“I platani sul Tevere diventano betulle” di Gino Rago, Edizioni Progetto Cultura, Roma – 2020, letto da Giuseppe Gallo

copertina plataniGiorgio Linguaglossa nel commentare l’ultimo lavoro di Gino Rago, I platani sul Tevere diventano betulle, afferma che questo è “libro di viaggio”. Vero! Verissimo! Ma di che viaggio? La tipologia è vasta. Ogni uomo ha il proprio viaggio. A volte si parte per restare in se stessi, a volte per perdersi, altre volte per rientrare nelle proprie origini, altre volte per sperimentare la propria “temporalità”, e così via. Il viaggio intrapreso da Gino Rago è il travaso delle proprie energie, intellettuali ed estetiche, nelle parole. Ma non sono più le parole di un “discorso” che descrive, sono discorsi di una parola che pensa. Ricordate l’esule Kristoff che, abbandonando la patria con i familiari, trascinava una borsa appesantita dai vocabolari? Ebbene, Rago è sulla stessa pista. Lo certifica Linguaglossa quando specifica che il suo è anche “viaggio di progressivo allontanamento dalla poesia epigonica e caudataria” che vegeta in Italia negli ultimi decenni.. E quanti viaggi ha sperimentato Gino Rago? Quante piazze e quante città ha visitato? Quante storie ha ascoltato? Quante signore e signori ha adocchiato? M.me Hanska, Signora Jolanda W., Cara Signora Lipska… Herr Cogito e i suoi “specchi vuoti”, “gli strilli di Kokoschka, le polemiche di Schiele e di Klimt… I nomi e i cognomi rievocati da Gino Rago in primo luogo testimoniano gli apporti e i punti di approdo della sua ricerca poetica e filosofica, dall’altra, questi nomi propri rappresentano “il nodo del fantasma” secondo l’affermazione di Lacan e lo ricorda in modo significativo ancora Linguaglossa, quando, utilizzando la distinzione di Barthes, tra discorso “ interlocutorio” (parla a M.me Hanska) e discorso “delocutorio” ( parla di Ma.me Hanska) afferma in un ulteriore intervento sulla rivista L’Ombra delle parole (24 marzo 2020):

“Qui Gino Rago adotta la forma della missiva ad un interlocutore proprio per abdicare al ruolo dell’io poetico, proprio per allontanare quanto più possibile l’io panopticon, l’io plenipotenziario e sostituirlo con un io-generico, un io-niente, un io-indifferenziato, un io-indifferente, un io-anonimo… e così iniziare a fare una poesia, appunto, da una mancanza,da una assenza, da una epoché.”

E quand’è che l’io abbandona sé stesso e si trasferisce in un altrove? Nel viaggio! Quand’è che un io si rende conto che la realtà è molteplice e che non è sufficiente un solo occhio a contenerla? .Ancora nel viaggio! Il viaggio non è sospendere lo sguardo sulle nuove piazze e sui nuovi ponti come fanno le nuvole, è, invece, dialogo e confronto, ma è anche cadere nella voragine di Ulisse che il poeta così esprime:

Sa, il motore della sofferenza dei poeti gracchia
sempre nello stesso istante del mondo,

questo mondo Lei e io lo chiamiamo “Rebus”

perché se ne infischia delle nostre domande.

D’altronde c’è un altro aspetto della poesia di Gino Rago che bisogna considerare e lo puntualizza sempre Giorgio Linguaglossa nella Prefazione a I platani sul Tevere diventano betulle.

«Nella poesia di Gino Rago è rinvenibile[…] una autentica novità per la poesia italiana… risiede nello stile gnomico-colloquiale: un mix di parlato e colloquialità…, un compositum che utilizza un linguaggio giornalistico leggero che confligge con lo stile gnomico e aforistico. Il risultato è uno stile da Commedia che impiega il piano medio alto e quello medio basso dei linguaggi, con gli addendi finali di continui attriti semantici e iconici, dissimmetrie, dissonanze, disformismi, disparallelismi… il principium individuationis è fornito dalla peritropè (capovolgimento) di un attante nell’altro, di una «situazione» in un’altra, di un luogo in un altro».

