Elio Pecora, “Rifrazioni”, Mondadori – Lo Specchio – 2018, nota di lettura di Noemi Paolini Giachery

978880468746hig-310x480L’ immediata reazione dopo la prima lettura di questo libro era un coinvolgimento che suggeriva impressioni quasi inconsce:

“Non sono io, no, quell’ombra che cerca. E neppure l’ombra che trova (l’io invadente si fa avanti come sempre). In realtà non è mio il giardino di castagni e ulivi. Non è mia neppure quella banda con il suo ‘straziante saluto’. Luci e suoni del sud non mi appartengono. Eppure ho creduto che si parlasse anche di me. E resto in ascolto per conoscermi meglio. E vorrei continuare direttamente con la mia voce ‘il canto dell’abbandono’ all’unisono con chi parla anche di me e per me. Ma ogni parola che mi nasce è – ormai – opaca e sterile. Così, non volendo riconoscere che qualcosa è morto nell’io che si chiama Noemi, elaboro sofistiche teorie-alibi (non so fare altro da quando l’insicura ha cominciato a difendersi con le armi della logica). Sostengo questa volta che la parola poetica, una volta pronunciata, si può solo ascoltare. Ogni parola che si aggiunge per mostrare ‘di avere capito’ è abusiva: l’incanto svanisce.”

Eppure, dopo gli ozi estivi vissuti in frequente silenzioso colloquio con il libro amato è nato il desiderio di tentare la scrittura inseguendo spericolatamente il continuo affacciarsi e sparire dell’ossimoro che di questa poesia, direi, è insieme modalità e tema. L’ombra, dominante protagonista, convive con la luce, il raccoglimento statico in angoli segreti convive con il volo, l’attenzione frequente a situazioni umili e contingenti con la tensione al sublime. Qui l’apparenza ossimorica è smentita perché il sublime, chiave poetica dichiarata all’interno del testo stesso, consacra ogni particolare registro. E’ una poesia che “vola alta”. Emerge in primo piano una costante disposizione contemplativa. Sempre la poesia è contemplazione ma qui si potrebbe dire paradossalmente che la condizione del poeta che contempla è, a sua volta, contemplata quasi dall’esterno. L’io compare in terza persona e questo ambiguo distacco dell’autore da sé conferisce a tutta l’opera la lontananza di una favola e, insieme, un’intonazione che chiamerei elegiaca. In elegia, in delicata malinconia sembrano risolversi anche le esperienze in sé drammatiche, quei momenti eccezionalmente intensi nei quali un’occasione effimera mette in campo in termini più diretti il fondamentale conflitto di essere e nulla, di senso e di non senso . Conflitto estremo che concede alla tenerezza una sorta di mediazione. L’ombra, più presente del buio, sembra significare questa mediazione. Anche Il bel titolo, in fondo, implica una dualità positiva e una speranza di senso. E a raccogliere e salvare con dolce pietas e grazia la memoria, cioè il senso personale, di una vita è il giardino, l’immagine più densamente simbolica e insieme più vera di questo universo così intimo e così aperto. Il giardino (“C’era un giardino” è l’incipit favoloso) accoglie come un alvo materno (significativo riferimento) e insieme come un Eden senza confini il soggetto che ci parla di sé. Gli offre l’amato silenzio propizio al pensare e ricordare. Amata la solitudine ma anche osservate con tenero e attento riguardo le creature prossime che si affacciano alla memoria come ombre, “ombre assiepate nel sonno della mente”, “ombre venute da quel che chiamiamo esistenza”, in un caso da un’esistenza tragicamente conclusa col suicidio. Ma l’ombra più amorosamente e nostalgicamente introiettata ed evocata in una luce di tramonto è “una giovane donna” che “poco distante, oltre il cancello di ferro sedeva anche lei d’estate”. La figura materna, insieme madre e figlia, è una presenza addirittura fondante. Accanto a questo amore altri amori, intensi e inquieti, introducono in questa poesia una vibrazione costante (“l’amore che quando ubriaca e tormenta / alberga nel cuore mai sazio, lo sostiene”).

A questo punto il superficiale vagabondaggio su un libro di poesia che meriterebbe, come ho già detto, ben altro rispetto rinuncia ad andare oltre. Resta, inespresso e, in realtà, indicibile, il vero succo di un’esperienza di lettura.

Noemi Paolini Giachery

 

Non v’è un tempo per l’amore. Il dio frecciuto
può presentarsi non chiamato all’uomo vecchio
e nel corpo sfiacchito fortemente accenderlo.
Ma se l’impenitente non soggioga poi
l’oggetto amato, una pena senza scampo
fa strenua e balbettante la resa.

