Cinque poesie di Guglielmo Aprile da “Farsi amica la notte”, Giuliano Ladolfi Editore – 2020

9788866445425_0_221_0_75La silloge di Guglielmo Aprile ripercorre i toni del coro della tragedia greca per alcuni versi e per altri le Lamentazioni di Geremia: lo stile espressionistico si accorda con il dramma che sta vivendo l’umanità. Non esiste un’apertura di speranza. Il pessimismo non ammette deroghe. Se la realtà stessa perde di consistenza, non esiste possibilità di autenticità e il disfacimento è totale, globale, esistenziale; possiede soltanto un’identità “temporanea”, soggetta a mutamenti continui, una collocazione parziale: qualunque io diventa possibile in un processo di autocreazione e di autodistruzione inarrestabile. Ci troviamo oltre la fase della felicità o dell’infelicità della condizione umana. L’incertezza cosmica demolisce alla radice ogni possibilità di libertà, di scelta o addirittura dell’“essere”. Le categorie di “persona”, di “oggetto”, di “tempo”, di “società”, di “bene”, di “male” sono annullate in un caos antecedente il Big Bang. La problematica mina alle radici ogni tipo di epistemologia e coinvolge ogni elemento di libertà, di scelta, addirittura di assurdità, situandosi in un dimensione di totale “insignificanza ontologica” che investe la realtà assai prima ancora che il pensiero. È questa l’ultima spiaggia della deriva nichilista postmoderna? Esiste un ulteriore stadio? Esiste la tenue possibilità di una risalita? Il poeta non risponde, in questo momento si limita a rappresentare una propria visione del mondo in una tragica continuità con il suo percorso poetico. Non si tratta soltanto della rappresentazione di un particolare momento storico che sta vivendo l’umanità, la questione demolisce le radici dell’intera civiltà.

Giuliano Ladolfi

 

Panorama

Urla “Vivi” la radice del pino
conficcata nel suolo, e le fa eco
questa ressa di corpi
per le vie, che sfugge a una grande unghia
che li incalza, e in preda a una furia incongrua
di accoppiarsi o sbranarsi.

Alle finestre, il panorama invariato:
la folla lanzichenecca
si accanisce a fare a pezzi un giacinto,
gli annunci degli appartamenti in svendita
tappezzano a perdifiato
le strade frastornate
dalla rabbia dei veicoli in corsa;
e il compito di aritmetica
che non trova soluzione, o forse neppure iniziato,
su un quaderno abbandonato in un angolo.

 

Trampoli

Non sempre è così salda
la presa del cameraman (a volte
la mano gli trema) sull’obiettivo;
la linea di demarcazione
tra i pali della luce e la loro ombra
sull’asfalto, tra la pagina e il dito
che la sfoglia, tra il palcoscenico
e il pubblico, sembra
evaporare, farsi come
labile. E ti ripeti

che “un albero non è
che un albero, sono io quello allo specchio”,
in modo che il mercurio nel barometro
torni ai valori soliti; ma ormai

si è insinuato il sospetto, che ogni nostra
piramide si regga
su trampoli sottili, fragilissimi.

 

Unica prova

Chiudiamo a mani nude una falla,
o inganniamo l’attesa
che il nostro turno presto o tardi arrivi,
contando
i giorni da oggi a Natale,
o quante volte in un minuto in media
deglutiamo saliva –
solo questo
numero esatto e inutile,
unica prova che siamo esistiti.

 

Dostoevskij in Siberia

La neve che sigilla l’orizzonte
compie tutti i presagi,
avvera le paure.

Ma il perno che reggeva l’ingranaggio dei cieli
si è sganciato:
ora i resti di una detonazione
s’impongono sullo spazio comune,
occupano i banchi delle vettovaglie,
i depositi dei manufatti.

Il bivio è estremo:
o immergersi nudi nell’abbraccio della steppa,
o ritirarsi sul fondo di un pozzo.

 

Saracinesca

Immaginare cosa sia nascosto
dietro una saracinesca abbassata
e la mosca picchia infinite ore
contro un vetro, il filmato si interrompe
a metà della proiezione, sempre
sullo stesso fotogramma; smarrite
carovane incapaci di orientarsi
per le piane ostili della Meozia
sedotte dalle dicerie di un’oasi.
I sobborghi affascinano chi abbia
istinto di esploratore, o sia attratto
dalla speleologia sottomarina –
ma è un rischio, sviscerare sottintesi
nella mimica etrusca delle strade;
dal chiedere un pudore ci trattiene
che rappresenti il tatuaggio sul polso
della sconosciuta seduta accanto;
meglio il ritiro del referto a quando
avremo tempo rinviarlo. D’altronde
il nonno ce l’ha già narrata mille
volte la fiaba, che più diventiamo
adulti più ci fa paura, quella
il cui incipit ricordiamo benissimo:
“Una chiesa uscì senza calzini
dalla bocca di un gatto…”

Guglielmo Aprile

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