Se ne deduce che il poeta in questo suo peregrinare rimesta anche la struttura del linguaggio, la versificazione, teorizzando e praticando il polittico e il distico. E quali sono le risposte che il poeta ricava da queste sue esperienze?Che il “mondo se ne infischia” delle domande dei poeti! Potrebbe sembrare una risposta di montaliana memoria:

Spenta l’identità
si può essere vivi
nella neutralità
della pigna svuotata dei pinoli…

(Quaderno di quattro anni, Mondadori, 2016, pag. 326), ma non è così… Gino Rago non tende alla “neutralità” del vuoto…

Anch’io avevo un nome ma non lo ricordo più,
il destino ha lasciato quel nome sull’acqua del fiume.

“Sono un poeta” e “Questo nome ora è il mio destino

E in questo “viaggio” che continua, avanti e indietro, nel presente e nel futuro, ci trasciniamo, sempre più appesantiti e come bagaglio interiore, i dizionari della Kristoff:

Il passato

Cara Signora Jolanda W.,
Portiamo in giro il nostro passato

in una busta di plastica del supermercato.
Nessuno saprà che un tempo fummo nella fabbrica dell’amore.

I testimoni che possono affermarlo sono tutti morti.
Lei, da poeta lo sa:

i morti ai processi dei vivi
si avvalgono sempre della facoltà di non rispondere.

Il nostro amico di Cracovia si spoglia in un pied-á-terre
con la sua donna.

Aprono insieme una bottiglia di Coca-Cola,
si guardano negli occhi.

Si abbracciano come due sconosciuti sull’abisso.

Addolorata conclusione. Non solo “il mondo se ne infischia” dei poeti, delle loro domande e del loro passato, ma ha apparecchiato per loro un ulteriore spettacolo: tutte le parole, come gli stracci, i legni combusti, i cenci, le lamiere e i materiali effimeri che ci possiedono, in quanto nostri oggetti, hanno lo stesso destino, finiscono tra i rifiuti e nell’identico cassonetto. Ci sarà qualcuno capace ancora di rovistare fra queste macerie? Montale pensava a qualche “bambino” o a qualche “pazzo”. Ecco, carissimo Gino, io li vedo, i pazzi e i bambini, che
Aprono insieme una bottiglia di Coca-cola
mentre
Si abbracciano come due sconosciuti sull’abisso” della tua immaginazione e della tua gioia creativa.

Giuseppe Gallo

 

Lo specchio, il vuoto

Cara Signora Jolanda W.,

Il mio amico*, quello che si occupa del Signor Nulla,
Litiga di nascosto con lo specchio.

Lo fa tutti i giorni, non gli dia molto credito,
dice che fa i conti con il Vuoto,

Il Vuoto che capta altro Vuoto.
Il tempo cade sotto forma di polvere, opacizza l’immagine,

Sbiadisce le foto, scontorna il presente, il futuro e il passato,
Il mio amico* se la prende con il Signor K.

Una donna, la sgualdrina di Vivaldi, fa un valzer con il primo
[che passa,
Mario Gabriele mangia una Sacher con panna,

Lo vedo attraverso la vetrata della Geback der Prinzessin Sissi.
Che volete, i miei amici, quelli della nuova ontologia estetica,

Hanno un debole per le pasticcerie.
Adesso lo vedo allo specchio mentre si rade la barba e fischietta.

Una risata da dietro i gerani.

* il mio amico: E’ Giorgio Linguaglossa

 

Ulisse in vestaglia

Ulisse è in vestaglia,
Si ubriaca tra le stoviglie della reggia.

«Spio la vita dalle fenditure a distanza neutra dagli eventi.
Estraneo a me stesso annuso il giorno con le certezze d’un rabdomante,

Taglio il percorso della luce
Quando rimbalza dalle bottiglie al cuore…».

