Italo Calvino, “Il linguaggio degli animali”. Fiabe italiane trascritte in lingua dai vari dialetti. La redazione vi augura Buone Feste. Torneremo il 7 gennaio

italo_calvinoOra, il viaggio tra le fiabe è finito, il libro è fatto, scrivo questa prefazione e ne son fuori: riuscirò a rimettere i piedi sulla terra? Per due anni ho vissuto in mezzo a boschi e palazzi incantati, col problema di come meglio vedere in viso la bella sconosciuta che si corica ogni notte al fianco del cavaliere, o con l’incertezza se usare il mantello che rende invisibile o la zampina di formica, la penna d’aquila e l’unghia di leone che servono a trasformarsi in animali.

Italo Calvino

 

IL LINGUAGGIO DEGLI ANIMALI

(Mantova)

Un ricco mercante aveva un figliolo a nome Bobo, sveglio d’ingegno e con gran voglia d’imparare. Il padre lo affidò a un maestro assai dotto, perché gl’ insegnasse tutte le lingue.
Finiti gli studi, Bobo tornò a casa e una sera passeggiava col padre pel giardino. Su un albero, gridavano i passeri: un cinguettio da assordare. – Questi passeri mi rompono i timpani ogni sera, – disse il mercante tappandosi le orecchie.
E Bobo: – Volete che vi spieghi cosa stanno dicendo?
Il padre lo guardò stupito. – Come vuoi sapere cosa dicono i passeri? Sei forse un indovino?
– No, ma il maestro m’ha insegnato il linguaggio di tutti gli animali.
– Oh, li ho spesi bene i miei soldi! – disse il padre. – Cosa ha capito quel maestro? Io volevo che t’insegnasse le lingue che parlano gli uomini, non quelle delle bestie!
– Le lingue degli animali sono più difficili, e il maestro ha voluto cominciare da quelle.
Il cane correva loro incontro abbaiando. E Bobo: – Volete che vi spieghi cosa dice?
– No! Lasciami in pace col tuo linguaggio da bestie! Poveri soldi miei!
Passeggiavano lungo il fossato, e cantavano le rane.
– Anche le rane ci mancavano a tenermi allegro… – brontolava il padre.
– Padre, volete che vi spieghi… – cominciò Bobo. Va’ al diavolo tu e chi t’ha insegnato!
E il padre, irato d’ aver buttato via i quattrini per educare il figlio, e con l’idea che questa sapienza del linguaggio animale fosse una mala arte, chiamò due servi e disse loro cosa dovevano fare l’indomani.
Alla mattina, Bobo fu svegliato, uno dei servi lo fece montare in carrozza e gli si sedette vicino; l’altro, a cassetta, frustò i cavalli e partirono al galoppo. Bobo non sapeva nulla di quel viaggio, ma vede che il servitore accanto a lui aveva gli occhi tristi e gonfi. – Dove andiamo? – gli chiese. – Perché sei così triste? – ma il servitore titubava.
Allora i cavalli cominciarono a nitrire, e Bobo capì che dicevano: – Triste viaggio è il nostro, portiamo alla morte il padroncino.
O l’altro rispondeva: – Crudele è stato l’ordine di suo padre.
– Dunque, voi avete l’ordine da mio padre di portarmi a uccidere? – disse Bobo ai servitori.
I servitori trasalirono: – Come lo sapete? – chiesero.
– Me l’han detto i cavalli, – disse Bobo. – Allora uccidetemi subito. Perché farmi penate aspettando?
– Noi non abbiamo cuore di farlo, – dissero i servitori. Pensiamo al modo di salvarvi.
In quella li raggiunse abbaiando il cane, che era corso dietro la carrozza. E Bobo intese che diceva: -Per salvare
Il mio padroncino darei la mia vita!
Se mio padre è crudele, – disse Bobo, – ci sono pure creature fedeli; voi, miei cari servitori, e questo cane che si dice pronto a dar la vita per me.
Allora, – dissero i servitori, – uccidiamo il cane, e portiamo il suo cuore al padrone. Voi, padroncino, fuggite.
