Tre poesie inedite di Luigi Paraboschi

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Un’assenza senza la giustificazione

Cerchi ancora la pietra d’angolo
lo scoglio sul quale edificare
non il pulsare che batte i polsi
e la voglia che inumidisce il labbro,

ti serve solamente un tronco scorticato
in fondo ad un campo un po’ in discesa
per appoggiarvi il peso delle spalle
e una finestra dai vetri chiusi da cui scrutare
chi risale il declivio del tuo orto non diserbato

e poi attendi che il ghiaccio nella gronda
diventi acqua nella secchia per interrare
qualche seme e dare un nome nuovo al fiore.

E’ la gratuità a fare meno arido
un incontro tra due cespugli
ora che le notti lunghe dell’inverno
hanno smagrito anche i passeri,

a loro restano le piume per il corpo scarno,
a noi le parole per cercare un senso
per i frammenti di vocali smarrite in giro,

briciole di una storia scritta a matita
per facilitare le correzioni e rammentarci
che la razionalità è un lago di abbandono
nel quale siamo andati a fondo, perché

rimanere senza risposte o spiegazioni
è un’assenza senza la firma dei genitori,
sipario che cala all’improvviso
sopra la ricerca di un significato.

 

La non appartenenza

Trapassa anche te il malessere
della non appartenenza come se
viaggiassimo dietro vetri oscuri ?

Al risveglio ti succede
d’indossare abiti non tuoi, poveri
indumenti che coprono le debolezze
e fanno vergognare dei pensieri ?

Oppure ti sembra che la vita
talvolta sia un fiato tronco,
e cerchi il respiro del giorno
dentro gli occhi di coloro che incontri ?

Raccontami l’acqua ch’è già corsa,
mostra quelle radici che hanno dita lunghe
le campane e i suoni che ascoltavi
prima che la vita ti accorciasse la cavezza.

Siamo carte assorbenti che s’impregnano
di tutte le calligrafie passate sotto di esse
durante ogni istante che è loro concesso,
e fino a quando ci sarà un angolo bianco

prosciugheremo ogni parola, pure quelle
scritte col pennino tronco a punta quadra
che lasciano segni grevi e qualche macchia,

ma ci rimarrà il tempo per misurare il tonfo
dei sussurri al buio e di udire il rumore dei passi
che s’allontanano nei corridoi e poi pesare
dentro il palmo una manciata di sorrisi definitivi ?

 

A chi racconteremo i silenzi?

Sapessimo prevedere quando
finiranno le tempeste
che ci squassano ogni giorno,
potremmo metterci al riparo
dentro un portone o sotto gli archi

ma non ci è concesso, ogni risveglio
riporta le vecchie ruggini e s’accresce
così il cigolio sui cardini

Andarsene sarà come capire
il metro di quel verso troppo lungo
che si voleva spezzare perché
non s’adattava al nostro orecchio,
ed il respiro finalmente assopirà
la nostra voglia di trasmigrare.

Ma nessuno conosce la mano
che vorrebbe farsi piuma per dire
alla bellezza il bisogno che abbiamo
della vita per contemplarla

e a chi racconteremo i silenzi
di quando il giorno è un peso
senza ragione, e la fatica che facciamo
per rimanere in piedi, vigili
ma disattenti, se non a un foglio
bianco con sopra tracce di parole ?

Luigi Paraboschi

 

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