Andrea Camilleri “Conversazione su Tiresia”, Sellerio Editore, Palermo – 2018, di Roberto Taioli

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Tiresia è Camilleri e Camilleri è Tiresia. Un’audace identificazione. Come l’autore dice nel breve ma densissimo testo, ”persona e personaggio finalmente ricongiunti”. Una vera lectio tragica è quella che l’autore siciliano ci propone per la prima volta messa in scena l’11 giugno 2018 al Teatro greco di Siracusa e recentemente riproposto in RAI in prima serata. Lo spettatore che tale non è stato in occasione dei due eventi, può tuttavia immergersi nell’affascinante libretto che riporta il testo di Camilleri. Il personaggio di Tiresia, nella performance dell’autore, attraversa tutta la storia della civiltà dell’uomo e assurge a simbolo della sua condizione, stretto tra finitezza del presente e aspirazione ad un futuro che mono conosce e che talora teme, proprio perché misterioso, inaccessibile ed oscuro. Tiresia tebano ebbe da Giove la possibilità di vivere sette esistenze e quindi il dono della metamorfosi, del trasformarsi e di avere uno sguardo più ampio sui destini umani, di essere uomo e donna al contempo. Camilleri ne narra la storia, partendo dall’adolescenza di Tiresia, che soleva frequentare i prati e le pendici del Citerone, un locus amoenus che gli fu fatale: “ A me adolescente piaceva molto fare lunghe passeggiate sul Citerone e un giorno, all’improvviso, mentre stato seduto su una pietra, vidi avventarsi verso di me due grandi serpi avviticchiate nell’atto della riproduzione. Ero sovrappensiero, per questo reagii come avrei dovuto. Perché coi serpenti, sul Citerone, bisognava andarci cauti. Zeus per possedere Persefone si mutava in serpe e anche Cadmo s’asserpentava per le sue scappatelle. Quindi in quei rettili poteva celarsi un Dio. Così, senza pensarci, presi un ramo d’albero e con una violenta bastonata uccisi una delle due serpi. Era la femmina. E in quell’attimo stesso venni mutato in donna”. Il brusco contrappasso cambia radicalmente non solo il genere, ma anche il modo di pensare, l’ethos di Tiresia, avendo modo di sperimentare la poliedricità del mondo femminile, “Un cervello affollatissimo, piccole esigenze quotidiane accanto a grandi quesiti universali”. Una complicanza, un intreccio che lo affascina ma insieme lo logora e lo stanca. Consultata la Pizia, gli fu consigliato di tornare sul Citerone e di uccidere il primo serpente che incontrasse, replicando così lo schema della prima trasformazione. Ma questa volta il gesto di Tiresia di uccidere il serpente lo ricondusse al genere maschile e alla sequela del matrimonio e della figliolamza che gli fu prodiga dei due generi che aveva sperimentato; ebbe infatti due figli, un maschio e una femmina di nome Manto, una figura importante che nel suo peregrinare giunse in Italia e fondò la città di Mantova. Ma le trasformazioni di Tiresia non sono ancora finite. Chiamato da Zeus a dirimere la questione con la moglie Era di chi (uomo o donna) provasse più piacere nell’atto sessuale, in quanto aveva sperimentato il nucleo dei due generi, Tiresia sconsolato ed imbarazzato rispose che “la donna ne gode per nove e l’uomo solo per uno”. La rabbia di Era si ritorse immediatamente su Tiresia al quale fu tolta la vista. A questa privazione, in un gioco di perdita e donazione, a Tiresia fu dato da Giove il dono della preveggenza. Diviene cieco, ma indovino, capace di leggere oltre il sensibile e il contingente. Qui avviene tra l’altro una prima ricomposizione tra personaggio e persona, tra Tiresia e Camilleri, anch’esso cieco in tarda età, ma dotato di una lucidità intellettuale che rimargina ed anzi sopravanza la perdita della vista. Camilleri nel suo testo, calcando la veste di Tiresia ed essendone personaggio, ricorda altre versioni del suo accecamento, come quella di Callimaco nel V Libro degli Inni. Callimaco racconta che Tiresia fu privato della vista da Atena sorprendendola a guardarla nuda mentre si bagnava nelle acque di un ruscello sul monte Citerone. Non si deve però pensare che questo dono della preveggenza fosse per Tiresia privo di sofferenze. Egli infatti poteva si vedere nel futuro dell’umanità, cogliere il cammino avventuroso e talora tragico dell’uomo, ma non cambiare il corso degli eventi. Se ne lamentò con Zeus: “Questa arte profetica, tu Zeus, me l’hai concessa come un privilegio, non è un dono ma la più tremenda delle condanne”. Gli fu consigliato di riturarsi dal mondo, di nascondersi in una grotta appartata del Monte Citerone, luogo che compare continuamente come centro ispiratore delle vicende di Tiresia. Infatti tutto passa da lì, da lì si muove e lì ritorna. Tra le sventure di Tiresia una di quelle più infamanti fu l’accusa di essere un indovino a pagamento, rivoltagli da Edipo; cosi Camilleri/Tiresia registra questo episodio:

la mia ritrosia a rispondere alle sue domande, Edipo la interpretò in diversi modi, come voi sapete, e tutti offensivi. Mi disse che volevo alzare il prezzo della mia preveggenza, mi accusò di tramare politicamente con Creonte contro di lui. Ma io resistetti alle sue offese, non perché temessi di dirgli la verità, e cioè che era stato lui a uccidere inconsapevolmente suo padre Laio e a giacere altrettanto inconsapevolmente con sua madre Giocasta, No! Io lo feci per voi, solo per voi, perché sapevo, prevedevo, che un giorno sarebbe nato un certo Sigmund Freud e lui sì, con la sua teoria del complesso di Edipo, avrebbe rovinato la vostra esistenza, raccontandovi che tutte le vostre turbe nascono dal fatto che da piccoli avete desiderato vostra madre e tramato contro vostro padre”.

Fu Sofocle nell’Edipo Re a sviscerare l’intricata materia ma, commenta Camilleri, senza la parcella degli psicanalisti. La prima volta che nell’antichità si parlò di Tiresia fu nell’Odissea omerica quando Ulisse fu invitato a tornare finalmente ad Itaca, ma non lo fece e vagabondò per un altro decennio. Orazio nel mondo romano svilì Tiresia ad un “cacciatore di eredità” e Giovenale sostenne che fosse oltre cieco oltre che sordo. Anche Seneca ne suo Edipo Re lo declassa della sua funzione divinatoria, riducendolo ad un uomo che ha delle mere intuizioni. Scomparso il mondo antico popolato dagli Dei, Tiresia pensò di inabissarsi nell’oblio. Invece ebbe nuova vita nel mondo cristiano, fino ai versi famosissimi di Dante:

Mira ch’ha fatto petto delle spalle:
Perché volle veder troppo davante,
Di retro guarda e fa ritroso calle.
Vedi Tiresia, che mutò sembiante
Quando, di maschio, femmina divenne,
Cangiandosi le membra tutte quante;
E prima, poi ribatter le convenne
Li duo serpenti avvolti con la verga ,
Che riavesse le maschili penna.

Come avviene nei personaggi danteschi, anche Tiresia collocato nella damnatio dell’Inferno è sottoposto alla legge del contrappasso, costretto a camminare con la testa girata per guardare il passato e non l’avvenire. La l’arte dantesca ne ricompone la dignità perduta. Poi fino al Rinascimento, quasi più niente si significativo. Fu Angelo Poliziano che lo riabilitò come profeta e indovino, saldando in un unico nesso arte divinatoria e poesia. La poesia resta sempre nella sua estrema radice profetica, capace di decifrare il sensibile. Scrive Camilleri riguardo a Tiresia letto da Poliziano: “ Da personaggio ho vissuto la vita che i miei poeti hanno voluto darmi, ma come persona io ero un poeta autentico. Egli ricorda infatti che tutte le mie predizioni erano in poesia e che il mio linguaggio era simile a quello dei grandi sacerdoti”. Anche Foscolo e Milton abbordarono Tiresia ma senza continuità. Ma sarà il Novecento il secolo del riscatto del personaggio Tiresia nell’opera musicale Oedipus rex di Stavinskij : “ O sangue sacro! Non sanno quale fiume tu sei, non si tuffano mai nelle tue profondità vitali, dove sono estinti il dolore e la follia. E’ il dolore degli uomini che da fuori con sordo alito scuote il mio corpo; nel mio sangue fiorisce il mondo e le stelle si levano e tramontano”. Ma ancor di più Tiresia riprese tono e volto in uno dei più rilevanti poeti dell’avanguardia; Guillaume Apollinaire intitola una sua commedia Le mammelle di Tiresia, con sottotitolo dramma surrealista. Anche qui viene reintrodotto l’antica arte della metamorfosi che accompagna Tiresia ma rinfrescata e ravvivata dal gioco surrealista: “La protagonista, Thérèse, sposata con un marito che vorrebbe da lui quaranta figli, si rifiuta categoricamente di dargli un erede e questa sua resistenza le provoca una metamorfosi: le sue mammelle diventano palloncini colorati che Thérèse fa esplodere con la brace di una sigaretta. Poi le la barba e un vistoso paio di baffi. Quindi indossati gli abiti, si trasforma nel mio personaggio, in Tiresia”. Nel Novecento incontriamo un grande poeta americano, Archibald MacLeish che in una poesia intitolata Elpenor (un compagno di Ulisse morto in un incidente sulla terra di Circe) afferma che Elpenor consiglia ad Ulisse di rifiutare tutto quello che gli era stato detto:

Devi solo andare avanti
Per quello che è e che va oltre noi
Andare
In un oceano mai navigato: non a Itaca:
non nei tuoi letti – ma le alghe
inaridite sotto le spine
e i gabbiani e un’altra mattina…

Ma nello stesso periodo altri due poeti di levatura altissima erigono Tiresia a cifra suprema della loro poesia. Il primo è Ezra Pound nei suoi Cantos:

Ho veduto quel che ho veduto
Quando portarono il ragazzo dissi:
“C’è un Dio in lui”
Ho veduto quel che ho veduto
Etu, Penteo, faresti bene ad ascoltarmi
E Cadmo, o la fortuna ti abbandonerà.
Ho veduto quel che ho veduto
E ho patito quel che ho patito.
A consultarmi nella caligine fosca
Vennero ombre nell’inferno
E io ripieno di sapienza più degli uomini in carne,
ma l’ombra nell’ombra è il sapere.
Ho visto Tebe in fiamme
Atteone sbranato dai suoi cani
Ho visto Cesare morire sotto il pugnale di Bruto
Ho visto Napoleone morto a Sant’Elena
Ho visto penzolare dalla tettoia del benzinaio
Ben e Claretta.
Tutto questo i miei occhi ciechi hanno veduto e patito.

Il secondo poeta è T. S. Eliot che inviò a Pound un poemetto destinato a diventare famoso, La terra desolata. Eliot pensò che il suo testo sarebbe passato inosservato da Pound che invece lo lesse, lo chiosò, lo defalcò di 300 versi su 600 e lo rimandò all’autore. Eliot lo pubblicò dedicandolo a Pound: A Ezra Pound, il miglior fabbro. Nei versi di Eliot Tiresia parla in prima persona, ma annuncia la sua decadenza e quella del mondo del quale sta vivendo la settima volta, secondo il volere di Zeus. Il tono è torbido, come di qualcosa che va consumandosi e morire, attraversato da rapidi e fulgenti lampi di memoria:

Io Tiresia, benchè cieco, pulsante tra due vite,
vecchio con avvizzite mammelle femminili, posso vedere
all’ora viola, l’ora della sera che volge
al ritorno, e porta a casa dal mare il marinaio,
posso vedere la dattilografa a casa all’ora del tè, sparecchia la colazione,
accende il fornello e tira fuori cibo in scatola.
Fuori dalla finestra pericolosamente stese
Ad asciugare
Le sue combinazioni toccate dagli ultimi
raggi de sole,
sul divano (di notte il suo letto) sono ammucchiate
calze, pantofole, camiciole e corsetti.
Io Tiresia, vecchio con poppe avvizzite,
percepii la scena, e predissi il resto –
anch’io attesi l’ospite aspettato.
Lui, il giovane pustoloso, arriva,
impiegato di una piccola azienda di locazione,
con un solo sguardo baldanzoso,
uno del popolo a cui la sicumera sta
come un cilindro a un cafone arricchito.
Il momento è ora propizio, come lui congettura,
il pranzo è finito, lei è annoiata e stanca,
cerca di impegnarla in carezze
che non sono respinte, anche se indesiderate.
Eccitato e deciso, lui l’assale d’un colpo;
mani esploranti non incontrano difesa,
la sua vanità non richiede risposta
e prende come un benvenuto l’indifferenza.
( E io Tiresia ho presofferto tutto
Quello preso che è stato fatto su questo stesso
divano o letto;
io che sedetti sotto le mura di Tebe
e camminai fra i più umili morti).
[…]
Il fiume trasuda
Petrolio e catrame
Le chiatte derivano
Col volgere della marea
Rosse vele
Aperte
A sottovento, ondeggiano sul pesante pennone.
[…]
A Cartagine poi venni
Ardendo ardendo ardendo
O Signore Tu ni cogli
O Signore Tu cogli
Ardendo.

Roberto Taioli

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