Giuseppe Gioachino Belli e il calamaio infranto del papista inquisitore, di Michele Rossitti

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Giuseppe Gioachino Belli, Roma, 7 settembre 1791 – Roma, 21 dicembre 1863

Con i suoi duemiladuecentosettantanove sonetti, Giuseppe Gioachino Belli riassume nel dialetto romanesco la vita borgatara e attraverso la verve di colorite pasquinate offre un quadro ironico, aspro e sadico, talvolta denigratorio della corruzione sotto il pontificato di Gregorio XVI, il Balneis Etruriae delle Profezie di Nostradamus.  Come Dante che nei canti ha lasciato tracce inconfondibili di esperienze venatorie documentate dalle soste nelle corti signorili, così Belli, scisso nell’interiorità, si interroga sulla sua effettiva estraneità e disaffezione al mondo dei cacciatori. Questa controversia emerge presa di posizione netta nella complessità degli scritti e si impegna a vivere con costanza il soffrire che rigurgita dai versi.  Se il re messo a nudo nel sonetto Li soprani der monno vecchio con “Io so’ io e voi nun ziete un cazzo!”, poi urlato da Sordi ne Il Marchese del Grillo mira ai despoti di Ieri come agli inciuci dei premier repubblicani d’oggi, così il de profundis in suffragio dell’avifauna è l’affronto al protagonismo del cacciatore.  La forza del romanesco nei panni di un reazionario e censore come Belli, papalino più per favoritismo che convinzione, non tollera repliche e annichilisce egocentrica la zavorra dei suoi imputati illustri.  Le singole parole (e non la frase) sentenziano l’ipocrisia di vizi e comportamenti, appaiono qui le uniche armi del popolano per spogliare, nella sua genuina rozzezza, il bracconaggio di strutture sociali e ideologiche che lo defraudano per opprimerlo. Da quando l’uomo si è scoperto cacciatore anche i selvatici hanno affinato le loro attitudini alla fuga e alla difesa. Questi atteggiamenti hanno permesso a certe specie di conservarsi fino a oggi, altre a estinguersi. In natura come nella società, tutti i tipi di caccia (spesso contro i propri simili) perpetrati dall’uomo civilizzato e dagli animali predatori prendono di mira solo capi più raggiungibili da abbattere perché meno dotati o ingenui.  Gli esemplari più forti sono così in grado di perpetrare al meglio le loro peggiori caratteristiche sui vinti e i “sonetti venatori” di Belli lo dimostrano. Il crepacuore di un madre per il figlio fanatico dello sparo sull’Agro pontino fino al papa falconiere, martirizzatore di una colomba e alla visione di Sant’ Eustachio con il cervo di Sant’Uberto che lo converte, rincarano la dose della superstizione sull’antica credenza che fucilare le serpi faccia esplodere le canne dello schioppo.  Conclude il pittoresco scorcio di suburre la solidarietà a un prete nascosto tra i cespugli che si becca la galera, ovvero la reclusione conventuale per aver spaventato Maria Isabella di Borbone incinta e impegnata durante una battuta ai cinghiali nelle tenute sorrentine. Insensibile al rinculo del fucile, la regina e novella Diana, atterrita invece da un “porco in tonaca nera”, si autodenuncia nella “macelleria” attuata di soppiatto per soffocare il riscatto degli esclusi.  Per questi antenati dei pischelli pasoliniani, il dialetto romanesco è allora l’unica bestemmia contro un sistema assimilante che però, rapido e adulto, li sverginerà della loro identità popolana. Il fare piazza pulita attraverso processi selettivi per mantenere “gli invisibili” ai limiti della sopravvivenza o indottrinarli con nazionalismi e assistenzialismo di ritorno è poi una sintesi metastorica che non riguarda solo la caccia nelle piccole patrie di tiranni e poveracci preunitari, bensì tutte le azioni possibili. L’uomo non solo è strumento del destino ma non sa nulla e nulla comprende di ciò che è e ciò che avviene, un po’come un fucile appeso al chiodo dopo l’uso. L’andare a comandare di omuncoli spuntati dalle fungaie di società civili già corrotte alle radici finisce per restaurare quel secolare proibizionismo “alla Rovazzi” che serve solo a foraggiare mafie d’ogni risma. Chi vivrà vedrà se davvero Belli e Leopardi hanno avuto ragione.

