Giuseppe Manitta, da “Gli occhi non possono morire”, Italic – 2018, commento di Giorgio Linguaglossa

manitta_coverIl problema della poesia italiana di questi ultimi tre/quattro decenni è sempre quello, non è cambiato. Fin quando i poeti italiani penseranno di fare poesia con i commenti ironici, i fraseggi post-patafisici, il bon ton, il maledettismo, la performance, la pièce teatrale, la poesia giocosa, etc. non faranno altro che letteratura di seconda e terza mano, letteratura che segue il modello televisivo e mediatico dello spot, della slam e della chat-poetry C’è in giro tanta chatpoetry, anche ben fatta, ben scritta e scaltrita, non lo nego, che riesce anche ironica e a farci sorridere, ma noi chiediamo qualche cosa d’altro alla poesia, oggi, qualcosa che vada oltre il gioco dei significanti o il fraseggio ironico, il motteggio di spirito, la battuta scherzosa… di questa pseudo poesia ne abbiamo così tanta che si auto elimina da sé, anzi, si è già auto eliminata. Mi fa piacere dunque, che questo libro di Giuseppe Manitta si muova secondo un diverso ordine del giorno o ordine cronotopico, l’autore catanese fa poesia non anaclitica e lo si può capire leggendo la poesia di apertura del libro, «Sul Breviario di Ott», tenta di fare poesia «alta» con un linguaggio «basso», tentativo in parte riuscito. Ed è già molto in tempi di banausica povertà di idee e di ispirazioni retrodatate come il nostro. Sì, forse la poesia da camera è finita, assediati e attediati come siamo dal linguaggio mediatico, ormai siamo alle soglie di una poesia facilmente confezionata che non richiede nessuna fatica al lettore.

Giorgio Linguaglossa

 

Sul Breviario di Ott

I

Il sudore graffia l’effige di Lidwina
sul Breviario di Ott.
Il calendario è bianco,
polvere di paglia brucia
il boccale del contadino,
l’asina nutre le mosche
e la massaia governa lucertole al sole,
gli spilloni tra le mani e i pomodori.
Dietro la collina di Rocco
l’asfalto ha catturato le gambe di Lidwina,
l’aureola tra le bottiglie di birra,
vicino al ficus di Via santa Maddalena.
Lidwina soffoca tra i mandorli,
assopita, e veste stracci di nebbia.

II

Odora di bordello l’angolo della piazza
mentre la tenda rossa, alla finestra,
guarda i passanti
e la bimba sanguina di sogni,
Sofia.
Il Breviario di Ott è sull’altare,
ma nel giorno della Madonna
Sofia è per le strade,
con le gambe strisciate di sudore,
che si addormentano.
La cenere ricopre gli occhi
e il Breviario piange
la martire della città.
È mutata l’incisione,
oggi si prega il martirio di santa Sofia.

 

Il naufragio invisibile

I

Whitman ha perso le foglie,
ha bruciato cieli di carta
per le strade.
L’upupa è sotto gli archi
e il muschio chiede silenzio.
Distante, la bambina blu
seduta sotto la quercia.

«Non bere dal pozzo,
l’acqua è sporca di ricordi,
le folaghe sono morte,
non parlano più di ombre,
ma agitano le ali,
per salutare la neve».

È inverno.
La luna
cade dalle gocce dell’alloro,
parla di sorrisi
e osserva.
La bambina blu è fuggita.
Non tornerà più.

XXVI

Era sera,
la casa di Giosuè
sulla collina
respirava i mandorli spenti
e il silenzio degli altari.

Il vecchio lume
scandisce la vertigine del tempo,
seppellita fra le muraglie del viottolo,
in salita,
accanto la casa.

La brina all’alba evapora Dio,
anch’io.

XXXV

Gli occhi non possono morire
amando la sera che manca,
non si sentono più
gli abbagli e le finzioni,
e l’aria che cade a frammenti.
Il naufragio si è compiuto.

 

La città di Ella

I

Si dorme sulla pietra
aspettando la pioggia
e il Pizzo Spina imbiancato.
Beviamo l’alito del tempo
mentre il treno scorre
sulle ginestre, sulle sciare,
e risveglia venti.
Il cuore tra le rotaie
e gli sguardi annegano,
mentre le case ascoltano
la sabbia che cade.

IX

Quando si spegne anche la cenere
gli alastri inchiodano i passanti,
sono presepio di ombre e di calanchi
le città.
Il treno scrive litanie
sui petali a festa
sospese
e la stazione è cocci,
i gabbiani ritornano ai monti,
ruzzola a terra il breviario.

Giuseppe Manitta

 

Giuseppe ManittaGiuseppe Manitta è autore di alcuni studi di italianistica. Ha curato i volumi Carducci Contemporaneo (2012) e Boccaccio e la Sicilia (2015, 20162), inoltre si è occupato del petrarchismo cinquecentesco di Antonio Filoteo Omodei. Tra le pubblicazioni principali si ricordano: A partire da Boccaccio (Mursia, 2005, 20107); Noi e il mondo. La novella italiana da Pirandello a Calvino (Mursia, 2007, 20112); Giacomo Leopardi. Percorsi critici e bibliografici (1998-2003) (Il Convivio, 2009); Giacomo Leopardi. Percorsi critici e bibliografici (2004-2008). Con appendice (2009-2012) (Il Convivio, 2015, 20172); Mihai Eminescu e la «letteratura italiana» (Il Convivio, 2017). Ha tenuto conferenze in diverse università italiane e straniere. È caporedattore della rivista “Il Convivio” e collabora, inoltre, a varie riviste specialistiche, tra le quali “La Rassegna della Letteratura Italiana”, “OBLIO”, “Zibaldone. Estudios Italianos”. Cura la bibliografia leopardiana del “Laboratorio Leopardi” dell’Università La Sapienza di Roma. Di poesia ha pubblicato il recente Gli occhi non possono morire, (Italic, 2018)

 

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1 commento
  1. Eccellente integrazione di lessico e atmosfere di illustre e sofisticata ascendenza con pathos post-metafisico, dissoluzione-dilatazione semantica di matrice simbolista, espressa in architetture ironiche che si fanno inquietanti labirinti di senso, verso un chiarore auspicato, di indecifrabile sorgente.

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