Quattro poesie inedite di Rossella Seller, nota di Giorgio Linguaglossa

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Rossella Seller

Dopo l’11 settembre 2001, la storia sembra andare verso l’implosione del senso piuttosto che verso il suo ripiegamento, verso la demoltiplicazione piuttosto che verso il dimagrimento.  La poesia che si fa oggi è simile ad una femmina giunonica che mercanteggia il prezzo delle sue prestazioni. Ma la Poesia di oggi ha coscienza di questa negatività? La Poesia ha coscienza di questo de-moltiplicatore?. Oggi forse è possibile soltanto una poesia negativa, del negativo. Ma è una negatività senza impiego, una negatività da disoccupati dello spirito, senza contraltare, una negatività che permette di essere rappresentata soltanto attraverso la finzione, l’allestimento di un palcoscenico vuoto. Attraverso una secondarietà. E il primario? Che fine ha fatto il Primario? Non lo sappiamo più. Oggi, noi sappiamo soltanto che al posto del Primario è subentrato il Secondario, al posto dell’impegno è subentrato il disimpegno, al posto del negativo è subentrato il post-negativo. Le ipertrofie, le faglie, le erosioni, le citazioni, i rimandi, i geroglifici, i percorsi sotterranei del senso diventano i veri protagonisti del miglior romanzo e della migliore poesia, diciamo, del post-negativo.

La poesia ironica e scettico-urbana del post-negativo si muove in questa topografia assiale delle rovine del linguaggio e del senso; si muove, con eleganza e ironia magari, ed un quantum di elegia in questa topografia delle rovine (con una tipografia delle rovina!); si trastulla sfoderando le risorse antiche del plurilinguaggio e della polisemia, esibendo l’abilità del retoricoeur, nell’improvvisare paronomasie, omofonie ed anafore, iperbati, corto circuiti tra suono e senso, tra citazione e citazione; mima un senso plausibile ed effimero per poi subito dopo negarlo e de-negarlo ammiccando alla impossibilità per la poesia di prendere la parola, di parlare facendosi schermo dei famosi versi di Montale: «Solo questo oggi possiamo dirti / ciò che non siamo ciò che non vogliamo». È dalla fine degli anni Novanta e dall’inizio del nuovo secolo che si può datare il fenomeno della esondazione di una poetica femminile unanimemente accettata come una vulgata indiscussa. Si torna a credere nel linguaggio del corpo  e nel linguaggio delle sensazioni come un dato stabilmente acquisito. Si stabilizza così un codice della partecipazione a questo nuovo altare della iniziazione salvifica. Una nuova deità si profila che ruota attorno al «corpo» e al «privato».  Si ritiene da più parti che sia ancora possibile poetare con pensieri assolutamente originali se vissuti in modo personale individuale, si torna a credere ad una singolarità che opererebbe in modo quasi magico e numinoso sul piano della «poesia», si torna a credere ad una autenticità, anch’essa numinosa e salvifica, a volte anche esoterica, con tanto di ingresso nel tempio dell’«io».

Rossella Seller, per sua fortuna, si allontana da questo paradigma di ciò che si intende come poetico, ha una sua tematica alla quale si attiene fedelmente fin dall’opera di esordio: Lo specchio di Alice (2008), il narcisismo non visto come un mito dai risvolti negativi come comunemente crede la communis opinio ma come un elemento ineliminabile della sensibilità e del linguaggio femminili, una chiave di volta per aprire il mistero del reale. C’è una delicatezza quasi giapponese in certi passaggi di queste poesie, una timidità di accenti, avverti quasi il frusciare di vesti femminili che si muovono in un luogo privo di segni riconoscibili, si direbbe quasi privo di realtà distinguibili; ci sono «sagome incerte», c’è una «rosa tardiva», quasi una personificazione di un «sogno»; c’è «una fiamma sacra» dove «un Dio compare»; ci sono enigmi dappertutto, nascosti ed esiziali, per lo più muti, che dissimulano la propria ingombrante presenza-assenza. Sono questi gli «ostaggi dell’assenza», «accolti dal silenzio delle arcate», figure che inquietano, misteriose presenze delle antiche deità dei Lari oscurate dal nostro mondo di luci ecologiche ed ecometriche. Ci sono «occhi» di un tu misterioso che «hanno visto molte ombre»; interviene un personaggio misterioso del quale si dice: «il tuo enigma è un sussulto». Sono appena dei frammenti, delle tessere di un mosaico sconosciuto con i quali il poeta tenta di ricomporre l’infranto. «E i pensieri non sono argilla di parola / ma respiri del vento in stanza chiusa».

