Quattro poesie di Edith Dzieduszycka da “Poesie del tempo che fu – Poésies d’antan, La vita felice – 2018

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ECOUTE

Ecoute au fond de toi, prends la peine d’entendre
ce qu’y ont fait se taire les jours pareils aux jours.
Ecarte un peu le voile aux fragiles contours
et tissé jusqu’à trame en chaînes couleur cendre.

Laisse éclater au ciel, au creux de toi s’étendre
en vagues infinies que le vent chasse à courre,
le fracas frémissant par tes désirs trop lourd
et la rumeur enfouie que ton silence engendre.

Alors enfin naîtra tout ce qu’en toi celaient
des aubes de grisaille et d’obscures clartés,
vivant tu surgiras d’un gouffre aux fonds lointains,

de ta réalité tu seras au rivage
et non plus de chimères l’aveugle pantin,
ni de pâles reflets le fantasque mirage.

 

ASCOLTA

Ascolta in fondo a te, sforzati di sentire
cosa azzittirono giorni ad altri uguali.
Scosta appena il velo dai fragili contorni
tessuto fino a trama in catene color cenere,

lascia brillare al cielo, dentro di te spiegarsi
in onde infinite che sospinge il vento
il fracasso fremente, greve di desideri
e le voci sepolte nate dal tuo silenzio.

Allora nascerà quel che in te celavano
albe di grisaglia e oscuri bagliori,
d’un abisso profondo vivo tu sorgerai,

della tua realtà riscoprirai le rive
e non più di chimere sarai cieco fantoccio,
né di riflessi pallidi il miraggio bizzarro.

 

CREPUSCULE

Toi qui des choses éteins les bruyantes couleurs,
effaçant les contours dévorés d’ombres grises,
qui estompes les angles en formes imprécises,
toi dont j’aime le son, fugitive lueur,

crépuscule aux mains douces et aux parfums de fleurs,
ouaté de longs murmures et d’ivresses promises,
tiédeur d’allées profondes où chuchote la brise,
équipage aux yeux clos, somnolence des cœurs.

Éteignant d’un frisson la mourante clarté
favorable complice à de tendres secrets,
tu voiles de langueur la plainte des amants,

toi qu’effleure le souffle de l’enfant qui rêve
et celui de l’espoir, à peine moins tremblant,
ô toi qui seul inventes une aube qui se lève.

 

CREPUSCOLO

Tu che delle cose smorzi i chiassosi colori,
cancellando i contorni mangiati d’ombre grigie,
che gli angoli sfumi in forme imprecise,
di cui amo il suono, fuggitivo chiarore,

crepuscolo dalle morbide mani, dai profumi di fiori,
mormorii ovattati ed ebbrezze future,
tepore di viali fondi ove bisbiglia la brezza,
carro dagli occhi chiusi, sonnolenza dei cuori,

d’un fremito spegnendo il morente bagliore
di teneri segreti favorevole complice,
avvolgi di languore degli amanti i sospiri,

tu che sfiori il respiro del bambino che sogna,
e quello della speranza, meno tremante appena,
ô tu che solo inventi un’alba che risorge.

 

LA CHEVAUCHEE FANTASTIQUE

Entre les noirs piliers aux frondaisons géantes
étreignant sous leur voûte une ombre cathédrale,
en cette obscure nef peuplée d’allées mouvantes
où sombrent, frémissants, de lourds morceaux d’étoiles,

martèlement lointain d’une course démente,
où t’enlève au galop cette blanche cavale,
crinière déployée sur sa robe fumante
et qu’agrippent sanglants les éperons du mal?

Sur quel ordre secret, pour quelle aube fatale
est venue te chercher par delà trop de pentes,
effrénée messagère, cette pure vestale
aux naseaux tout mousseux d’une flamme écumante?

D’où surgit, fantastique, à l’heure vespérale,
au milieu d’un tonnerre de sabots qu’argente
à regret le regard d’une lune trop pâle,
cette étrange haquenée solitaire et vibrante?

Cramponnée à ses flancs que fouette, végétale,
une armée de bras verts aux caresses cinglantes,
elle emporte en secret, perdue dans ce dédale
une vie condamnée aux poursuites errantes.

