Tre poesie di Stefano Colli da “Lettere da una bambola”, Giuliano Ladolfi Editore, nota di Giulio Greco

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Il lettore non può non essere colpito dal titolo Lettere da una bambola per un duplice motivo: sia perché solo le “bambole metaforiche” possono scrivere sia perché il termine evoca un’età in cui difficilmente si raggiunge tale abilità. Ma, si sa, ci troviamo nel regno della poesia, dove lo scrittore ha la possibilità di creare una “realtà più vera di quella reale” e, come dice Montale, riesce a superare «gli scorni di chi crede / che la realtà sia quella che si vede». La “bambola” non potrebbe essere una rivisitazione del “fanciullino” pascoliano? Quello «che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dei»? La prima composizione ci libera da ogni interpretazione intimista o pargoleggiante: il «feroce spettacolo del mondo» ci colloca in un’atmosfera completamente diversa, all’interno di una poesia “civile”, in grado di aprire, da un lato, l’orizzonte sull’intera umanità e, dall’altro, di lanciare una serie di tragiche domande capitali, «tarlo del pensare». All’io narrante, «uomo senza passato», si presenta «ad un tratto» Gaia, una bimba di «cinque anni / e tre mesi», che cerca la sua bambola di nome Ester, tramite tra l’uomo e il mondo visibile. E mediante l’identificazione tra l’io narrante e la bambola fuggita si opera una specie di “terzo occhio”, capace di indagare la situazione contemporanea. Inizia così un viaggio e inizia così una serie di incontri con le sofferenze del mondo «nel silenzio assordate di Dio»: Wayra, bimbo quechua di 10 anni dall’animo gentile, che cerca il fratello”sepolto” in miniera; Polina, bimba rinchiusa in un lager in Polonia; l’italiano Alberto, la cui famiglia è stata vittima di una pulizia etnica nell’Istria; un piccino afghano colpito da una granata posta all’interno di un giocattolo; Hor cambogiano che ha perso la famiglia a causa dei Khmer rossi; poi è la volta di Khaled che muore a Mosul; poi il ghetto di Sabha, «dove si impara a spogliarsi a poco a poco / di ciò che resta dell’umanità»; poi Naghib su un barcone in mezzo al Mediterraneo… «Il copione si svolge sempre uguale». Il poeta non può tacere. «Indignatio facit versum»: sembra di risentire la coscienza offesa di Giovenale. Colli però non si indigna solo per l’immoralità dei costumi del proprio tempo, qui la posta è molto più elevata e riguarda la dignità stessa dell’essere umano. […]

dalla prefazione di Giulio Greco

 

Ester e Rino

L’ha chiamata Ester, come la sua nonna morta
da un paio di anni, la bambola smarrita
perduta chissà dove. Di sicuro
è qui, uscita di casa l’avevo in braccio
poi in macchina mi sono addormentata
e al risveglio lei non c’era.
Ha capelli biondi e un vestito
color beige, sentenzia fiera la piccola Gioia,
cinque anni e tre mesi
mentre il sole gioca
con le sue trecce rosso ramate
a disegnare sfumature di speranza.
Ora come farò a dirlo a Rino
il dinosauro pupazzo compagno di Ester
ci rimarrà male e rischierà di estinguersi
come fecero i dinosauri tanto tempo fa
ce lo ha spiegato la maestra la settimana scorsa
e io rimarrò sola senza i miei amici.
Non hai bambini con cui giocare?
Ma certo, risponde Gioia, però con loro
è diverso, loro non mi aiutano a sognare
e non possono vegliarmi mentre dormo.
Senza Rino ed Ester ho paura
di diventare grande all’improvviso
come accadde alla nonna
quando c’era la guerra.
Questa parola, ‘guerra’,
mi rimbomba nella testa ma non smuove
la caligine dei miei ricordi.
Porto Gioia per mano, perlustriamo
il parco come sentinelle esposte
alle prime ombre della sera ma io resto
un uomo senza passato. Ad un tratto
incrociamo una sua compagna di giochi.
I suoni mi giungono ovattati
sensazione strana, non odo
le loro parole, refrattarie le mie orecchie
alla carezza leggera della vita. Dura poco
ma basta per riportarmi indietro, chissà dove
a quell’ignoto da cui provengo.
Ecco la mia mamma, dice Gioia,
ora debbo lasciarti, ci sei
domani a quest’ora? Le sorrido
e questo le basta e solo ora
faccio caso a un particolare
la donna guarda la figlia e non mi vede
come la bambina di poco fa.
Ne ho la certezza
sono diafano al mondo esterno, impermeabile
al sangue della terra.
Gioia è il mio unico contatto
con questo luogo che non riconosco
e non lo so spiegare.
Sono un uomo senza passato
e non so se ci sarà un domani.

