Tre poesie di Luigi Paraboschi da “…e ci indossiamo stropicciati”, Edizioni Terra d’Ulivi – 2018

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Basta il mistero

E’ difficile carpire il silenzio
aprirsi la strada dentro il marmo
che ci avviluppa e ci intristisce.

spiegarci perché la foglia gemma
sempre senza alcun segno preventivo,
l’apparire improvviso della lucertola
dietro il tronco e l’erba che cresce
sotto l’occhio che non se ne avvede.

Non possiamo avere risposte chiare
al dialogare del merlo col suo vicino,
la scienza li chiama semplici gorgheggi
e parla di codici iscritti nelle radici,
ma io preferisco ripiegarmi nel rispetto
e non avvelenare il sangue per celebrare
l’esaltazione dell’intelligenza, e
lascio scorrere lo spirito dove vuole
certo che la risposta è chiusa dentro
il mistero d’accettarsi per divenire uomo.

 

Il vuoto d’una finestra

Il vuoto d’una finestra spalancata sul mattino
è spazio che racconta l’inizio d’una giornata altrui;
quando con occhi avidi interrogo quel riquadro scuro
senza conoscere il genere o l’identità
che vi vorrei vedere, ho solo un desiderio di contatto.

Sono smarrito dentro una rete dalle maglie lacerate
in questo mattino di pioggerella marzolina,
come si sarebbe scritto nel tempo in cui
il mondo aveva colori e forme più definite,
la stanchezza attraversa tutti senza lasciare al cuore
il respiro per un battito che ci racconti.

Costretti all’angolo del ring tiriamo il fiato intanto
che ci spruzzano il viso con parole bugiarde,
cercando di rimetterci in bocca il paradenti,
ma lo rifiutiamo, decisi ad arrivare al round finale
ansiosi di incontrare il pugno definitivo.

 

Ulisse ha letto Ginsberg

Ha lasciato persone come ombrelli dimenticati
sopra qualche tram al capolinea, navigato
lungo i sentieri di molti cuori, e sorseggiato
le acque amare dei troppi cani che poetavano
gesta antiche d’amore e di lussuria, ed ora
canta la purezza di una pennellata surreale
che vede immergersi dentro una fuga di accenti
monchi e dalle radici anchilosate, mentre
asciuga le lacrime sopra cuscini di piume
strappate all’orgoglio e alla superbia.

Gli scorre ancora nelle vene il dolore di un ago
appassionato di perdono che invoca misericordia
per una mente strizzata dalla disperazione
ma Circe è lontana ed i versi del richiamo
sono giunti tardi, già egli era oltre le colonne d’Ercole,
ed ha mancato le antiche promesse di ritorno.

Itaca e Penelope erano il miraggio da fuggire
e ora che è quasi giunto in cima al viaggio
ove l’attende quella risposta inseguita troppo a lungo,
si domanda se stagioni in lui qualcosa di quel tempo.

Sconfitto, s’appoggia il capo sull’avambraccio,
smarrito ed allucinato, senza sostegni, teso
ad inseguire una pace molto vicina alla libertà
quando il corpo s’abbatte nell’ultimo saluto.

Luigi Paraboschi

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