 

LA CAVALCATA FANTASTICA

Tra i neri pilastri dal fogliame gigante
di cui la volta stringe un’ombra cattedrale,
in quella navata oscura dai viali sfuggenti
ove frementi affondano grevi pezzi di stelle,

lontano martellare d’una corsa demente,
dove ti porta via quella bianca giumenta,
dalla criniera al vento sul suo manto fumante
che sanguinanti afferrano gli speroni del male?

Su quale segreto ordine, per quale alba fatale
è venuta a cercarti, oltre troppi declivi,
sfrenata messaggera, quella pura vestale
dalla frogia spumosa d’una fiamma schiumante?

Da dove sorge, fantastica, nell’ora vesperale,
in un rombo di zoccoli che di argento sfuma
a malincuore lo sguardo d’una pallida luna,
quella strana cavalla vibrante e solitaria?

Aggrappata ai suoi fianchi che frusta, vegetale,
un’armata di braccia verdi dall’abbraccio sferzante,
in segreto si porta, in quel dedalo persa,
condannata una vita alle corse erranti.

 

RIEN

Je voudrais ne pas être, ou alors n’être rien
qu’un blanc rayon de lune, ou un grain de poussière,
ou la feuille arrachée par le vent de l’hiver
et qui vole appelée par des mondes lointains.

Au lieu de cela j’erre aux tréfonds de ce moi,
méandres sinueux dont le dédale aspire,
éperdue, ma raison sous ses crocs de vampire,
labyrinthe affolé qui égare mes pas,

cratère effervescent de tourbillons rageurs
où s’enlise aveuglée la nature profonde,
aux fragiles aguets des mille voix qui grondent,
patiemment tapies au fond de ma torpeur.

Je ne sais ce qu’elles crient ni vers où elles m’entraînent,
car de gouffre en abîme et jusqu’au bout des temps,
je n’aurai pas compris quel infernal élan
les a fait vivre en moi, inexorables chaînes,

ni pourquoi leur clameur, à l’abri dans ses liens,
dont l’écho tel une onde élargit les appels,
a grignoté mon être et foré ses tunnels,
épuisant ma substance au point de n’être rien.

 

NIENTE

Vorrei non essere, o essere soltanto
di luna un bianco raggio, un granello di polvere
o la foglia strappata dal vento dell’inverno
e che vola chiamata da lontani universi.

Nel profondo di me invece io erro,
meandri sinuosi il cui dedalo aspira,
sconvolta, la mia ragione con zanne da vampiro,
labirinto impazzito ove smarrisco i passi,

cratere effervescente dai vortici rabbiosi,
nel quale accecata, sprofonda la natura
agli agguati fragili delle voci ringhiose,
rinchiuse con pazienza in fondo al mio torpore.

Non so che cosa gridano né dove mi trascinano,
ché d’abisso in burrone e sino alla fine,
non avrò io capito quale infernale slancio
in me le ha fatto vivere, catene inesorabili,

né perché quel clamore, nei suoi lacci al riparo,
la cui eco allarga come un’onda i richiami,
mi ha dentro erosa forando gallerie,
svuotando la mia essenza fin ad esser niente.

Edith Dzieduszycka

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3 commenti
  1. Sono passati cinquanta anni dalla stesura di queste poesie in alessandrino direttamente in francese, la madrelingua di Edith alle poesie attuali della poetessa scritte in italiano in metro libero e in veste prosastica. In questo arco di tempo si è consumata la parabola della poesia simbolistica e siamo entrati nella pop-poesia, nella post-poesia, nella iper-poesia o nella ipo-poesia, insomma, nella confusione attuale dove tutto è concesso in virtù della filosofia pop, cioè mediatica, demotica e democratica. Il salto è stato davvero drammatico, funambolico tal che questa poesia di Edith ci sembra provenire da un altro pianeta, da un altro mondo…

  2. Vero, caro Giorgio, 50 anni non passano di certo senza modificare il nostro aspetto, le nostre percezioni e la nostra sensibilità, individuale e collettiva, alla luce dell’esperienza di una vita e nel mio caso del passaggio da una lingua all’altra. La poesia che scriviamo segue la stessa evoluzione ed è normale e giusto che sia così. Infatti m’interessa molto, e mi diverte, seguire i nuovi standard in uso oggi, senza rinnegare il passato, facendo tesoro di ogni cosa e … slalom tra le innumerevoli possibilità che offre la scrittura.
    Grazie a La presenza di Erato per la sua ospitalità e un caro saluto a Luciano Nota.