Bobo abbracciò i servi e il cane fedele e se ne andò all’avventura. Alla sera giunse a una cascina e domandò ricovero ai contadini. Erano seduti a cena, quando dal cortile venne il latrare del cane. Bobo stette ad ascoltare alla finestra, poi disse: – Fate presto, mandate a letto donne e figli, e voi armatevi fino ai denti e state in guardia. A mezzanotte verrà una masnada di malandrini ad assalirvi.
I contadini credevano che gli desse di volta il cervello.
Ma come lo sapete? Chi ve l’ha detto?
– L’ho saputo dal cane che latrava per avvertirvi. Povera bestia, Se non c’ero io avrebbe sprecato il fiato. Se m’ascoltate siete salvi.
I contadini, coi fucili, si misero in agguato dietro una siepe. Le mogli e i figli si chiusero in casa. A mezzanotte s’ode un fischio, poi un altro, un altro ancora; poi un muoversi di gente. Dalla siepe uscì una scarica di piombo. I ladri si diedero alla fuga; due restarono secchi nel fango, coi coltelli in mano.
A Bobo furono fatte grandi feste, e i contadini volevano si fermasse con loro, ma lui prese commiato, e continuò il suo viaggio.
Cammina cammina, a sera arriva a un’altra casa di contadini. È incerto se bussare o non bussare, quando sente un gracidare di rane nel fosso. Sta ad ascoltare; dicevano: – Dai, passami l’ostia! A me! A me! Se non mi lanciate mai l’ostia a me, non gioco più! Tu non la prendi e si rompe! L’abbiamo serbata intera per tanti anni! – S’avvicina e guarda: le rane giocavano a palla con un’ostia sacra. Bobo si fece il segno della croce.
Sei anni, sono, ormai, che è qui nel fosso! – disse una rana. Da quando la figlia del contadino fu tentata dal demonio, e invece di far la comunione nascose in tasca l’ostia, e poi ritornando dalla chiesa, la buttò qui nel fosso.
Bobo bussò alla casa. L’invitarono a cena. Parlando col contadino, apprese che egli aveva una figlia, malata da sei anni, ma nessun medico sapeva di che malattia, e ormai era in fin di vita.
Sfido! – disse Bobo: – È Dio che la punisce. Sei anni fa ha buttato nel fosso l’ostia sacra. Bisogna cercare quest’ostia, e poi farla comunicare devotamente; allora guarirà.
Il contadino trasecolò. – Ma da chi sapete tutte queste cose?
– Dalle rane, – disse Bobo.
Il contadino, pur senza capire, frugò nel fosso, trovò l’ostia, fece comunicare la figlia, e lei guarì. Bobo non sapevano come compensarlo, ma lui non volle niente, prese commiato, e andò via.
Un giorno di gran caldo, trovò due uomini che riposavano all’ombra d’un castagno. Si sdraiò accanto a loro e chiese di far loro compagnia. Presero a discorrere: – Dove andate, voi due?
– A Roma, andiamo. Non sapete che è morto il Papa e si elegge il Papa nuovo?
Intanto, sui rami del castagno venne a posarsi un volo di passeri. Anche questi passeri stanno andando a Roma, – disse Bobo.
– E come lo sapete? – chiesero quei due.
– Capisco il loro linguaggio, – disse Bobo. Tese l’orecchio, e poi: – Sapete cosa dicono?
– Cosa?
– Dicono che sarà eletto Papa uno di noi tre.
A quel tempo, per eleggere il Papa si lasciava libera una colomba che volasse nella piazza di San Pietro piena di gente. L’uomo sul cui capo si sarebbe posata la colomba, doveva essere eletto Papa. I tre arrivarono nella piazza gremita e si cacciarono in mezzo alla folla. La colomba volò, volò, e si posò sulla testa di Bobo.
In mezzo a canti e grida d’allegrezza fu issato sopra un trono e vestito d’abiti preziosi. S’ alzò per benedire e nel silenzio che s’era fatto nella piazza s’udì un grido. Un vecchio era caduto a terra come morto. Accorse il nuovo Papa e nel vecchio riconobbe suo padre. Il rimorso l’aveva ucciso e fece appena in tempo a chiedere perdono al figlio, per spirare poi tra le sue braccia.
Bobo gli perdonò, e fu uno dei migliori papi che ebbe mai la Chiesa.

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