Giorgio Linguaglossa

 

Se fosse lo spirito

Se si incontrassero amici e nemici
estranei gli uni agli altri
e una volta per tutte si parlassero,
non sarebbero poi migliori?
Se fosse uno stato inquieto della mente
la vita intrisa di accuse e di colpe,
se potessero dirsi del niente e del male
con facili aforismi i rimorsi
e sciogliere i nodi nel perdono.
E se di Spirito fossero intrise le gesta,
con la chiara nudità che ascolta il profondo,
l’invidia del tuo sguardo potrebbe
reggere la mia felicità e insieme
offrire aiuto con generosa mano.
Quanto più sopportabile sarebbe il grido
che frulla incomprensibile nell’alba
senza nome, senza morte
inconsapevole estrema estasi
per le armonie infinite dell’universo-atomo.

 

Blanquito e Luis

Il cavallo batte l’arenile col piede stanco
Luis strappa foglie e le mastica
la voce rauca incita il puledro.
Blanquito e Luis stessi occhi a spillo tristi.
Luis mostra fiori, piante e cascate,
sussurra alle mie orecchie:
-Bello il cielo della vita-
e accarezza le zecche di Blanquito.
Dopo la marcia gira intorno a noi turisti,
vorrebbe chiedere qualcosa che non sa
e di molte cose che non avrà.
Vive nel fiume ai piedi della cascata
come il cavallo mangia e beve dove capita,
vorrebbe dolci e giochi, vorrebbe imparare
quello che desidera un fanciullo
e se ne vergogna dietro le ciglia umide.
Candida perla porta addosso
un fardello da scontare,
nato in un paese povero
come fosse una colpa.

 

Pantelleria

Non serve chiedere al seme
del cappero dove andrà a fiorire
né alla sorgente se continua
a nutrire le sponde del lago.
La figlia del vento è una perla tenace
difende il suo tesoro nel corpo
verde dei muri a secco.
Se non interroghi i fumi delle grotte
non saprai quando il mosto
riempie i palmenti e se l’acqua
cadrà nelle cupole dei tetti.
Non saprai perché una scheggia
di ossidiana attira alla fuga
e alla libertà di perdersi,
di ritrovarsi poi nella roccia trafitta
nel fulcro della terra.
Se nuoti tra le onde limpide
sarai pesce tra i pesci, salvo dai marosi,
potrai inchinarti all’invisibile vulcano
e far pace con te stesso.

 

Verso la fonte
( Non Onmis Moriar)

Mi sono messa nel candore
abbagliante della neve,
un po’ di luce riflessa
al crocevia del mio esilio,
per consegnarti un brandello
di vita attaccato alla gola.
Molti mi hanno salvato dalle lacrime
e di molti ho salvato la voce.
Un lampo, un richiamo lontano
attraversa l’oblio di tutti gli altri
e li affido alla natura insondabile
del destino che indica in una ruga
l’eredità di molte generazioni.
Così anch’io verrò dispersa
e il sogno di lasciare una traccia
continuerà a spargere di polline i sentieri
e a cantare nei gorghi dello scoglio che mi amò.
In un mattino di pura rugiada
una pietra si spaccherà all’inciampo
e l’energia della mia cellula tornerà
a splendere nell’incavo di una foglia,
negli occhi di un bambino
lo stesso mio stupore.

Rossella Seller

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