    Edith Dzieduszycka

    • Ieri sera ho presentato all’Aleph di Trastevere con Luigi Celi e Giulia Perroni il recentissimo libro di Edith Dzieduszycka, allora ventenne, Poesie del tempo che fu Poesie d’antan, scritte prima del 1965, poesie scritte direttamente in francese dove dalle prime poesie in un alessandrino tornito e ossequioso, si arriva alle ultime scritte con un verso spezzato e spiegazzato. Ebbene, dicevo che in questa parabola stilistica, in questo spettro stilistico che va dall’alessandrino al verso spezzato e frammentato di Edith si possono individuare e misurare tutte le tensioni stilistiche che eromperanno trenta quaranta e cinquanta anni più tardi nelle sue poesie in italiano, lingua di adozione di Edith, dove la poetessa oscilla all’interno di uno strettissimo corridoio: da una parte la parete della prosa, dall’altra la parete del linguaggio poetico; e dicevo che Edith riesce benissimo quando scrive prosa pensando alla poesia, e viceversa, quando scrive in quel sottilissimo e strettissimo corridoio di una scrittura non-scrittura, di una scrittura che non ha il marchio di riconoscibilità della scrittura poetica, che non ha nessuna garanzia di veridicità e di genuinità; una scrittura spuria, che sbatte continuamente da una parete all’altra, e che viene respinta dalle due pareti di qua e di là. La scrittura poetica di Edith vive in questa contraddizione: di non poter essere se stessa, di non poter presentarsi con un vestito identificato, in un genere prestabilito: femminile o maschile; si può dire che la scrittura di Edith riesce bene soltanto quando si presenta con un vestito linguistico unisex, una scrittura transgender? No, è una scrittura intergender, che non regala a nessuno la propria irriconoscibilità, una scrittura che non accetta di farsi incasellare in un genere o in un sotto genere.

      Questa problematica avviene, tentavo di spiegare ieri sera, perché nel frattempo, dal 1965 ad oggi il mondo è cambiato in tale misura da rendere impossibile e da manuale obsoleto ripristinare oggi l’impiego del verso alessandrino; ho tentato di dire che la poesia è nient’altro che un ordine proposizionale: dimmi come metti gli aggettivi e i sostantivi in un metro e ti dirò che tipo di poesia fai e chi sei. La «verità», dicevo, dimora all’interno dell’ordine proposizionale, la «verità», tirata in ballo da Luigi Celi nel suo colto intervento, non può vivere al di fuori dell’ordine proposizionale; la «verità» nel frattempo, in questo lungo corso di decenni, più di cinquanta anni, è diventata «posizionale», cioè si può parlare di «statuto di verità del discorso poetico» soltanto nei limiti del discorso poetico, soltanto nell’ambito di quelle precisissime parole collocate in quel precisissimo ordine grammaticale, sintattico, semantico e iconico.

      Da questo punto di vista, il valore dell’ordine proposizionale invece di esserne dimidiato ne viene invece rafforzato. È la severità e la tenacia con cui la Giancaspero medita per anni se sopprimere due aggettivi di una poesia precedente, è la severità e la compostezza di chi accetta il semplice concetto secondo cui la «verità» è diventata una posizione, una collocazione, un ordine o un disordine. E non è poco, è un concetto etico ed estetico e politico insieme, in un mondo di ciarle in libertà, in un mondo in cui la politica si fa con i twitter e gli sms invece che con i decreti e con le leggi, chi fa poesia si deve dare un contegno e un metodo della massima severità e compostezza. Questo è l’unico modo per un poeta serio di presentarsi al pubblico.

      Contro chi, con superficialità, ci lancia l’accusa secondo la quale la nuova ontologia estetica spingerebbe tutti a scrivere allo stesso modo, obietterò che i quattro modi di fare poesia dei quattro autori di questo post dimostrano come si possa scrivere secondo la propria personalissima personalità in modo assolutamente diverso da quello di tutti gli altri. La nuova ontologia estetica è una palestra per coltivare e allenare la propria individualità stilistica, non è una legione straniera che impone a tutti i suoi membri una ottusa e acritica uniformità stilistica.

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