Cinque poesie di Antonio Calbi (Penny) da “Libro Rosso – La canzone del nino muerto”, Sarapar, nota di Donato Loscalzo

downloadAntonio Calbi colora con i suoni una nenia ancestrale, un mondo di immagini che si infilano tra le sue parole e i suoi quadri come perle di un rosario antico, immagini che risalgono al Bing-Bang e attraversano la storia dell’umanità fino a una sua ridefinizione archetipica che è quella del Cristianesimo. Una prima sezione di questo Libro rosso giustappone immagini a poesie, una seconda, invece presenta nella stessa pagina Aiku e dipinti; in una terza, breve, sono raccolti dei Sonetti, a tema tra il religioso e il mistico scavo nell’incestuoso amore per la madre fino al guanto velato che appare come ricerca di protezione; e una quarta confluisce in un apparente disordine di Poesie sparse. La fusione dei piani tra l’occhio e l’orecchio è già nella lirica posta all’inizio:

Loro non parlano
perché non hanno orecchie.
Non ascoltano perché
non hanno lingua.

Una confusione di sensi, una sinestesia che si profila come anestesia, una paralisi che confluisce in un sentire nuovo, un abbandono alle suggestioni della distanza. E proprio la distanza è principio di questa ricerca: un allontanamento progressivo dalle cose e dalle esperienze che ha il sapore della rielaborazione di un lutto. Ci sono vari livelli per accedere a questa arte. Un’impressione iniziale è di esplosione di colori che bucano lo spazio del quadro, un movimento lento tra contorni e linee all’apparenza veloci, ma che sono frutto di una ricerca ossessiva di perfezione, quasi una mistica connaturata all’artista. Un’ansia di assoluto allo spettatore infonde contemplazione in prima istanza e domanda poi, una domanda urgente che ha in sé le radici della mancata risposta. Nella poesia d’inizio L’impiccato, l’autore dichiara che la sua arte è fuga da una solitudine popolata di fantasmi e “deflorata”, uno spazio altro, quindi, dove si conciliano vita e morte in un annullamento reciproco. […]

Donato Loscalzo

SERA

L’ombra della sera
si rischiara.
Sarà forse la luna,
o la gioia dei tuoi occhi?

*
Dei rintocchi
sono ora i miei passi,
e l’anima mia
persa tra mille voluttà.
E’ sera.
Ed ogni cosa è al suo posto.

*

Qui tutto è sonno,
anche l’acqua dorme.
E tu sei venuta a visitarlo.

Il risveglio si fa presto,
ma una nube
lo contrasta contro il vento.

E’ l’alba. E non tutto si fa chiaro,
ma i sassi appesi e l’acqua che scorre…

Il futuro del domani arriverà.

*

Di quale amore si tratta?
di quello, ricorda, che l’ha fatta
impiccare nelle acque. Ma lo sposo è appassito
(decadenza di una senilità atavica).

Grigio è il fuoco che mi appartiene.
Scorrono lividi i fiumi; tu, cenere,
sposa e bianca con la veste spasa. Nuda, ti vesti
di colori che l’arcobaleno posa sulle tue vesti
stanche e speranzose dell’avvenire dove
il Segnale di Costantino è costato l’ira dell’Imperatore
In Hoc Signo Vinces.

Ed allora il viola non va più bene e,
non esistono più i colori dall’altra parte.
Scegli, ci sono qui i colori, scegli, ma
il rosso fuoco accende quell’incendio mai spento.

*

Quando arriverai, poi, in Paradiso,
allora mi troverai.

LETTERA D’AMORE

Quando giunge l’azzurro,
lui mi attraversa
fino al ricordo di te.

Sentirai il profumo
delle aiuole. E’
settembre, è primavera.

Ho perso tanti fiori
per vedermi rinascere.
Seppellire le azioni,
sporcare la nostra tavola d’inverno,
ma assaporare il succo d’estate.

Tu ed io e poi tu. Io.

Pazzo dell’inverno, che
sa, però, sempre l’addio.
Quest’inverno che abbiamo
sulla pelle, nel cuore.

Le viscere le abbiamo ormai sepolte.

Le viscere sono quei
membri che si toccano
e si odiano perché
non sei una donna.
Io sono quel che sono.

Antonio Calbi

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