Fedro – Desiderare, vedere, essere”, Carocci editore – 2021, lettura di Gabriella Cinti

IL TALISMANO DI FEDRO, COPERTINAgLa lettura di questo libro offre valenze ben più profonde di una riflessione filosofica, pur acuta e rigorosamente argomentata e ci dischiude originali orizzonti sulle sorprendenti caratteristiche platoniche dell’anima. Davide Susanetti indaga la corporeità metafisica della “psyché” – apparentemente contraddittoria – individuando in quel desiderio che in italiano ha così poche parole per esprimerne le preziose sfumature semantiche, la chiave di volta del compimento dell’essere e del continuo divenire dello spirito. Già dall’inizio del libro, compaiono tre fulcri interpretativi, non solo del Fedro in sé, ma che sembrano porsi come pilastri di una comprensione del mondo e della conoscenza in quanto tensione verso l’oltre: “il desiderio, l’immaginazione mitica e la visione”. Perché anima e idea dimorano nell’oltre e nell’al di qua possiamo avere solo deboli percezioni della loro luminosa entità. Ma il viaggio verso il disvelamento ontologico comporta un percorso iniziatico di totale trasformazione, all’insegna dell’amore, quale fiamma che immette nel nucleo profondo della vita, quel paradiso dell’intero onnicomprensivo, che riesce a fondere le polarità umane più antitetiche. Susanetti ci invita a cogliere e leggere l’opera di Platone come un percorso iniziatico di metamorfosi identitaria, facendo appello a facoltà extra-razionali, doni sottili per accedere al disvelamento iniziatico. Fortemente indicativo come proprio l’AMORE si presenti come uno strumento di conoscenza, perché in esso si attua quella inusitata convergenza tra un logos che dovrebbe essere incorporeo e una parola come emanazione di un corpo d’amore. Per sviluppare questa sapienza che reinventa la vita, riscoprendola in modo inedito – come quando si dismettono le proprie radicate abitudini – occorre tuttavia rendersi straniero al consesso, ma soprattutto emanciparsi dalle cose e dalle esperienze abituali. Susanetti illumina come tale sapienza, abbracciando in pieno l’incanto del racconto mitico, esuli “dall’ordine della esattezza” per mostrare “alla psuché la natura del desiderio e la traccia del suo destino”, perché il mito “comunica sempre il sentimento del tutto” e affidandosi ad esso si può conquistare una salvezza più duratura ed espansa. E al desiderio inteso come irresistibile brama, si lega anche quel concetto di anima che Socrate mette in luce e che Susanetti fa scintillare in parole di luce, mettendo a fuoco una coincidenza inaudita tra dimensioni diverse dell’essere: la Parola, il desiderio, l’Idea come luogo della verità e la bellezza. Tutto sembra fondersi nelle peculiarità ermeneutiche qui messe in luce. L’anima, per Socrate dunque, non è distante dal corpo ma lo attraversa, se ne serve come un medium in direzione di un amore che è pensiero di verità e piacere estetico insieme. L’esaltazione della manìa accomuna l’innamoramento e la creazione poetica, la tensione verso il divino e verso lo spirito. La bellezza assume le fattezze del mistero da cui l’anima e gli umani sono fatalmente attratti. Ecco che Susanetti ci rivela le sue incredibili, modernissime caratteristiche – junghiane ante litteram -, l’ essere appunto l’anima “creatura anfibia, una sostanza che tocca e riunisce gli opposti, creando quella relazione che è la trama stessa del mondo”. Anima alata, nel famoso mito dell’auriga, essa corre il rischio di contaminarsi nel molteplice delle difformità umane, perdendo l’armonia divina, la suprema taxis che si osserva per esempio in astronomia, il luogo (o meglio “la pianura”) della festa degli dei, festa compiuta perché dimora sovrana della verità a cui l’anima può accedere solo per “folgoranti intuizioni”. La misura della visione o della contemplazione distingue gli umani in due categorie, quella più privilegiata, degli uomini dediti alle Muse, e quella di tutti gli altri, che conservano in modo molto differenziato e diminuito in intensità, le tracce di questo contatto divino. In realtà, per cicli successivi, gli uomini cadono nell’opaco dell’assenza di visione, nella nostalgia della “luce perduta”.

