Louise Michel, la rivoluzionaria comunarda, racconta. Di Maria Grazia Ferraris

516tYpeNv3L._SX331_BO1,204,203,200_Parigi. Gennaio 1872. Nel marzo 1871 nasce la Comune di Parigi, un esperimento politico che ispirò gli anni a venire e che fu un’ irripetibile stagione di fermento intellettuale e sociale francese. È un’esperienza straordinaria: viene abrogato il Codice Civile Napoleonico, sostituito da una legge che assicura pari diritti ai coniugi, e che garantisce aiuti economici alle donne disoccupate o sole… Vengono indette le elezioni, si assicurano i servizi di base alla popolazione, aiuti pensionistici per vedove e orfani di guerra, viene avviata la restituzione dei beni confiscati dallo stato nel periodo precedente alla rivoluzione; è sancita la libertà di stampa e di opinione. Anche il regime scolastico è completamente laicizzato. Il tutto in poco più di due mesi. Louise Michel è una delle anime della Comune: nella città affamata si occupa di trovare cibo per i bambini, soccorre i feriti guidando l’ambulanza, incoraggia i combattenti e combatte lei stessa: appartiene al plotone femminile del sessantunesimo battaglione, quello che resisterà fino allo stremo. È il tempo in cui la stampa francese comincia a chiamarla la “Lupa rossa”. “Ricordo il giorno della sua proclamazione, fu splendido. Non era la festa del potere, ma la cerimonia del sacrificio: si sentiva che gli eletti erano votati alla morte. Un oceano umano sotto le armi, le baionette irte e spesse come spighe di un campo, lo squillare delle trombe e dei tamburi che rullavano sordamente!…

Avanti, avanti sotto le rosse bandiere!
Vita o tombe!
Oggi son tutti belli gli orizzonti.
Confiderem, fratelli, le madri nostre
a coloro che ci seguiranno.

…”Sono stata in prima fila tra gli insorti, ho adoperato perfino la carabina, a mi sono armata di sciabola, ho sollevato quartieri, aperto clubs…. La vita aveva allora un nuovo impulso.”

Fu il momento della speranza, dell’entusiasmo: si voleva avere tutto in una volta sola: l’arte, le scienze, la letteratura, le scoperte. Tutti si affrettavano a fuggire dal vecchio mondo. Amici generosi le furono vicini: Courbet, il pittore rivoluzionario, che si deliziava in una Parigi senza polizia, senza esazioni, senza litigi…un vero paradiso, diceva. Bakunin parlava agli operai della Valle di Saint Imier. Il vecchio Garibaldi offrì i suoi figli alla repubblica. Perfino Paul Verlaine compose una ballata in suo onore, quasi un piccolo poema, paragonandola a madame Roland, l’eroina della grande rivoluzione, morta ghigliottinata. Il 21 maggio, le truppe di Versailles, entrano in città. Inizia “la settimana di sangue”. L’esercito cannoneggia le strade, entra brutalmente nelle case, perquisisce e arresta. La Comune, durata meno di tre mesi, si conclude con un massacro. Molti comunardi muoiono sulle barricate, altri vengono catturati e passati per le armi. Processi e condanne continueranno per molti mesi. E Louise?: viene imprigionata nella durissima prigione di Satory, rischiando la fucilazione. È risparmiata, in quanto donna, nonostante avesse chiesto fieramente ai giudici della corte la propria esecuzione capitale:

«Non voglio difendermi e non voglio essere difesa, / appartengo completamente alla rivoluzione sociale / e mi dichiaro responsabile delle mie azioni […]. / Bisogna escludermi dalla società, siete stati incaricati di farlo, bene! / L’accusa ha ragione. / Sembra che ogni cuore che batte per la libertà / ha solo il diritto ad un pezzo di piombo, / ebbene pretendo la mia parte!». – “Se mi lascerete vivere esorterò alla vendetta”. Colpito da questo atteggiamento di rivolta, l’amico Victor Hugo le dedicherà una lirica:

Viro major”: facevi ciò che fanno i grandi cuori folli. Esaltavi coloro che vengono schiacciati e calpestati. «Quelli, donna, davanti alla tua indomita maestà, / meditavano, e malgrado la piega amara della tua bocca, / malgrado il maldicente che accanendosi su di te, / ti gettava addosso tutte le grida indignate della legge, / malgrado la tua voce fatale e alta che ti accusa, / vedevano risplendere l’angelo attraverso la medusa».

Condannata alla deportazione a vita, viene imbarcata sul piroscafo Virginia, diretto in Nuova Caledonia, nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico.

