La lingua greca nelle opere letterarie: Omero, Empedocle, Saffo, Pindaro, a cura di Roberto Taioli

omero

Occorre, seppur brevemente, soffermarci sul contributo che la lingua greca ha dato nei secoli al mondo moderno e che la rende pertanto ancora attualissima e fecondissima per la sua duttilità, versatilità, capacità di permeare il mondo umano esprimendo i registri affettivi e storici più profondi. Capace di creare generi letterari diversi, ma accomunati dalla stessa matrice linguistica, come tasselli di un unico mosaico. Ufficialmente si fa risalire la nascita della letteratura greca con il genere epico e i due grandi poemi omerici, ma in realtà essa inizierebbe ben prima con le saghe epiche che non ci sono pervenute. Omero avrebbe quindi ereditato una sedimentazione letteraria prevalentemente parlata e, rovesciando una consuetudine, egli sarebbe non l’inizio, ma il coronamento di secoli di composizione orale. Omero avrebbe in tal senso “codificato” la lingua elaborando un canone che si sarebbe imposto nel tempo. Un canone tuttavia frutto di apporti eterogenei sedimentatosi nel corso dei secoli , come tasselli di un unico mosaico. Omero tuttavia scriveva in una lingua letteraria e non parlata, nella quale confluivano le sfumature e le caratteristiche dei vari dialetti, assimilati in un modello. Già nei poemi omerici la lingua greca aveva dato prova di sé e delle sue immense potenzialità, capace di esprimere il furore della battaglia, l’ira, la collera, ma anche la tenerezza, la pietas, la partecipazione al dolore, la compassione, la grandezza dell’amicizia. Omero aveva veramente usato la lingua, anche creando lessicalmente parole nuove, per scandagliare come una sonda il mistero del cuore umano e le tortuosità della storia.  Fu nell’Atene di Pisistrato nel V secolo a. C. che la versione dei due poemi omerici giunse ad una approvazione ufficiale. Con l’Atene di Pisistrato assistiamo ad una fioritura straordinaria delle opere letterarie e del loro articolarsi in generi diversi, segno anche questo della fecondità e flessibilità della lingua, della sua capacità di plasmarsi e raffinarsi. L’esplosione letteraria abbraccia tutto il mondo greco, compresi i territori della Magna Grecia. Assistiamo al nascere della poesia lirica, della filosofia e delle ricerche sulla natura che sono anche alla base del primo germinare del pensiero filosofico. Ricordiamo Empedocle di Agrigento che nel suo poema Sulla natura si cimenta nell’ardua impresa di esplorare il mondo della natura, dell’essere materiale e cosmico, mutando il paradigma umanistico che era stato di Omero.  Nella poesia lirica l’esempio più alto è Saffo di Lesbo, che veicola una lingua ricca di sinuosità interiori, antieroica, sensuale. Un modello intramontabile che ritroveremo in altri secoli della modernità e che ancora affascina oggi. Inoltrandoci nel V secolo, la poesia cambia ancora volto e la lingua si eleva con Pindaro di Tebe a celebrare nelle odi, appunto dette pindariche, le imprese degli atleti ai giochi panellenici e gli onori agli dei che hanno consentito e favorito la vittoria. La lingua s’impenna nella esaltazione della bellezza. Lo stile dorico usato dal poeta, dotato di una intensa forma ellittica, consentiva una varietà di toni e sfumature assumendo una dimensione vertiginosa.

Roberto Taioli

 

Dal letto di Titón surta l’Aurora,
Portava ai Numi ed a’ mortali il giorno;
E già tutti a concilio erano assisi
Gli Eterni, con in mezzo il Fulminante
Di suprema possanza. A lor Minerva
Noverava d’Ulisse i molti affanni,
Revocandoli in mente; ché non leve
Cura la punse dell’eroe, dal tempo
Che in sua magion la ninfa il si ritenne.
ε 7 «O Giove – disse – e Voi tutti, o beati
Dèi Sempiterni, no, benigno e mite
Scettrato Re non sia più mai, ned alti
Sensi volga nel cor, ma crudel sempre,
Con iniqui e feroci atti imperversi.
Poiché nullo rammenta il divo Ulisse,
Nullo fra i tanti popoli ch’ei resse,
Qual padre affettuoso. Ei gravi intanto
Doglie pate nell’isola, ove giace
Neghittoso languendo, ove Calipso
Per forza il tiene; e ’l ritornar gli è tolto.
Non navi, né compagni ha in sua balìa,
Che ’l carreggin sul dorso ampio del mare.
Ed ecco, al caro figliuol suo che riede
Alle sue case, anèlasi a dar morte.
Ei dietro al suon della paterna fama,
Pilo ed Isparta a visitar si mosse.»
ε 21 E ’l Fulminante: «O figlia mia! qual detto
Ti sfuggì dalle labbra? Or tu medesma
Non hai fermato già, che a’ suoi reverso,
Tragga Ulisse da’ Proci aspra vendetta?
Ma con vigile cura (e ben tu ’l puoi)
Telèmaco al natìo lido rimena,
Illeso al tutto, sicché al fin delusi,
A retroso il lor pin volgano i Proci.»
ε 28 Tacque l’Olìmpio ed a Mercurio vòlto,
Prole sua cara: «Va’ – disse –, Mercurio,
Chiaro tra i Numi e messagier mio fido,
Alla ninfa dal crin aureo e le annunzia
Il mio fermo voler, che rieda Ulisse
Alla terra natìa, ma che non abbia
Da’ Numi o da’ mortali alcun’aìta;
Vo’ che patiti aspri travagli, aggiunga
Nel ventesimo dì, su travi avvinte
Da saldi nodi in un, la fertil Scherìa,
Terra alma de’ Feaci; che al par quasi
Di noi gioconda vivono la vita;
Degno il terran d’onor siccome un Dio,
Condurrànlo alla sua patria diletta,
Rame ed oro daràngli e vesti in copia,
Maggior che addotto e’ non avrìa, se d’Ìlio
Tornava illeso e della preda onusto,
Ch’ivi sortì. Però che in fato egli ebbe
Di riveder gli amici ed agli eccelsi
Suoi tetti e al suol natìo di ricondursi.» […]