Il passaggio successivo, quello della visione iniziatica che si produce nei Misteri, illumina il necessario percorso dell’anima verso quel compimento che attraversa prove sacrali per accedere a quello stato di “perfetto” di cui parla Socrate. Esso consiste in un ritorno allo splendore della verità ma attraverso il “pathos”, non la ragione, attraverso il rivivere quella luce in se stessi. Infatti, il Nous platonico non è freddamente speculativo, come ci sottolinea l’autore, ma vive lo stesso ardore, lo stesso “slancio di vita” (e come non pensare all’élan vital di bergsoniana memoria?). In modo apparentemente paradossale (in quanto culmine di un’attività della mente che dovrebbe essere formulata in modo esplicito ), scopriamo che la conquista dell’eidos avviene “in un’immediatezza senza parole”. Tutto questo sembra essere il potenziamento di uno stato emozionale, tuttavia accresciuto da un immenso valore filosofico. Anzi lo stato è proprio quello della passione d’amore, perché la brama di visione è connotata come “erasmiòtaton” (amabilissima, amorosissima, come mi piace tradurre questo superlativo) come sottolinea Susanetti. Ecco che si fa strada una coincidenza tra il Nous e il trasporto amoroso, spinto fino alla follia, come condizione di accesso al mistero, anzi in un entusiasmo che si rinnova sempre non perdendo la sua potenza, anzi rafforzandosi nel suo moltiplicarsi ed espandersi. Commovente l’illuminazione sulla democrazia dell’amore di Susanetti, che evidenzia l’ affermazione di Platone :“ a ogni anima è avvenuto di vedere”, come un invito a non dimenticare tale possibilità per gli uomini di rivivere questa eccezionale condizione. Tale sacra visione prende le mosse dalla contemplazione della bellezza dell’amato che epifanicamente rappresenta “il dio stesso cui l’anima appartiene” e al contempo l’amore disvela il dio che scende in chi ama, in uno specchio reciproco all’insegna del divino. La possessione d’amore è una doppia rivelazione e conduce a quella compiutezza degli amanti che è uno stato del tutto sacro. E tutto parte da una scintilla gioiosa (l’innamoramento ne è una probante metafora) che procede nel ricreare l’armonia superiore, in un percorso iniziatico di progressiva intensificazione e ritualizzazione, secondo cui “l’invisibile si fa visibile” e la vita ritorna intera. Questo crescendo è un aumento d’anima pur attraverso le forme del desiderio, di per sé insaziabile, di un desiderio anche corporeo, erotico in senso proprio. Siamo condotti da Susanetti in questo suo straordinario viaggio nel Fedro a mirare la bellezza del suo “talismano”, quel dono di perfezione d’amore in cui “anima e materia, corporeo e incorporeo”, si fondono in una sublime trasformazione. Certo che le riflessioni sulle antinomie del dionisiaco rivelano la complessità di tale vitalità, su cui non mi soffermo, ma che ci portano nelle profondità oscure dell’eros e della zoè. La tensione verso l’holon – l’intero bramato nell’eros – rinvia alla dialettica umana che insegue l’ousìa, la Sostanza ontologica, che invece continua a sfuggire: solo la convergenza dell’istante illuminante, può far raggiungere la perfezione dell’essere. Pensiero e amore in assoluta convergenza, “synousia” in un certo senso. Straordinaria confluenza cui dovremmo più spesso abbeverarci per sanare una dicotomia che è difficile abbandonare, quella della differenza e della incompatibilità tra ragione e sentimento. Un punto di vicinanza è in quel bellissimo concetto del “discorso vivente”, per cui la parola umana dovrebbe animarsi di quel calore del corporeo che manca alla scrittura: secondo Susanetti infatti, essa “è segnata da un vuoto” di quella “presenza di corpi e anime, di energia e desiderio che fluiscono insieme alle parole”, perché “è solo nella vita che accade di essere” e nella scrittura non risuona la bellezza del desiderio vivo e pronunciato, quella “perfezione che attende di essere raggiunta oltre la pagina”. Questa la vera natura del Fedro e in generale dei Dialoghi” (sic!!) platonici che conservano viva l’immediatezza di una ricerca palpitante di discorsi viventi e Susanetti ce ne ha fatto respirare la freschezza, la fisicità di un pensiero di voce e di corpo. Non seguiremo l’autore nei cammini laterali e suggestivamente evocativi in cui il paradigma del Fedro è da lui riscontrato, perché il mio intento era di focalizzare l’attenzione su questo binomio logos-eros che pone il desiderio come motore del mondo fisico e di quello intellegibile, e sull’esperienza del divino attinta attraverso un compimento che sublima l’umano. Linguaggio ardente al pari dei contenuti che esprime, il libro di Susanetti assume la funzione antroposofica di un viatico verso l’Assoluto che ci esorti a diventarne degli aspiranti adepti, a ricordare ciò che eravamo o che potremo diventare e che il paradiso è a portata di tutti. Cogliamo dunque l’invito sotteso a fare della dimensione iniziatica una sorta di condotta etica, un cammino di abbandono alla pienezza dell’essere attraverso la sapienza dell’amore.

Gabriella Cinti

Davide Susanetti insegna Letteratura greca all’Università di Padova. Si occupa prevalentemente di tragedia greca, Platone, letteratura tardo antica, pensiero esoterico e simbolico. Tra i suoi libri più recenti ricordiamo Favole antiche (2017), La via degli dei (2017), Il teatro dei greci (2018), La felicità degli antichi (2018) e Euripide (2019). Il talismano di Fedro (2021)

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