Cinque poesie di Maria Benedetta Cerro da “Lo sguardo inverso”, LietoColle – 2018

lo-sguardo-inverso-copertinapiatta

 

Ci ordinò di corrispondere
perché eravamo inconsolati.
E riprese a pulsare la vena
—————————–dell’abbandono.
Il cielo neutro della parola
manifestò il suo dire sorgivo
——————————e il lutto
fu animato dalla meraviglia.
Lui – il nodo del fenomeno
e del tutto – ci concesse il dettaglio
capitale che mutò lo sguardo.

*

Una – dimmi – parola fatta carta
che accolga ad occhi chiusi
la meno estrema delle nostre prove.

Voglio nel consistere dell’alba
praticare la distanza
volgere al culto della marginalità.

Come dimenticare a oltranza
per vedere nell’invisibile
il più acuminato degli ossi
del poeta futuro.

*

——————————–Un luogo
dove i nomi abitano l’assenza
si è incrinato al mio passo.
In fondo a tutto il buio compresso
tentava di sorgere una luce.

Vengo – le dissi –
abiterò quel grembo.

E a volo discesi una rampa infinita di scale.
Guardami come sono leggera se mi chiami.
Ma sono morta e non ti posso udire.
—————————Eppure ti ho vista – luce –

*

Qui non c’è gioia
ma sgomento affascinato dalla morte.
Morte e non gioia
——————————e povertà dannata dal lamento.
Tutto questo non è ragionevole
ma resto nell’obbedienza eretta.

*

Dove sono andata a dormire?
Ho conosciuto tutti i terrori della notte
——————————– la mia anima stretta –
Dammi uno spazio dove cadere
un ferito uccello per andargli dietro.
Ho comprato le ore del giorno
——————————-– e la sua pace –
Avrei voluto imparare come si diventa aria
————————– ciò che sanno i puri e gli stolti –
————————–Ma è notte
e la notte mi viene addosso senza pensare.
Aggrappati forte
——————————-anima mia spaventata
ti porto con me oltre il ponte dirotto.
—————————–Ma il passaggio è sepolto
e l’aria… / l’aria prigioniera.
Non c’è che terra e roccia
——————————e l’erba che copre la pietra.
E noi – mai più aria –
——————————-sotto la pietra.

Maria Benedetta Cerro

 

maria_benedetta_cerroMaria Benedetta Cerro è nata a Pontecorvo il 25/01/1951 e risiede a Castrocielo (FR). Ha pubblicato: Licenza di viaggio (Dioscuri 1984), Ipotesi di vita (Laicata 1987), Il sigillo della parola (Piovan 1991), Lettera a una pietra (Confronto 1992), Il segno del gelo (Perosini 1997), Allegorie d’inverno (Manni 2003), Regalità della luce (Sciascia 2009), La congiura degli opposti (LietoColle 2012).

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5 commenti
    • Vedo solo oggi il suo commento. Non intendevo dire “diruto”, che in me evoca la rovina prodotta dal tempo, ma esattamente “dirotto”, nel senso di spezzato di netto, come la vita è spezzata dalla morte. Dirotto mi fa pensare a una duplice rottura che lascia sospese le due estremità inconciliabili per sempre; mi fa pensare al pianto dirotto, inconsolabile. Una sola parola “dirotto”, che in sintesi è tutto questo. Grazie del commento. Mi ha permesso di chiarire un equivoco. M.B.Cerro

      • Grazie del chiarimento! Non pensavo più a quella forma arcaica utilizzata da d’Annunzio e caduta in disuso da anni. Oggi la mente non va più al dirotto dannunziano ma allo sgorgare violento delle lacrime.
        Comunque nulla vieta di utilizzarlo nel significato arcaico. Impreziosisce l’espressione.

  1. Mi ha fatto venire a mente l’ingresso d’un viale cimiteriale d’epoca romana vicino Arles, in Provenza. Il luogo, quello, il tempo, l’altro, speso durante la vita che, ogni tanto amiamo fissare con qualche verso. Questo luogo, mesto la sua parte, ci concede riposo dall’inizio alla fine, quando, nell’inchino all’omega universale, tutti andiamo. Ma ci si riposa nei momenti in cui iniziamo, e concludiamo, il percorso lungo i viali e vialetti il cui limine ci viene pennellato dai cipressi che ondeggiano, stanchi e sconsolati, ma sempre presenti e sussurrano chissà quante cose,per consolarci. E qui subentra il capolavoro dei cipressi e cielo stellato dell’olandese dipintore, blasfemo sì, ma sempre cimiteriale che riesce, comunque, a darci l’idea caotica, ma pure razionale dell’infinito. Un caos che ci attende, ma che potrebbe essere – perché no ?- perfino infinito, ossia un viaggio eterno.

    • Il testo “Dove sono andata a dormire?”, terza parte di una trilogia, rimanda ovviamente a riflessioni sulla morte e al senso di definitivo che l’accompagna. Alla lacerazione del distacco, piuttosto che al giacere nella morte, quindi ai siti cimiteriali di ogni tempo e ai vialetti di cipressi, che suscitano invece mestizia e pace. La risposta è forse nel primo dei testi pubblicati, nel “dettaglio capitale che muta il lutto in meraviglia”. Grazie della lettura e del commento. Cordialmente. M.B.Cerro

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