Pier Paolo Pasolini, “Padre nostro” da Affabulazione

All’inizio degli anni ’60 Pasolini diventa regista, dopo aver lavorato per anni come sceneggiatore. Il cinema pasoliniano assume come primaria la struttura della cronaca, la registrazione degli oggetti, dei volti, dei paesaggi. Alcuni film sono documentari sul cinema, sul teatro come cinema, oppure sull’attore. Pensiamo ad Uccellacci e uccellini, 1966; Che cosa sono le nuvole?, 1968. Anche la letteratura negli anni di cinema si trasforma, aprendosi all’aridità degli oggetti e dei modi quotidiani dell’esistere nell’Italia neocapitalista. Le sceneggiature dei film pasoliniani, pubblicate tra il ’61 e il ’70 (Alì dagli occhi azzurri e poi in singoli volumi) indicano il rapporto strettissimo che si viene stabilendo tra scrittura e cinema. Nel 1964 esce la raccolta poetica Poesia in forma di rosa. La poesia diventa (pur celebrando il motivo della diversità del poeta) illuminista, fredda, tecnologica, una sorta di integrazione del poeta nell’orrore. L’ultima speranza di riservare alla letteratura un ruolo liberatorio ed eroico vivrà nei testi teatrali Affabulazione e Pilade, scritti tra il ’66 e il ’69, ma usciti in volume nel 1977, due anni dopo la sua morte. Sono testi che sperimentano un’idea di tragedia come possibile incrinatura del sistema, dell’ordine occidentale. Affabulazione è una tragedia in versi liberi, otto episodi, più il prologo e l’epilogo. L’ombra di Sofocle, il sogno di un padre, industriale lombardo, che vuol tornare bambino e assomigliare al figlio per scoprirne le intimità e i misteri, misteri non risolvibili dalla ragione. Un padre, dunque, attratto dal figlio, ma che resterà inafferrabile nonostante i lunghi tentativi di modellarlo a sé. Sopravvive alle coltellate del figlio e a sua volta lo accoltella a morte. Il riferimento all’Edipo di Sofocle è evidente.

 

Padre Nostro

Padre nostro che sei nei Cieli,
io non sono mai stato ridicolo in tutta la vita.
Ho sempre avuto negli occhi un velo d’ironia.
Padre nostro che sei nei Cieli:
ecco un tuo figlio che, in terra, è padre…
È a terra, non si difende più…
Se tu lo interroghi, egli è pronto a risponderti.
È loquace. Come quelli che hanno appena avuto
una disgrazia e sono abituati alle disgrazie.
Anzi, ha bisogno, lui, di parlare:
tanto che ti parla anche se tu non lo interroghi.
Quanta inutile buona educazione!
Non sono mai stato maleducato una volta nella mia vita.
Avevo il tratto staccato dalle cose, e sapevo tacere.
Per difendermi, dopo l’ironia, avevo il silenzio.
Padre nostro che sei nei Cieli:
sono diventato padre, e il grigio degli alberi
sfioriti, e ormai senza frutti,
il grigio delle eclissi, per mano tua mi ha sempre difeso.
Mi ha difeso dallo scandalo, dal dare in pasto
agli altri il mio potere perduto.
Infatti, Dio, io non ho mai dato l’ombra di uno scandalo.
Ero protetto dal mio possedere e dall’esperienza
del possedere, che mi rendeva, appunto,
ironico, silenzioso e infine inattaccabile come mio padre.
Ora tu mi hai lasciato.
Ah, ah, lo so ben io cosa ho sognato
Quel maledetto pomeriggio! Ho sognato Te.
Ecco perché è cambiata la mia vita.
E allora, poiché Ti ho,
che me ne faccio della paura del ridicolo?
I miei occhi sono divenuti due buffi e nudi
lampioni del mio deserto e della mia miseria.
Padre nostro che sei nei Cieli!
Che me ne faccio della mia buona educazione?
Chiacchiererò con Te come una vecchia, o un povero
operaio che viene dalla campagna, reso quasi nudo
dalla coscienza dei quattro soldi che guadagna
e che dà subito alla moglie – restando, lui, squattrinato,
come un ragazzo, malgrado le sue tempie grigie
e i calzoni larghi e grigi delle persone anziane…
chiacchiererò con la mancanza di pudore
della gente inferiore, che Ti è tanto cara.
Sei contento? Ti confido il mio dolore;
e sto qui a aspettare la tua risposta
come un miserabile e buon gatto aspetta
gli avanzi, sotto il tavolo: Ti guardo, Ti guardo fisso,
come un bambino imbambolato e senza dignità.
La buona reputazione, ah, ah!
Padre nostro che sei nei Cieli,
cosa me ne faccio della buona reputazione, e del destino
– che sembrava tutt’uno col mio corpo e il mio tratto –
di non fare per nessuna ragione al mondo parlare di me?
Che me ne faccio di questa persona
cosi ben difesa contro gli imprevisti?

Pier Paolo Pasolini

 

 

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