Cinque poesie di Sergio Bertolino da “Chiave di volta”, Nulla Die – 2018, nota di Leonardo Guzzo

9788869151354_0_0_626_75-copiaPersonale e bruciante. La poesia di Sergio Bertolino segue la via dell’introspezione e agita passioni, spettri, tensioni intime ed essenziali. È poesia dialettica: nasce da una ferita, da una disillusione ed esprime un voto coriaceo di incanto:

[…] Alla notte oscura
è sopravvissuta la grazia
di un infante…

È questo infante, questa fiera disperata purezza che sa «sciogliere i nodi celesti» e «ardere nell’alta vampa» a guidare il poeta (e il lettore) nel viaggio. Un percorso iniziatico, di Astolfo sulla luna o Dante nelle viscere della terra, tra sibili di malinconie, fiamme di collisioni e naufragi, bagliori di resistenza, rigurgiti di dolore e di furore che restituiscono la poesia alle sue attitudini più nobili: antidoto alla solitudine e all’alienazione, tramite di una profonda conoscenza, una profonda rivelazione di sé:

Non mi volgerò altrove. Saprò soffrire
di me stesso. In fondo non chiedevo di meglio:
un giogo aureolato, una tregua da spezzare.

Alla radice dello slancio poetico di Bertolino c’è, in effetti, una forte tensione esistenziale e morale: la ricerca di un oltre, di un’eternità seppur fugace, di una breccia nell’opprimente «sono un uomo solo un uomo» che «l’arte di vivere» — le sue storture, i compromessi, le mutilazioni — tutti insieme impongono. La ricerca del varco, come una bocca d’Averno o una via dietro lo specchio, passa necessariamente attraverso l’esperienza insolita, il tradimento dell’identità che la fa splendere di nuova luce, la contaminazione:

Corteggerò lo sporco, l’arduo, il difforme,
quel che si affaccia al nonsenso
per metterne alla prova il nome…
[…]
così disumanamente umano,
così umanamente disumano,
raccolgo il guanto della sfida.

Tutto serve «a cucirmi una nuova maglia di percezioni», dice l’autore, secondo un paradigma di esplorazione, di precarietà, di estremismo cui non sono estranee, da una parte, suggestioni di una moderna vita on the road e dall’altra un senso greco del dionisiaco, della pazzia divina che fa trasumanare, dell’esaltazione percettiva indotta dalla «eterea cantina di Tiche» e finanche da «punte lisergiche». Le soluzioni espressive spaziano da forme più tradizionali a esiti sperimentali, dal taglio classico all’ibridazione con l’inserto grafico, l’effetto visivo del segno e del disegno. E però la varietà formale si risolve in una evidente unità di ispirazione. Il tono è intriso di una sacralità ancestrale, l’amore, la nostalgia, la pena, l’oblio sono decantati, nei modi di un continuo inno. Tutto stilla in una coppa di pienezza e inquietudine, un vasto sommovimento che serve a «dare un nome all’io». Oltre le avventure del contingente, Chiave di volta punta al luogo dell’anima immortale: «non so se dentro, fuori o in nessun posto».

Leonardo Guzzo

 

 

Ha l’esatta misura del cerchio,
l’elementarità della privazione.
Passando per l’infera muraglia
raschiava fondi d’illusione;
un goccio di haoma
accanto alla jeep in fiamme
nel viale alberato,
celando fra i capelli un Eldorado di larve
fantasticava di tradurre Michel de Montaigne
su brande fumanti tabacco in altopiani stellati.
L’intenzione grandiloquente,
l’argomentare definitivo dell’estate
— florilegio di sere invogliate per caso —
non contano. La sua sintassi decomposta nel sonno
è Oniro ucciso con gli occhi di un’altra,
l’incanto che agonizza sul selciato.

*

Sia pure per poco
fallo, sciogli i nodi celesti
che t’imbrigliano le ali, ardi
[…] nell’alta vampa,
nel puro assolvimento.

*

La gola,
— ormai satura di gorgheggi…

— desolata
e insensibile. Di qui
le frasi interrotte,
l’arco anarmonico,
la linea dispersa in frantumi:
lustrini cadenti nell’ovale dello stagno.

Nessun canto.

La stasi dei muscoli facciali
tradisce lo sciacallo in seno all’intuizione.

*

Fa’ che sia oltre.
Perché tutto si risolve
in spreco e debolezza
— i limacciosi volani dell’aleph.
Oh impassibile turbinio…
in un profluvio di flash e brillantina —
dovrei temere che la notte
non riservi alcun’alba ulteriore
a questi occhi che immaginarono
un monumento perenne
per la coscienza e le sue doglie?

*

Perciò alza la veste
affinché mi aggrappi alle tue caviglie.
Portami via; non voglio
sapere. Chiuderò gli occhi e il vento
sarà la mia coscienza — amarti
è il privilegio che ho da te…

E in braccio al tramonto,
quando ci s’immerge in sogni condivisi,
lascia che dimentichi me stesso
quanto basta a ritrovarmi
coronato dei tuoi misteri… Così. Dolce e nudo.

S’io riuscissi,
coccolerei un ricordo prenatale
sdraiato sopra il corpo della luna;
immaginandomi un volto, gli direi:
«gioca, eternamente! Dissìmulati
nel genio dei bambini!
Già conosci ogni mossa.»

Sergio Bertolino

 

downloadSergio Bertolino è nato a Reggio Calabria nel 1984. Nel 2010 si è laureato con lode in Filologia moderna presso l’Università degli Studi di Torino. Insegnante, esperto di letteratura comparata, musicista e compositore, ha vinto vari premi di poesia e alcuni suoi testi sono stati antologizzati in volume e pubblicati su riviste e blog letterari. Nel 2018 è uscita per Nulla Die la sua prima raccolta di liriche, Chiave di volta.

 

 

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