*

Non si tratta più di accordare lo strumento
ma lasciarlo vibrare, ora solo sfiorandolo,
ora percuotendolo in una furia irriflessa.
un poco appressarsi a quel che mancava.
… Come andare dietro un’ombra senza chiedersi
di dove provenga. in quella toccarsi.

*

V’è un’ora della notte quando il sonno, che fino allora
ha retto il suo oscuro governo, d’improvviso si squarcia
nella veglia. Subito, uno dietro l’altro, come torme
di cani affamati si presentano i pensieri più cupi,
le minacce più funeste. E ogni ardire si sfalda.
Del passato non resta nemmeno una stilla di bene,
non v’è rimedio al peggio che spinge da ogni parte:
cova in ogni parola, si nasconde dietro ogni faccia. E solo
se riesci a trovare la forza di accendere la lampada,
di tornare alla pagina del libro lasciato prima
che il sonno t’avvolgesse, solo allora arriverai
a risillabare la speranza. (Trapela dalle imposte
socchiuse la prima luce dell’alba, livida, incerta.)

*

Ha provato a stendere un elenco di quel che entra
nelle sue giornate: i volti, i nomi, gli oggetti
e quel che sta dietro le parole, e quel che s’aggiunge
nei pensieri ai pensieri. Quanto, anche nel giro
di un momento, vedono i suoi occhi. Quanto
accompagna ogni suo passo. E il numero interminabile
di quel che si muove e respira, e di quel che attende
di essere preso e toccato. Non è mai solo
se, anche nella stanza più buia, si porta dentro
una ressa di immagini specchianti che premono.
Morire non può essere che svuotarsi di tutto,
non una lacerazione, non un’uscita,
solo consumazione e spegnimento.

*

Nell’immenso ordito la sua vicenda non è
che un intreccio infinitesimo, il disegno sbilenco
di una foglia prossima a insecchire. Sono tutti là
i suoi beni e le sue perdite, il veleno dei suoi assilli,
la torma indomabile delle sue paure, i ritorni
della contentezza, la voglia irriflessa di restare.
Sono là, a chiamarli – ciascuno perfino sorpreso,
incupito – i tanti e tanti ai quali ha dato
il nome e la vicinanza. Altri, nemmeno chiamati,
si presentano (il violinista sulla metro
alle fermate ficca in una sacca nera il suo strumento
da nascondere ai vigilanti, truci come il policemen
di Charlot; il barbone che per un euro cede
il foglio sul quale ha scritto frasi insensate;
il vecchio che blatera verità putrescenti
nel romanzo di Roth; la badante moldava
col telefonino che innesca Il Lago dei cigni…).
Fra quella folla così varia che lo abita
non gli si addice il posto appartato in cui riconoscersi:
il silenzio in cui – attento e paziente – ascoltarsi.

Elio Pecora

 

elio-pecora-1Elio Pecora vive a Roma. Ha scritto raccolte di poesia, romanzi, saggi critici, testi teatrali. Ha collaborato con note letterarie a quotidiani, settimanali, riviste. Nel 1989 ha curato per la RAI un ciclo di trasmissioni sulla fiaba popolare italiana e nel 1992 ha raccolto una scelta e una riscrittura di queste fiabe nel volume La ragazza col vestito di legno (Frassinelli). Dirige la rivista internazionale «Poeti e poesia». Rifrazioni (Mondadori 2018) è il suo ventesimo libro di poesia.

 

 

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3 commenti
  1. da I Platani sul Tevere diventano betulle, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2019

    Ammirazione per Noemi P. Giachery, una nota critica nitida e precisa.

    Omaggio a Elio Pecora che in ogni atto di scrittura ha sempre inseguito la ‘parola esatta’…

    Gino Rago

    Nel giardino della parola esatta
    A Elio Pecora

    Inviare poesie a Elio è come recare civette ad Atene.
    E’ come spingere nel bosco rovi, alberi, spine.

    Un tabarro ci vuole. Un mantello a riparo
    di quei grandi freddi del passato

    e rami di quercia o di leccio al focolare.
    Già lo dissero in epigrafe per Montale,

    anche per Elio Pecora
    radici e foglie i versi d’una stessa pianta

    «il meglio d’una seppia rimane
    sempre l’osso,

    il resto è per i cuochi».

    La luna sul muro di pietre, il sole sul melo,
    il giardino della tua parola esatta.

    Che mai scenda sul poeta
    la pioggia delle parole vuote,

    ma Elio lo sa,
    le nuvole a volte sono stanche di cielo.

    gino rago

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