Martino Martini, “Trattato sull’amicizia”, Centro Studi Martino Martini – 2008, a cura di Roberto Taioli”

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Martino Martini, Trento, 20 settembre 1614 – Hangzhou, 6 giugno 1661

Composto inizialmente in cinese Il Trattato fu donato dal Padre gesuita al mandarino Zhu Shiin in segno di riconoscenza per l’ospitalità ricevuta. La pubblicazione risale al 1641, anno della morte di Martino Martini. Come suggerito dal titolo Martini scelse l’amicizia come tema cardine del suo lavoro, ben sapendo come tale sentimento fosse in Cina molto sentito dalla popolazione e oggetto di culto e di riti specifici, addirittura di un cerimoniale. Nel piccolo proemio, postposto come appendice al trattato, Martini esplicita la sua intenzione morale: “Viaggiatore venuto dal Mare d’Occidente per visitare questo paese, non ho altra aspirazione che quella di pregare devotamente da mane a sera affinché coloro, i quali desiderano entrare nella categoria degli amici, riconoscano un venerabilissimo vero Signore come nostro grande genitore e lo servano diligentemente per far sì che un giorno si avveri finalmente la pace in terra. Questo è il motivo per cui sono venuto in Oriente da novantamila miglia (lontano). Un’opera educativa quindi, che sulle tracce della tradizione gesuitica in Oriente, avviata da Padre Matteo Ricci, si poneva il compito di far interagire le due culture, europea e cinese, in un processo che verrà chiamato di inculturazione. Nello specifico l’intento di Martini era quello di far conoscere nella società cinese, autori del mondo classico europeo dall’antichità al Rinascimento. Tale lavoro dal nome Jiaoyou lan (Saggio sull’amicizia) era già stato tentato precedentemente da Matteo Ricci e sicuramente ad esso Martini si ispirò. Si trattava di traduzioni assai libere, non filologicamente eseguite, ma tali da suscitare interesse e meraviglia per il lettore. I critici letterari cinesi danno cenno di averle apprezzate come rivelazione di un mondo a loro finora sconosciuto. Sebbene i titoli dei due trattati siano quasi simili il Jiaoyou lun di Ricci e il Qiuyou pian di Martini presentano parecchie differenze. Il Trattato di Martini risulta molto più esteso, diviso in due parti che contengono rispettivamente undici e nove capitoli. Inoltre come impostazione interna le differenze si fanno ancor più marcate. Ricci si era limitato a presentare un centinaio di massime di autori classici cristiani, ma senza alcun suo commento. Martini invece rende in cinese,, in una forma assai libera, massime e aneddoti di autori classici, cristiani e della Rinascenza, aggiungendo qua e la dei passi da lui stesso elaborati. Fra gli autori Cicerone è il più citato e Martini ha certamente presente il famoso testo ciceroniano De amicitia, che tuttavia non nomina mai, preferendo anteporre ai passi tratti da quest’opera i nomi di Cicerone, di Tullio e di Lelio, di Catone, di Scipione. Vengono inoltre ripresi Seneca, Sallustio, Aristotele, Platone, San Bernardo, San Paolo, Isidoro, Dione. Fra i libri è citata la Bibbia. Ma ritornando al Laelius de amicitia, che è il cardine del Trattato di Martini, il Trattato non aveva solo un fine apologetico, ma voleva essere uno strumento di avvicinamento alla cultura cinese secondo i canoni gesuitici della inculturazione. Martini si concentrò soprattutto sul pensiero di Cicerone riguardo all’amicizia, ritenendo questo autore, un pagano credente, il più consono allo scopo, poiché l’amicizia in Cina era tenuta in gran conto. Ovviamente il tema dell’amicizia era già stato svolto da Platone e Aristotele e dalle altre scuole filosofiche che ne avevano continuato insegnamento. Ma in Aristotele l’amicizia subisce una tripartizione, distinguendo in essa l’operare di tre momenti, il piacere, l’interesse, la virtù. In epoca ellenistica l’amicizia riveste più la connotazione di virtù sociale che prevede la reciprocità dei sentimenti. Cicerone nel mondo romano indagò a fondo tale sentimento che fu poi commentata da Seneca e attirò anche l’interesse delle scuole religiose del Cristianesimo. Nella considerazione di Martini la riproposizione dell’amicizia, depurata da ogni patina utilitaristica, è tanto più necessaria in un ‘epoca , Il Seicento, che eresse la corruzione e il malaffare a pratica di vita comune. D’altra patte anche la Cina non era esente da episodi corruttivi. Ecco quindi il suo impegno nella proposta di un’amicizia virtuosa, giacché amicizia e virtù non possono darsi distinte. All’interno del Trattato il dialogo ciceroniano emerge nella sua portata purificatrice; a differenza di Ricci, l’amicizia rappresenta ormai un bene incomparabile, ma rarissimo, tanto è il degrado morale in cui la società era giunta. Anche nella Cina attraversata dalle guerre per l’avvicendarsi al potere delle varie dinastie, Martini vedeva nell’amicizia e non nelle armi la via maestra. Nel proemio già Martini spiega il senso della sua missione, così pericolosa e coraggiosa. Tutto i tessuto del Trattato è una lunga pericope per esaltare l’amicizia e mettere in guardia da ciò che la insidia;
leggiamo questo passo di Martini liberamente tradotto da Cicerone:

D. Tullio, dice:

Quand’erano poveri andavano d’accordo. Ottenuto il successo (uno dei due mette da parte il vecchio amico. E’ amore (questo)? Questo non è un buon amico. Il buon amico non muta i rapporti con me (anche se)muta di fortuna e cambia di posizione. Infatti il vero amico non muta di amicizia col mutar di fortuna. Altrimenti non sarebbe l’amico di un uomo, ma l’amico della fortuna. Perciò colui il quale cambia amicizia non può dirsi amico per sempre, ma può dirsi solo amico del momento”.

Roberto Taioli

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