“Chi davvero sei?”
«Sono in vestaglia, navigo da libro a libro,

Sbaglio i vettori della rosa dei venti,
Sa, non sempre indovino la stella polare,

Schivo a fatica scogli, fingo naufragi,
Mi invento qualche approdo di fortuna,

Lo vedi anche tu … L’Odissea?,
È una grande bugia».

 

Le città

Cara Signora Jolanda,
Ieri ho fermato quell’uomo che mi tormenta.

Passa da qui ogni mercoledì,
Mi fissa negli occhi e prosegue:

«Chi sei? Cosa porti nella borsa?»
«Sono un poeta. Nella borsa porto il mio destino

Per indirizzi ignoti, letti d’alberghi, strade spaventate.

Anch’io avevo un nome ma non lo ricordo più,
Il destino ha lasciato quel nome sull’acqua del fiume.

Nei caffè di Cracovia ora tutti mi chiamano
“Il-poeta-santo-bevitore”.

Questo nome ora è il mio destino».
[…]
Se non a Lei a chi potrei dire
Che le città che lasciammo ci inseguono.

 

Risponde il filosofo Erésia

Alla domanda di Herbert:«Dove passerai l’eternità?»,
Risponde il filosofo Erésia: «cara Signora Circe, caro Signor [Nessuno,

Il poeta da finisterre parla con l’oceano.
Scrive le sue parole sull’acqua:

«Non mi aspetto l’eternità
E so che nessun verso oltrepasserà [la morte.

I poeti lo sanno da sempre: le poesie sono mortali».

Gino Rago

7 commenti
  1. L’ha ripubblicato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Ulisse in vestaglia

    Ulisse è in vestaglia,
    Si ubriaca tra le stoviglie della reggia.

    «Spio la vita dalle fenditure a distanza neutra dagli eventi.
    Estraneo a me stesso annuso il giorno con le certezze d’un rabdomante,

    Taglio il percorso della luce
    Quando rimbalza dalle bottiglie al cuore…».

    “Chi davvero sei?”
    «Sono in vestaglia, navigo da libro a libro,

    Sbaglio i vettori della rosa dei venti,
    Sa, non sempre indovino la stella polare,

    Schivo a fatica scogli, fingo naufragi,
    Mi invento qualche approdo di fortuna,

    Lo vedi anche tu … L’Odissea?,
    È una grande bugia».

  2. Caro Gino Rago,

    quando «i platani sul Tevere diventeranno betulle», saremo già nell’epoca del totalitarismo. Tu lo avevi già previsto. Quando la pandemia sarà terminata il capitalismo continuerà a esistere, e sarà ancora più aggressivo.
    Il Covid19 ha sostituito la ragione. È possibile che anche in Occidente arrivi lo Stato di polizia digitale in stile cinese. Non credo che il neoliberalismo come modello economico sia in crisi. È probabile che lo shock causato dal Covid19 determini in Europa a un regime di polizia digitale come quello cinese. Già Giorgio Agamben ci ha ammonito che lo stato d’eccezione diventerà la situazione normale delle future democrazie illiberali. Il Covid non sconfiggerà il capitalismo, anzi lo rafforzerà. Il virus ci rende deboli e fragili, ci isola ed esaspera gli egoismi e gli individualismi, i populismi e i sovranismi. Nello stato della «nuda vita» agambeniana ognuno si preoccuperà della propria sopravvivenza. La solidarietà sarà una parola del passato.
    Il filosofo Žižek afferma che il virus ha assestato un colpo mortale al capitalismo, ed evoca i fantasmi di un oscuro comunismo. Crede anche che il virus possa far cadere il regime cinese. Žižek si sbaglia. Non succederà niente di tutto ciò.
    La Cina spaccia il suo Stato di polizia digitale come una soluzione della pandemia, esibirà la superiorità del suo sistema rispetto alle democrazie dell’Europa. Idem Putin il quale ha dichiarato più volte che le democrazie liberali dell’Europa sono in disfacimento.