… “Rivedo il mio provvisorio trasferimento ad Auberive, le sue strade strette, le viuzze scure serpeggianti sotto gli abeti, i grandi dormitori dove entrava indisturbato il vento che soffiava continuo, correnti gelide come fossimo sulle navi… e le file silenziose delle prigioniere con la cuffia bianca e il fazzoletto pieghettato sul collo, fermato come le contadine di cento anni fa. Noi eravamo venti comunarde e condividevamo la stessa sorte delle detenute civili. Lo facevamo con calma, senza ostentazione, senza lamento o pianto. Dalle finestre di Auberive si notava un’immensa distesa di neve, lo stanzone squallido sembrava la casa degli incubi, frequentata dai fantasmi. L’inverno è rigido in questo paese, la neve abbondante, il suo peso inchinava gli alberi al suolo, senza misericordia. Attendevamo la nostra sorte, lasciando che gli avvenimenti disponessero del nostro destino. E anche senza illusioni. Poi fu deciso il nostro trasferimento…

A Rochefort salirono tutte a bordo della Virginia, senza sapere la loro destinazione: per cinque o sei giorni costeggiarono la Francia … poi più nulla. Nessuna possibilità di orientarsi. Verso il quattordicesimo giorno disparvero anche gli ultimi uccelli marini…

Eravamo sole, affidate al mare, al nostro destino imprevedibile. Guardavamo il mare, le onde inquiete in cerca di segnali rassicuranti.Spesso il mare era grosso, il vento fischiava a tempesta e la scia della nave fuggiva dietro di noi come due file di diamanti ricongiungendosi poi in una sola corrente scintillante al sole. Ma era, pur nelle variazioni dell’umore del mare, un viaggio ben poco poetico, pieno di angoscia. Arrivarono alle Canarie alla fine di settembre, in vista di Palma, con le case bianche, come tombe, più lontano Tenerife, più lontano ancora una cima azzurra perduta nel cielo, forse il monte Caldera perso nelle nuvole fuggenti. Un paesaggio sconosciuto…Io non avevo mai visto, prima di questa esperienza, che Chaumont, le pianure dei dintorni e Parigi… io che avevo sempre sognato i viaggi, mi sono trovata senza desideri e in ansiosa aspettativa del domani, in pieno oceano, fra cielo ed acqua, come fra due deserti, silenzi nuovi per me, e non si udiva che il canto del vento e delle onde.”

Nondimeno durante quel percorso sospeso tra mare e terra- che pure era l’anticamera della punizione- le sembrava di aver alla fine capito cosa fosse la libertà.

…. “La cosa più crudele che ho potuto vedere sul Virginia è stato lo spaventoso supplizio inflitto agli albatri intorno al Capo di Buona Speranza. Guardavo ed inorridivo. Li catturavano con un’esca, li sospendevano per i piedi perché morissero senza macchiare il candore delle loro piume …un’agonia lunghissima. L’ingordigia degli uomini è senza pietà. Ho anche ammirato il mare furioso del Capo, le correnti scatenate dai flutti e dal vento, dondolati dal ritmo leggero delle onde che si alzavano a volte come se due braccia le avessero prese e poi riscaraventate nelle profondità del mare, come la pasta nella madia. E il vento, che suonava tra le vele, cadeva ad intervalli molto brevi in bassi immensi, per poi rilanciarsi con un fischiare stridente; la nave gemeva tra le onde. L’oceano sembra sollevarsi per forze misteriose e terribili che poi precipitano negli abissi come se braccia gigantesche lo afferrassero e lo rigettassero lontano. Eravamo esposti agli elementi eppure, bandita la paura, c’era tempo per pensare, per riflettere. Giorni e giorni, e settimane e giorni…

Irrequieta malinconia, pensieri sospesi nell’incertezza. Fu infine in vista la Nuova Caledonia. Entrarono nella baia di Nouméa. Sette colline scure, bluastre, con un cielo azzurro carico, oltre il monte d’Oro, di terra rossa, aurifera, gole squarciate, cime aride. In Caledonia non c’è crepuscolo. L’oscurità si fa in un momento. Sentivano muoversi intorno la folla senza vederla. Le attendevano gli uomini, con destino simile al loro e ugualmente giudicati, sbarcati già da alcuni giorni. Quel soggiorno! Otto mesi per avere la posta dalla Francia. Le lettere, benché perquisite, erano un tesoro. Due baracche di legno, una per gli uomini, una per le donne. Povere case in terra battuta, coperte di paglia e fango. Un cimitero che si andava rapidamente riempiendo. Come reagire? come resistere? Bisognava trovare coraggio. Tentarono l’evasione. Il primo fu Rochefort. Inutilmente. L’esperimento improvvisato fallì. Furono puniti, provocati col revolver, carcerati, privati dei viveri e perfino del pane. Ma ritentarono. E fu ancora un fallimento.
Di coloro che tentarono dall’isola dei Pini di raggiungere l’Australia non si trovarono altro che i resti dell’imbarcazione. L’isola di Nou è il più cupo dei gironi infernali. Ma lo sapevano: non dovevano arrenderci e disperare. Forte del suo diploma di maestra, decise di metterlo a frutto, imparò la lingua dei nativi e iniziò l’attività nella sua casa, soprattutto per i canachi, i locali, abilissimi intagliatori ed artigiani, docili e affettuosi, che venivano volentieri ad imparare. Osservava e studiava intanto i luoghi, i paesaggi, affascinata pur nel suo desiderio di libertà. Scriveva, accompagnando i pensieri, le sue malinconiche nostalgie con la poesia:

…si culla il sogno con capriccioso volo;
sul greto come un canto, a caso se ne va
spingendo il vol suo in libertà.
Ma i niaulì nella tormenta torti
più della canapa possente hanno un profumo
più forte eppur più dolce…
cade in mille briciole una polvere d’oro
ai piè degli alberi dal bianco tronco.

… “Non mi sono risparmiata in questi anni di cattività. Ho dato vita a un giornale Petites Affiches de la Nouvelle-Calédonie, ho scritto le Légendes et chansons de gestes canaques, sono entrata in rapporto solidale con i canachi, che vivevano in forma comunitaria e in una semplicità di condizioni ormai sconosciuta in Europa: quando nel 1878 si ribellarono ai colonialisti francesi, ricevettero il mio sostegno, in dissenso da molti altri deportati, che collaborarono a soffocare la rivolta. Già iniziavo a riflettere sulle delusioni della vita politica e dei grandi ideali di libertà coltivati in Francia. Anch’io progettai e tentai la fuga. Intendevo raggiungere di nascosto il corriere col quale arrivare a Sidney, avvisare gli inglesi e convincerli ad aiutarci.” Scriveva, dando sfogo al suo desiderio, piena di commuovente speranza:

Vienici in salvo, naviglio leggero,
issa a bordo il prigioniero!
Qui, nei ferri, egli soccombe;
peggio è la galera della morte.
Nei nostri cuori sopravvive la speranza
e se rivedremo la Francia
sarà per combattere ancora!

Ma non ebbe successo. Solo con l’amnistia poté vedere Sidney col suo magnifico porto e le rocce di granito rosa come torri gigantesche che formano tra loro una porta ampia, quasi dovessero passare i titani… Eppure, si diceva, tutto finisce. Su questa certezza viveva. Il tempo, se non la nostra volontà, cambia la vita di ciascuno di noi. Tornò infine a Parigi con le altre venti donne sul John Helder che partiva per Londra.

…“Passammo per il canale di Suez, vedemmo il Nilo, dove fremono al vento i papiri, mentre sulle rive i cammelli delle carovane coricati allungano il collo sulla sabbia. Nella Manica, proprio alla fine del viaggio, vagammo otto giorni nella nebbia intensa tra le uniche luci della nave e il fischio insistente della sirena. Pensammo, dopo tanto tempo in prigionia e tante disavventure, che quella era la nostra ridicola fine, proprio alle porte della patria. Poi finalmente lo sbarco.”

Ripercorrere le tappe della propria vita, ne sono certa, è un po’ come vivere una seconda volta. Una vita da rivoluzionaria fa rinascere, e l’idea grandeggia ancor più limpida, per tutti i dolori sofferti. Le donne amano la rivolta. Noi non valiamo più degli uomini, ma il potere non ci ha ancora corrotte. Sta in questo la nostra superiorità. Quella di una rivoluzionaria è stata la mia vita, tutta impegno, senza tregua. La grande rivoluzione proletaria della Francia! Io, Louise Michel, orgogliosamente mai ho voluto sposarmi. Non ho voluto essere razione di carne per l’uomo né dare schiavi ai Cesari. Ho amato, insieme alla rivoluzione comunarda e ai suoi ideali, un solo uomo: Theophile Ferrè, membro e guida della Comune, che al processo, senza alcun difensore, tra gli insulti del tribunale, riconobbe la validità e l’orgoglio della sua scelta e della sua opera, accusò coraggiosamente di assassinio il governo di Versailles, fomentatore della guerra civile, e accettò la morte libero e senza compromessi, come aveva sempre vissuto, andando incontro alla fucilazione. Questo è il ricordo mai svanito di quei giovani anni, il bilancio sereno, alla fine della mia solitaria, severa e coerente vita. L’unico momento in cui il mio privato ha rischiato di scolorare l’intensità della mia dedizione alla causa rivoluzionaria. Non ho l’abitudine di guardarmi allo specchio né di gingillarmi con abiti e acconciature alla moda, non l’ho mai avuta, neppure da bambina, quando vivevo al castello di Vroncourt, nel piccolo borgo dell’alta Marna, dove Etienne Demahis, il marchese, mio padre naturale, mi generò ed accettò, educandomi in modo diverso da quello che era riservato alle bambine alla mia età. Educazione anomala, che mi rese per sempre diversa: le fanciulle allevate nella scempiaggine sono disarmate …e non ne sono consapevoli. Non ho mai capito perché ci sia un sesso di cui si cerca di atrofizzare l’intelligenza, come se ce ne fosse troppa.”… La sua vita! Non rimpiange nulla.