Omero, Odissea, Libro V (Traduzione di Niccolò Delvinotti)

 

Da ciò che in alcun modo è, infatti, è impossibile nascere,/ e inattuabile e inaudito che ciò che è si distrugga:/ perché sempre sarà là, dove ogni volta uno lo porrà.

Un’altra cosa, allora, ti dirò: nascita non c’è di nessuna/ delle cose mortali, né una qualche fine di morte che le distrugga,/ ma solo mescolanza e separazione di ciò che è mescolato/ esiste, ma questo è chiamato dagli uomini nascita.

Empedocle

 

Ragazze di Creta a tempo
danzavano lievi sui piedi
attorno all’ara adorna
calcando dolcemente
la morbida erba fiorita.

*

Stava nel cratere l’ambrosia
già ben mescolata
Ermes prese la giara e versò:
gli dèi con un unico gesto
levarono le coppe,
libarono, augurando
ogni bene allo sposo.

Saffo (traduzione di Giulio Guidorizzi)

 

PER TERONE D’ AGRIGENTO
VINCITORE COL CARRO IN OLIMPIA

I

Strofe
inni, che legge date alla cétera,
quale dei Numi, qual degli Eroi, qual dei mortali celebreremo?
Pisa è di Giove: le olimpie gare
[ondava Alcide
con le primizie
di guerra: ed ora, per la quadriga vittoriosa,
cantar Terone convien, che gaudio giusto è degli ospiti,
è d’Agrigento
colonna, savio dator di leggi, fior d’avi illustri.
Antistrofe
che dopo lunghi gravi travagli
giunsero a questa sede fluviale, della Sicilia furon pupilla;
e venne il tempo sacro al Destino,
e aggiunse all’insite
virtù fortuna.
Su via, figliuolo di Rea, Cromde, tu che proteggi
d’Olimpo i vertici, dei giuochi il fiore, dell’Alfeo Tonde,
t’allegra ai cantici,
ed ai nepoti benigno serba la terra avita.
Epodo
Neppurj il Tempo, padre del tutto,
far si potrebbe che non compiuto l’esito fosse
d’opra compiuta, giusta od ingiusta. Ma con la sorte
prospera, nasce l’oblivione. Sottesso il bene,
sottesso il gaudio, giace domato, per quanto incalzi,
si spenge il duolo,

II

Strofe
quando pel cenno del Dio, la Parca
tragga la sorte d’eccelso bene. S’attaglia quanto dico alle figlie
di Cadmo. Molto soffrir; ma il duolo
dinanzi ai beni
più grandi cadde.
Semèle, chioma fiorita, spenta giacque alla romba
della saetta; ma tra gli Olimpi vive ora eterna,
e l’ama Pàllade,
l’amano Giove padre, ed il figlio d’ellera cinto.
Antistrofe
D’Ino, raccontano che giù nel pelago,
tra le marine figlie di Nèreo, le fu perenne vita concessa,
pel tempo eterno. Niuno degli uomini
sa di sua morte
securo il punto,
né quando un giorno, figlio del sole, trascorreremo
godendo un bene scevro di cure. Sovressi gli uomini,
or queste, or quelle
di contentezze, di pene, volgono correnti alterne.
Epodo
Cosi la Moira, che il fato avito
felice regge di questi prenci, con la fortuna
data dai Numi, pur di rovesci talor li oppresse,
da quando il figlio fatai, scontrato suo padre Laio,
l’uccise; ed esito s’ebbe l’oracolo che in di remoti
mosse da Pito.

Pindaro, Ode Olimpia II (traduzione di Ettore Romagnoli)

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