  3. Carissimo Giorgio,

    i tuoi timori, che tratti con lucida consapevolezza, in cuor mio sono tutti presenti con il loro carico di timore di fine delle democrazie o inizio del loro ridimensionamento, se i platani sul Tevere diventano betulle i giochi sono fatti:
    “il poeta vede (prima) tutto quello che il filosofo (dopo) pensa”, come ha sostenuto Francesco Solitario commentando, da professore di Estetica a Siena, un mio verso tratto proprio da I platani sul Tevere diventano betulle…

    Colgo l’occasione per ringraziare Luciano Nota per la sua ospitalità su questa ben fatta pagine di Erato.
    Ringrazio vivamente anche Giuseppe Gallo per la intelligenza e l’acutezza della sua lettura delle mie poesie.

    Gino Rago

  4. Ricevo e con-divido con i frequentatori competenti in fatto di poesia di Erato la e-mail di Edith de Hody Dzieduszycka, che ringrazio e che in sintesi fulminante fotografa l’essenza del mio “viaggio” tra le parole:

    “Caro Gino,

    grazie per la pagina di Luciano e la recensione di Giuseppe Gallo.

    Mi è piaciuta molto, e particolarmente la frase “Il viaggio intrapreso da Gino Rago è il travaso delle proprie energie, intellettuali ed estetiche, nelle parole. Ma non sono più le parole di un “discorso” che descrive, sono discorsi di una parola che pensa.”

    Ha afferrato perfettamente il tuo percorso, ricco e tortuoso e la tua ricerca accanita di un altrove nascosto, di un orizzonta variegato che affronti a testa alta e decisa.

    Un grande abbraccio.

    Edith”

  5. Importante!!!

    Al 19° rigo dopo “Gentilissimo Gino Rago” il commento di ieri, 31 marzo 2020 delle ore 12.16, il commento riguardante la e-mail a me di Francesco Solitario presentava uno sgradevole refuso: in questo verso
    ” Il filosofo pensa ciò che il filosofo vede”, al posto di “il filosofo vede” bisogna sostituire il filosofo con il poeta
    per ottenere la riga corretta
    “il filosofo pensa ciò che il poeta vede”.

    Per tale motivo

    Ri-pubblico

    nella sua forma corretta e con-divido con i motivati lettori di Erato la e-mail a me spedita dal prof. Francesco Solitario.
    Grazie a tutte/tutti per la comprensione,

    Gino Rago

    * *

    È il «reale» che ha frantumato la «forma» panottica e logologica della tradizione della poesia novecentesca, i poeti della nuova ontologia estetica si limitano e prenderne atto e a comportarsi di conseguenza.

    Gino Rago
    Il poeta vede ciò che il filosofo pensa

    “Cara M.me Hanska, lasci in pace il poeta delle ombre.

    Herr Cogito, i gerani, la veranda, il giardino,
    La copia della Gioconda, il lilla

    E la Sua stanza ammobiliata possono aspettare,
    Abbiamo altro da fare, per esempio

    Ascoltare il canto degli uccelli
    O il ronzio della Storia

    Nei bassifondi di Vienna,
    Ma la gioventù negli ori della Grecia e di Troia

    E quelle teste calde di Achille, Ettore e Patroclo
    La smettano di fare baccano,

    Coprono il canto delle allodole di tutto l’occidente.
    Anche gli dei imparino a tenere il becco chiuso,

    Sono sull’Olimpo grazie alla poesia.
    Cara M.me Hanska,

    Dalla stanza dell’insonnia sulla macelleria
    il poeta vede tutto ciò che il filosofo pensa”.

    **

    Gentilissimo Gino Rago,
    scusi se Le rispondo con ritardo, ma quando devo parlare di poesia uso sempre il tempo non usurato dalle faccende quotidiane, e libero da impedimenti.

