Sei poesie di Eugenio Montale da “Satura” (1971)

Montale_Eugenio

Eugenio Montale, Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981

L’ultima poesia di Eugenio Montale, raccolta nei volumi Satura (1971), Diario del ’71 e del ’72 (1973), Quaderno di quattro anni (1977), è sotto il segno di un’ironia sempre più amara e negativa, senza speranza e senza errore del cuore a consolarla. Xenia, dedicata alla moglie morta in Satura, Montale raggiunge la sublime semplicità della più nuda tragedia esistenziale. L’unico modo di resistere all’inganno e all’oppressione è l’astuzia di una poesia che abbandona totalmente la serietà e il sublime, perché solo nell’irrisione, nell’esaltazione del banale, del basso, dell’insensato, si può ancora cogliere qualche traccia della verità e dei valori.

 

5. (XENIA I)

Non ho mai capito se io fossi
il tuo cane fedele e incimurrito
o tu lo fossi per me.
Per gli altri no, eri un insetto miope
smarrito nel blabla
dell’alta società. Erano ingenui
quei furbi e non sapevano
di essere loro il tuo zimbello:
di esser visti anche al buio e smascherati
da un tuo senso infallibile, dal tuo
radar di pipistrello.

 

9.

Ascoltare era il solo modo di vedere.
Il conto del telefono s’è ridotto a ben poco.

 

14.

Dicono che la mia
sia una poesia d’inappartenenza.
Ma s’era tua era di qualcuno:
di te che non sei più forma, ma essenza.
Dicono che la poesia al suo culmine
magnifica il Tutto in fuga,
negano che la testuggine
sia più veloce del fulmine.
Tu sola sapevi che il moto
non è diverso dalla stasi,
che il vuoto è il pieno e il sereno
è la più diffusa delle nubi.
Così meglio intendo il tuo lungo viaggio
imprigionata tra le bende e i gessi.
Eppure non mi dà riposo
sapere che in uno o in due noi siamo una sola cosa.

 

12. (XENIA II)

I falchi
sempre troppo lontani dal tuo sguardo
raramente li hai visti davvicino.
Uno a Etretat che sorvegliava i goffi
voli dei suoi bambini.
Due altri in Grecia, sulla via di Delfi,
una zuffa di piume soffici, due becchi giovani
arditi e inoffensivi.

Ti piaceva la vita fatta a pezzi,
quella che rompe dal suo insopportabile
ordito.

 

La morte di Dio (SATURA I)

Tutte le religioni del Dio unico
sono una sola: variano i cuochi e le cotture.
Così rimuginavo; e m’interruppi quando
tu scivolasti vertiginosamente
dentro la scala a chiocciola della Périgourdine
e di laggiù ridesti a crepapelle.
Fu una buona serata con un attimo appena
di spavento. Anche il papa
in Israele disse la stessa cosa
ma se ne pentì quando fu informato
che il sommo Emarginato, se mai fu,
era perento.

 

L’Eufrate (SATURA II)

Ho visto in sogno l’Eufrate,
il suo decorso sonnolento tra
tonfi di roditori e larghi indugi in sacche
di fango orlate di ragnateli arborei.
Chissà che cosa avrai visto tu in trent’anni
( magari cento ) ammesso che sia qualcosa di te.
Non ripetermi che anche uno stuzzicadenti,
anche una briciola o un niente può contenere il tutto.
E’ quello che pensavo quando esisteva il mondo
ma il mio pensiero svaria, si appiccica dove può
per dirsi che non s’è spento. Lui stesso non sa nulla,
le vie che segue sono tante e a volte
per darsi ancora un nome si cerca sull’atlante.

Eugenio Montale

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4 commenti
  1. Di nuovo qui vogliamo cercare la Mop. E mi pare che sia questa, almeno per coloro che conoscono il Poeta. Con la morte della sposa (colei che gli era stata promessa e offerta dal destino, sicché parlava di destino da saggia intelligente), con la morte della sposa si è sconquassato il destino, e tra mezzo ai frantumi fa capolinea il niente, che ora fa le poste a lui. Intende ora che tutto era una falsa promessa, il mondo, se stesso, la storia, l’universo, e altro non esiste che il niente. E coi piedi nel niente ora lui non può parlare di mondo se non attraverso una satura che ne faccia occhieggiare il vero volto, che è l’inconsistenza. Ed ecco qui che s’è scoperto che questa è davvero poesia. Ma come? Questi dubbi per Montale, il poeta dei poeti?! Sì, per Montale e per chiunque abbia attraversato la storia da gran poeta. Perché non si sa mai!

  2. Dato che a me si risponde solo quando pare che io stronchi (quando soltanto sembri!), mi rispondo da solo, anche solamente per correggere errori che produce il sistema. Come qui che scrive “capolinea” invece di “capolino”, come io suggerivo. Ma non si preoccupi nessuno, neanche per dirmi grazie, quel grazie che si dice ad altri con quell’aria di religiosa venerazione!

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