 

La Follia si presenta

Magma che sale dagli abissi
inesauribile linfa della terra
che pulsa sulla soglia dell’illecito
e attenta alla sovranità dell’indicibile
forze acquattate nell’ignoto
in attesa di una nuova epifania
ascoltate. Io sono vostra musa e sorella
vestale dell’impassibile notte
che veglia sulla crosta vilipesa
di quanto resta muto, di quanto
non è stato. Io invoco il silenzio e la modestia
dell’eterna solitudine,
l’unica clessidra che riesca
a scandire brandelli di senso
nel bazar dei nostri fallimenti.
Io non sono né amica né maestra
ma ammiro chi dimora nel tramonto
perché sa che la vita è transizione
un ponte tra la meta e un nuovo inizio.
Io mi presento: sono la Follia e vi induco
alla pazienza, alla lima costante che cesella
i confini di quanto cova nel profondo
per sgorgare dalla fonte inesplorata
che ci avvolge di un fascino atterrito.
Sopravviviamo solo nell’angoscia
dell’oscura imperfezione dell’origine.
Nella mia fine è il mio principio
e traccio la via per chi risorge
dall’inferno di luoghi inaccessibili.

 

Il fiore degli dei

Seconda notte nella camera.
Il bambino dorme
e con il fiore accanto scrivo un’altra lettera.
“Cara Gioia
ho visitato un posto straordinario
con montagne altissime di nome Ande. Stanno
dall’altra parte del mondo, in un luogo
chiamato Sud America. Qui
c’è una pace immensa e ho ascoltato
vecchie storie accanto al fuoco
raccontate dai discendenti di un popolo
che aveva costruito un grande impero
con strade perfette e monumenti così alti
da sentire il respiro degli Dei.
Ho conosciuto
un bambino di nome Wayra, che in lingua
Quechua vuol dire ‘vento’. L’ho aiutato
a cercare suo fratello, per ora senza risultato
ma noi proseguiremo senza sosta. Forse
l’hanno rapito uomini malvagi, venuti
da un luogo lontano. Wayra
ha colto per me questo fiore e io
te lo spedisco, nel segno
di una speranza che non muore.
Abbine cura, prezioso
come la tua vita. Ora ti saluto
perché noi continueremo a cercare
dovessimo setacciare tutte le montagne.
Tua Ester.”

Stefano Colli

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERAStefano Colli nasce a Grosseto l’11-10-1970. Si laurea in filosofia all’Università di Siena il 24-2-1998 con 110/110 e lode con una tesi sulla fase mediana della Dottrina della Scienza di Fichte. È docente di ruolo di filosofia e storia al liceo scientifico di Grosseto. Scrive poesie dal 2005 . Per Ladolfi editore ha pubblicato nel 2018 il poema Lettere da una bambola. Sue poesie figurano nei siti http://www.aphorism.it, Iris News, Pioggia obliqua e Patria letteratura. Stefano Colli ha pubblicato due romanzi: L’estate di Emma, uscito ai primi di Marzo 2013 con la casa editrice Europa Edizioni; Qualcosa di insolito, I Libri di Emil, Bologna 2014, che ha ottenuto il Premio speciale della giuria al concorso San Domenichino di Massa.

 

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