    Grazie innanzitutto per la bella e generosa espressione che ha avuto per il libro di Gabriella Cinti nella Sua mail, avendo letto ciò che ha scritto di lei, sono sicuro che non avrebbe mai usato il termine “magnifico” a sproposito, attento alle parole com’è. E grazie anche per le parole che ha usato gentilmente per la mia introduzione [al libro poetico di Gabriella Cinti].

    Grazie anche per l’acume e la profondità di quelle che Lei, in modo impropriamente molto autoriduttivo, chiama “Note”, riferendosi a due “scavi” formidabili in due poesie tra le più complesse della Cinti, la seconda delle quali, “Da caos a caos”, penso anche più vicino alla Sua stessa poetica, visto che cita Iosif Aleksandrovič Brodskij, che io vedo molto affine al Suo pensiero e al Suo fare poetico.

    Grazie anche per avermi segnalato il link dove ho trovato le Sue poesie da “I platani…”, mi ha fatto molto piacere, Lei ha letto la mia introduzione e sa quanto approvi e sia vicino anch’io all’essenza di una “ontologia estetica” o meglio di una “ estetica metafisica”, tanto da farmi desiderare di capovolgere il titolo della Sua poesia

    “Il poeta vede ciò che il filosofo pensa” in “Il filosofo pensa ciò che il poeta vede”.

    Nel titolo originale io ci leggo una superiorità del pensiero filosofico rispetto al “vedere” del poeta, tanto che questi vede il pensiero “pensato” dal filosofo, e dunque interviene dopo, a posteriori rispetto al pensiero pensato.
    Nel secondo pongo invece la superiorità del poeta rispetto al pensare del filosofo, infatti è il filosofo che pensa ciò che ha visto il poeta.

    Sia ben chiaro, sia l’uno che l’altro, poeta e filosofo, fanno in fondo la stessa operazione, poiché la radice sanscrita di idea è “id”, la stessa di Video, e dunque ciò che “vede” il poeta è simile all’idea del filosofo, per questo l’espressione “ontologia (metafisica, filosofia) e estetica (arte, poesia)” si accordano perfettamente. Solo che cambia il metodo e lo strumento con cui le due discipline giungono allo stesso risultato, ma il poeta arriva senz’altro “prima” del filosofo. I Veda, gli Inni sacri dell’India, sono nient’altro che i visti, da chi?, dai Ṛṣi o rishi in scrittura devanagari ऋषि che indica in quella lingua i “veggenti” o i “cantori ispirati”, insomma i poeti, come poeti erano i primi filosofi occidentali.

    Quanto detto, sia ben chiaro, vale a segnare un punto di ulteriore convergenza e rafforzamento tra la Sua poetica e il mio pensiero estetico(-filosofico).

    Scusi la divagazione, anzi grazie per avermela permessa, a Milano, in questi giorni, parlare di poesia è un lusso insperato[…].

    La prego di salutarmi Giorgio Linguaglossa, che porta nel nome il Suo destino (come me del resto), che io stimo moltissimo, pochi, oggi, sono in grado di scrivere come lui, il Suo commento alle Sue poesie è magistrale.

    Grato di tutto, La saluto caramente
    Francesco Solitario

    Prof. Francesco Solitario
    Cattedra di Estetica
    e di Filosofia dell’Arte Contemporanea
    Direttore della sezione di Estetica comparata
    del Centro Internazionale di Studi Comparati “I Deug Su”
    Università di Siena

    ***********************
    (gino rago)

  6. Caro Gino,
    grazie per avere gradito, e credo condiviso, la mia davvero mini notazione.
    Grazie anche per l’altra occasione di lettura che riguarda il tuo libro, avrai capito che mi interessa molto.