Michele Rossitti

 

 

La madre del cacciatore

E ssempre, Andrea, sta bbenedetta caccia
co sti compagni tui priscipitosi!
Oggi sei stato inzino a Mmonterosi
e stanotte aritorni a la Bbottaccia!

A mmé nnun me parlà de sti mengosi,
de st’archibbusci tui senza focaccia:
sai che sso io? che ffai troppa vitaccia:
sai che mme preme a mmé? che tt’ariposi.

Un giorno a ttordi, un antro a ppavoncelle,
mó a bbeccacce, mó a llepri, mó a ccignali…
Ne vôi troppo ne vôi da la tu’ pelle.

Fijjo, io ppiú te conzidero e ppiú ccali:
Andrea, le carne tue nun zò ppiú cquelle:
crèdime, fijjo mio, tu mme t’ammali.

 

L’aricreazzione

Detta ch’er Papa ha Mmessa la matina,
e empite le santissime bbudelle,
essce in giardino in buttasú1 e ppianelle,
a ppijjà ’na bboccata d’aria fina.

Lí llegato co ccerte catenelle
sce tiè un brutto uscellaccio de rapina,
e, ddrento a una ramata, una ventina
o ddu’ duzzine ar piú de tortorelle.

Che ffa er zant’omo! ficca drento un braccio,
pijja ’na tortorella e la conzeggna
ridenno tra le granfie a l’uscellaccio.

Tutto lo spasso de Nostro Siggnore
è de vedé cquela bbestiaccia indeggna
squarciajje er petto e rrosicajje er core.

 

Sant’Ustacchio

Sto scervio co sta crosce e co sta bboria
ch’edè? Babbào! ciazzeccherai dimani.
Viè cquà, tte lo dich’io: cuesta è ’na storia
der tempo de l’aretichi pagani.

T’hai duncue da ficcà nne la momoria
c’a li paesi lontani lontani
sant’Ustacchio era un Re, ddio l’abb’in gloria,
c’annava a ccaccialepri co li cani.

Un giorno, tra li lepri ecco je scappa
un cervio maschio, accusí ppoco tristo,
che llui s’affigurò de fallo pappa.

Ma cquanno a bbrusciapélo l’ebbe visto
co cquella crosce in fronte e in d’una chiappa,
lo lassò in pasce, e vvorze crede a Ccristo.

 

Le serpe

È ppropio vero, è ppropio vero, Santa,
ch’er monno s’è svortato. E nnu lo senti
che llui tira le bbòtte a li serpenti,
e l’archibbuscio suo nun je s’incanta?

Cent’anni fa… ma cche ccent’anni!, ottanta…
dínne meno: quaranta, trenta, venti,
diescianni addietro, st’ommini imprudenti
staveno freschi! e mmó llui se n’avvanta.

Una serpa, una lipera, un cerviotto,
c’ammiravi o ppe tterra o ddrent’a un búscio,
t’inciarmava la porvere de bbotto.

E nnun c’er’antro pe vvieninne a ffine
che ccaricà lo schioppo o ll’archibbuscio
cor nome de Ggesú ssu le palline.

 

La Caccia de la Reggina

’Na Regginella annanno in portantina
a ccaccia in d’una macchia ariservata,
vede una bbestia nera che ss’inchina
fra le frasche, e cce resta arimpiattata.

Presto pijja la mira la Reggina,
e, ppúnfete, je dà ’n’archibbusciata;
e ggià ssu cquella bbestia mmalandrina
tiè la siconna bbotta preparata.

«Oh ddio, sagra Maestà, nnun m’accidete»,
strillò una vosce for de la verdura:
«io nun zò un porco, Artezza mia, sò un prete».

La Reggina a sto strillo ebbe pavura;
e jje disse: «Aló, in gabbia; e imparerete
a spaventamme in corpo la cratura».

Giuseppe Gioachino Belli

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