Tre poesie di Francesco Paolo Intini da “Faust chiama Mefistofele per una metastasi”, Progetto Cultura – 2020, commento di Giorgio Linguaglossa

Francesco Paolo Intini CopertinaFrancesco Paolo Intini è forse il poeta italiano che con più profondità e più severità costruisce le sue proposizioni poetiche mediante un sistema automatico di traslazione e tradimento del significato, con la sostituzione di quest’ultimo con un significato arbitrario. Il poeta pugliese parte dalla presupposizione che quando si costruisce una proposizione poetica non lo si fa per soddisfazione individuale né tanto meno sociale o collettiva, ma si entra in sistema generalizzato di produzione e di scambio di parole-valori codificati. Nel privato, nel domestico, nel pubblico la proposizione non è mai partecipe di alcuna zona di rifugio e di libertà dalle costrizioni linguistiche e, quindi, sociali, il soggetto/oggetto non smette mai di intervenire, anzi, esso pretende e impone una legittimità e un’identità per mezzo dei segni, e impone il proprio modello proposizionale, e mediante esso impone anche l’immanenza di una legittimità linguistica e valoriale totale e totalizzante. Lo scambio comunicativo nel linguaggio di relazione non è mai espressione libera, ma deriva sempre da un posizionamento linguistico coercitivo che si esplica all’interno di un sistema di differenziazione linguistica e sociale da cui non vi è via di uscita. Come non vi è il linguaggio perché vi è un bisogno individuale, allo stesso modo il consumo di linguaggio è una struttura di scambio, contemporanea al senso e al contro-senso, ed è su questa struttura-di-scambio che si articola l’intenzione individuale della parola e dello scambio linguistico. Ed è a questo punto che interviene, con un grimaldello, la struttura-di-scambio linguistico di Francesco Paolo Intini, un automatismo che rivela l’arbitrarietà del significato e del significante del linguaggio di relazione mediante la sostituzione del significato comunemente accettato con un significato posto dal soggetto operatore della articolazione proposizionale.

«A proposito di Robert Walser, Walter Lussi ha inventato il concetto di “esperimento senza verità”, cioè di un’esperienza caratterizzata dal venir meno di ogni relazione alla verità. La poesia di Walser è “poesia pura” (reine Dichtung), perché “rifiuta nel senso più ampio di riconoscere l’essere di qualcosa come qualcosa”. Occorre allargare questo concetto a paradigma dell’esperienza letteraria. Poiché non solo nella scienza, ma anche nella poesia e nel pensiero si allestiscono esperimenti. Questi non concernono semplicemente, come gli esperimenti scientifici, la verità o la falsità di un’ipotesi, il verificarsi o il non verificarsi di qualcosa, ma mettono in questione l’essere stesso, prima o al di là del suo essere vero o falso. Questi esperimenti sono senza verità, perché in essi ne va della verità».

Quando leggo i distici di Francesco Paolo Intini ho la medesima sensazione di Agamben che legge Robert Walser: «Questi [ esperimenti ] non concernono semplicemente, come gli esperimenti scientifici, la verità o la falsità di un’ipotesi, il verificarsi o il non verificarsi di qualcosa, ma mettono in questione l’essere stesso, prima o al di là del suo essere vero o falso. Questi esperimenti sono senza verità, perché in essi ne va della verità».

Giorgio Linguaglossa

 

18-INTERFERENDO di GECO

Rumori. La cantina sul bordo del nido
una pompa, il motore e l’acqua in salita.

Millenni accanto alle capinere
una bottiglia di birra-di che suono? Un ticchettio.

I balconi, bucato lavanda, uno ad uno i saluti,
l’abolizione dell’Apartheid.

Novità di baci e becchi, angoli acuti in un cerchio.

E malva, fallimento dei mercati.
La furia contro lo spirito del tempo.

Lilla nelle banche, nelle casseforti divelte
e liane sulle autostrade, attorno agli advertisements.

Faccia sioux, biancospino.
Nessun corrotto ai sottopassaggi.

Ortiche e fichi in fuga, un neon di foglie
un banchiere con premura di salvatore.

Investimento in rondini, kamikaze su petroliere.
Sacra competizione e spari dalla Trump.

Le cassette di sospiri e ragni nei bankomat
incendio di spiriti, l’apollineo, l’aplomb di servizio.

L’ab inizio dei valori
schiavitù, la casa patrizia l’accensione del fuoco.

Riflesso su una bottiglia. Lattina in bilico sul muro.
In calce la firma di Geco. Silenzio di ramo.

 

19-NON DIO

Resta un dubbio sul gatto nero
se i palazzi ruotano intorno.

I fotoni eccitano le rivoluzioni.
La materia oscura inghiotte i quartieri.

Le ombre illuminano
e dal loro centro emergono gli occhi.

I teologi rimasero sconvolti dalla natura della luce
così in dettaglio non s’era mai visto l’essere.

Se doveva pensarsi Dio
bisognava liberarlo dai fotoni e dunque

le strade si riavvolsero, il traffico rimase inghiottito.
Il corpo nero diventò l’imploso di gechi e malve.

Il pazzo che scrisse “Dio c’è” nel triangolo stradale
è il folle che disse “Dio è morto”.

 

20-PIANTE E MICRORGANISMI

[Sennò per chi?]

Messa nella chiesa di Notre Dame
per dei migranti.

Bruciata viva come Giovanna
senza occhi né catene

soltanto ori e vetri.
Il balzo della Terra per una chiesa.

Quello indietro per gli schiavi.
Dio c’è, c’era e ci sarà.

Messa a fuoco di un mistero
lente sulla storia.

Ritorno di vetrate
muri eterni, marmi in oro, benedizioni

tornati indietro dal Mare Nostrum.
Torture, stupri, Maria Mandl, il terzo Reich.

Francesco Paolo Intini

 

1 commento
  1. Che dire di sé davanti a una specchiera in bagno: apri l’anta e scompari, al posto tuo oggetti da toeletta vari. Verità era l’immagine specchiata? Di fatto, sei lo scomparso!
    Nemmeno Giacometti, con quelle figure filiformi, come fermate un attimo prima di scomparire, era arrivato a tanto. Solo che qui scompare anche il rebus esistenziale. Il parlante è scomparso, quindi anche l’immagine di sé…
    Permane l’ombra di un giudizio, non si trova nella specchiera quel che si andava cercando. Ma chi, chi va cercando, se di fatto manca?

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