    Mi fa tanto piacere che tu abbia colto molto bene, nei tuoi commenti che hai fatto alle due poesie di Gabriella Cinti, che lei si muove proprio nell’orbita “dell’ombra delle Parole” specialmente nella sua ultima raccolta La lingua del sorriso. Sulla Rivista L’ombra delle Parole è detto: «L’uomo abita l’ombra delle parole, la giostra dell’ombra delle parole. Un “animale metafisico” lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l’ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l’uomo legge l’universo». Non a caso il mio saggio introduttivo alla raccolta della Cinti ha per titolo: “Parole di Luce”!!!
    Ma tu potresti dirmi: «Parole di luce? Ma non si parla di ombra delle parole»? Certo, ma poi è detto che l’animale-metafisico-poeta «dà luce al mondo attraverso le parole», e dunque le sue saranno “parole di luce” che possono scriversi e leggersi solo se scritte su una tavola d’ombra! La luce, infatti, non si noterebbe nella luce, così come la luce di una lampada che illumina non si noterebbe nella luce del sole. Perciò è detto correttamente che è «l’ombra che le permette di splendere»! L’ombra è la tavola di fondo che permette di incidere o di scrivere “parole che illuminano”, come quelle dell’autentica poesia. È detto ancora: “Tra la parola e la luce cade l’ombra che le permette di splendere”. Ed è detto giusto. Infatti se la Parola, il Verbo, restasse tale con la potenza divina originaria che possiede, «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il verbo era Dio» (Giovanni 1,14), noi non potremmo “cogliere” nulla, tale la potenza originaria che l’essere deve ancora venire, essendo il Verbo presupposto dell’Essere e non coincidente con l’Essere.
    La tradizione indiana è ancora più chiara, infatti il dio crea se stesso e le cose “nominandole”: «All’inizio Prajapati, il creatore, era solo. Volle essere. Allora parlò: Voglio essere. E nacque la parola io». Anche nel Rgveda (10, 71) simile è il potere d’inizio della parola nel creare nomi: «Quando si fecero avanti a stabilire l’inizio primo della parola, creando nomi, ciò che era nascosto… divenne manifesto…».
    Se da una parte troviamo la potenza della Parola indicibile e dall’altra la potenza accecante della Luce, «Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu» (Genesi, 4), non può esserci ancora posto né per l’uomo né per la creazione. Ecco perché lo stesso Dio crea le tenebre, l’ombra: «Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre». E “Tra la parola e la luce cade l’ombra che le permette di splendere”. Anzi nel Popol Vuh, il libro dei Maya Quiché, si narra che in principio era il nulla e la creazione ebbe inizio con la “parola”, infatti: «Non vi era nulla dotato di esistenza… Solamente vi era immobilità e silenzio nell’oscurità, nella notte. Soltanto il creatore, il Formatore, Tepeu, Gucumatz, i Progenitori… Venne qui allora la parola, giunsero Tepeu e Gucumatz, nell’oscurità, nella notte, e parlarono tra di loro Tepeu e Gucumatz. Parlarono, dunque, consultandosi a vicenda, e meditando; si misero d’accordo, unirono le loro parole ed il loro pensiero». E si uscì fuori dall’immobilità, dal silenzio, dalla notte, e fu creazione.
    Sì, davvero “Tra la parola e la luce cade l’ombra che le permette di splendere”, formidabile progetto e programma euristico della Rivista L’ombra delle Parole, formidabile inteso nel suo senso puramente etimologico (lat. formidabilis, da formidare “temere, spaventarsi”) ovvero “che spaventa”! Complimenti all’ardito Giorgio Linguaglossa!

    Tornerei ancora, per un attimo, se mi permetti, su un altro tuo verso della poesia Il poeta vede ciò che il filosofo pensa, che io ho trasmutato in Il filosofo pensa ciò che il poeta vede. Mi sono accorto, infatti, che in realtà tu sei implicitamente concorde con me per via di due versi, importantissimi ai fini di una corretta ermeneutica poetico-filosofica, e di cui forse, da poeta ispirato, non ti sei nemmeno accorto della loro eccezionale e illuminante portata.
    I versi sono questi:
    «Anche gli dei imparino a tenere il becco chiuso,

    Sono sull’Olimpo grazie alla poesia».