… “Sono stata un’educatrice, ho aperto scuole professionali a Parigi proprio nel periodo tragico ed esaltante preparatorio della Comune, insegnando storia della letteratura e geografia antica, materie che dalle memorie del passato mi permettevano di risalire ai nodi del presente, ho creduto fino in fondo agli ideali della Rivoluzione del 1870, quelli della Comune. I giornali mi descrissero così nel momento dell’arresto:

Quando iniziò il processo a suo carico ammise di essere stata infermiera nel reparto ambulanze, confermò di credere nel progetto dei comunardi….

… “Ora ho cinquant’anni: sono tornata a Parigi dopo dieci anni di deportazione, esilio e prigionia, grazie alla amnistia che è stata finalmente concessa. Questi anni mi hanno profondamente segnata anche fisicamente. Ma non mi pento di nulla. Avevamo molto tempo sull’isola. Ho pensato a lungo. Ho visto come vivono gli indigeni, ho parteggiato per loro fraternamente, ho intravisto i deportati arabi dall’Algeria e ho capito quanto è ingiusto e disumano il codice di lavoro imposto dai coloni francesi alla gente di colore. Non sono mancate le delusioni. Dato che paragonavo continuamente le cose, gli avvenimenti e le persone e poiché ho visto i nostri compagni della Comune all’opera, sono arrivata ben presto alla conclusione che addirittura gli onesti, una volta al potere, sono tanto incompetenti quanto i bricconi dannosi e realisticamente vedevo l’impossibilità che la libertà si potesse associare con un potere qualsiasi. Il potere è maledetto: ecco perché sono anarchica. Sentivo che le istituzioni del passato, che sembravano già svanite, rimanevano, solo con un’altra etichetta e che tutto nel vecchio mondo giaceva incatenato e rappresentava perciò un tutt’uno che doveva crollare nel suo insieme per lasciare spazio ad un mondo nuovo, felice, libero sotto i cieli. Per ogni uomo, raggiunto il potere, lo stato non è che l’immagine speculare di se stesso, lo guarda come un cane guarda l’osso che sta masticando e solo per il suo vantaggio lo difenderà. … Sono stata sempre presente a tutte le iniziative di quel periodo prese solo dalle donne, tra le tante, la barricata fatta solo da donne per difendere la Comune. In questo periodo mi sono considerata una combattente, non una donna. Tuttavia denuncio la misoginia di certi rivoluzionari. Costoro come sempre si servono del lavoro, dell’intelligenza, dell’abnegazione delle donne. Solo gli uomini più progressisti applaudono all’idea di uguaglianza dei sessi. Ma ho potuto constatare che come prima e come sempre ancora gli uomini, senza volerlo, vuoi per abitudini o vecchi pregiudizi, vogliono sì aiutarci, però si accontentano solo di sembrare di farlo…. Ho pensato che dobbiamo prendere allora il nostro posto e non aspettare d’averlo per volontà e convincimento maschile. Forse questa sarà l’ultima mia battaglia…Bandita ogni illusione, riprenderò la lotta, sarò una leonessa con aspetto di agnello. Non più la buona Louise, la vergine rossa, ma Louise Michel, la rivoluzionaria.”…

Dura e sicura combatterà senza incertezze fino all’ultimo respiro. Questo è il suo ultimo proponimento, finchè avrà forze e vita. Una guerra senza cedimenti, nella convinzione che la donna ancor molto dovrà combattere. Giustamente Victor Hugo ha scritto riflettendo sui mali eterni dell’umanità: « Homme, tu mens, soleil, cieux, vous mentez ! Soufflez vents de la nuit….Paris sanglant, au clair de lune, rêve sur la fosse commune » . Il medesimo destino è riservato alle donne,… ma noi combatteremo, senza stancarci mai. Parola di Luise Michel, la comunarda.

Maria Grazia Ferraris

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