    Davvero eccezionali, caro Gino, e illuminanti sul potere della parola e della Poesia in particolare. Dico che hai perfettamente ragione. Chi avrebbe mai conosciuto gli dèi della Grecia senza il canto poetico di Omero e di Esiodo?
    Così Esiodo, il poeta più antico della Grecia, all’inizio della sua Teogonia:

    «Cominciamo il canto dalle Muse eliconie
    che di Elicone possiedono il monte grande e divino,
    …………..
    Di lì levatesi, nascoste da molta nebbia,
    notturne andavano, levando la loro bella voce;
    celebrando l’egioco Zeus e Era signora
    argiva, dagli aurei calzari,
    e la figlia dell’egioco Zeus, la glucoside Atena,
    e Febo e Apollo, e Artemide saettatrice,
    e Posidone, signore della terra, scuotitore del suolo,
    e Temi veneranda, e Afrodite begli occhi,
    e Ebe dall’aurea corona, e la bella Dione,
    e Leto e Iapeto e Crono dai torti pensieri,
    e Aurora, e Sole grande e Luna splendente,
    e Gaia, e il grande Oceano, e la nera Notte,
    e degli altri immortali, sempre viventi, la sacra stirpe».
    (Teogonia, vv. 1-21)

    Così comincia a cantare Esiodo, e riferendosi a se stesso e al suo canto, così continua nei versi che seguono:

    «Esse una volta a Esiodo insegnarono un canto bello,
    mentre pasceva gli armenti sotto il divino Elicone;
    questo discorso, per primo, a me rivolsero le dee,
    le Muse dell’Olimpo, figlie dell’egioco Zeus:
    “O pastori, cui la campagna è casa, mala genia, solo ventre;
    noi sappiamo dire molte menzogne simili al vero,
    ma sappiamo anche, quando vogliamo, il vero cantare”.
    Così dissero le figlie del grande Zeus, abili nel parlare […]»,
    (Teogonia, vv. 22-29)

    Straordinario Esiodo, menzognero al pari e più degli dei che dicono che sanno dire “molte menzogne simili al vero”. È lui che mette in bocca agli dei la capacità di mentire che lui stesso in quel momento sta esercitando. Mente sapendo di mentire, e sapendo di mentire dice il vero, perché le parole menzognere sono “veramente” dette da lui, che così continua:

    «[le Muse dell’Olimpo]….. mi ispirarono il canto
    divino, perché cantassi ciò che sarà e ciò che è,
    e mi ordinarono di cantare la stirpe dei beati, sempre viventi».

    Mente, nessuno glielo ha ordinato, mente, e sapendo di mentire è lui che attraverso “il vero cantare”, l’immaginazione poetica, crea il complesso e sofisticato mondo delle divinità, e costruisce poeticamente la genealogia degli dèi dell’Olimpo, quella che diventerà e sarà il mondo sacro e religioso della Grecia classica, del nostro pensiero filosofico, delle nostre radici. E che avrà un effetto vero, potente e duraturo sulle vite e sulla civiltà dell’intero occidente.
    È la Poesia che creato quegli dei, e dunque dici il vero quando tu, Gino, affermi che essi:

    «Sono sull’Olimpo grazie alla poesia».

    E grazie a te, Gino, che ce lo hai ricordato.

    Ma possiamo anche aggiungere che Esiodo, il poeta più antico della Grecia, che scrive quando la filosofia in Grecia non era ancora nata, ci dà la prova e ci garantisce che Il filosofo pensa ciò che il poeta ha visto.

    Cari saluti e un abbraccio
    Francesco

  7. Un intervento-commento, questo che or ora leggo di Francesco Solitario, che ringrazio con sentimento di profonda gratitudine, di autentica bravura e che onora la mia ricerca poetica tanto appartata e solitaria, quanto tenace, sempre alla ricerca della mia autentica “patria linguistica”: un’azione di ‘contestualizzazione’ di così ampio respiro dei miei versi non si improvvisa, ci vuole cultura per giungere a tali vette…

    (Grazie davvero di cuore, caro Francesco),
    Gino Rago

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