Decimo Magno Ausonio, La Mosella (vv. 1-67) – (vv. 414-483), a cura di Roberto Taioli

downloadLa Mosella è un poemetto di impronta e tonalità elegiaca scritta da Ausonio nella fase calante dell’impero romano, con l’intento, direi programmatico, di  celebrare e onorare questo fiume che ha segnato la sua vita, al punto di invocarlo con il “tu”, come parte essenziale e costitutiva della sua esistenza. Scritto in esametri, al pari dei grandi classici latini, il poema ha il suo epicentro nella descrizione del paesaggio fluviale, rappresentando un grande locus amoenus che si distende per tutti i 483 versi dell’opera. Nativo di Bordeaux, l’antica Burdigala, ove nacque intorno al 310 d. C., sotto Costantino, studiò retorica ed eloquenza (poca dimestichezza ebbe invece con il greco), esercitò per breve tempo l’avvocatura, ed insegnò retorica nella scuola che aveva frequentato nell’infanzia, avendo tra i suoi allievi più noti Ponzio Anicio Meropio Paolino, che in seguito divenne vescovo di Nola. La sua presenza a Roma fu tardiva, quando l’imperatore Valentiniano I, considerandolo un uomo tra i più dotti dell’epoca, lo chiamò a sé come precettore del figlio Graziano. Lo stesso Graziano, per riconoscenza verso il maestro, lo gratificò con varie cariche onorifiche. Ottenne nel 379 anche la nomina a console, con il cui titolo prese parte alla campagna militare contro gli Alamanni. Alla morte di Graziano nel 383, fece ritorno a Burdigala, ove condusse vita appartata e rivolta agli studi. A tal periodo si farebbe anche risalire la sua conversione alla religione cristiana, forse durante il soggiorno a Treviri. Ma la critica non ritiene molto attendibile tale notizia, essendo in lui ben radicata la tradizione pagana della famiglia e l’impronta classica della sua cultura. Morì a Burdigala intorno al 395. Nel poemetto Ausonio eredita la forma dell’idillio che fu di Teocrito e che ha consistenti tracce anche in Virgilio e in Orazio; la descrizione del paesaggio non come inerte materiale descrittivo,ma luogo dell’anima, fonte di conforto e di meditazione. In un certo senso fu Ausonio lo scopritore del paesaggio in poesia, attraverso la Mosella, il grande fiume che nasce sui Vosgi, si getta nel Reno a Coblenza e sulle cui rive sorgeva Treviri, una della quattro capitali dell’Impero. Il fiume, lungo 561 km, attraversa Francia, Lussemburgo e Germania, condividendo nel suo scorrere terre e popolazioni diverse, il che lo rende ricco di risvolti storici, etnografici, paesaggistici. In parte navigabile, il fiume svolse già allora un importante funzione di via di trasporto. Tuttavia sarebbe riduttivo leggere l’opera di Ausonio solo attraverso questa dimensione geografica; in realtà il fiume è vivo perché il paesaggio assurge a sonda interiore e disvela l’animo del poeta. Ausonio ebbe modo di conoscere la Mosella durante i non pochi anni di soggiorno a Treviri, ove possiamo dire, avvenne la sua conversione estetica; proveniente da studi di retorica e di filologia, fu rapito dal fascino del fiume e fu proiettato nell’orizzonte della poesia:

quando il glauco fiume riflette l’ombra dei colli e sembra / che le sue acque frondeggino e nella corrente siano piantati tralci di vite. / Quale colore nei flutti quando Vespero spinge le sue tarde /ombre e soffonde la Mosella del verde dei monti! / Gli interi gioghi nuotano negli increspati movimenti dell’acqua, / trema l’immagine dei pampini e i grappoli sembrano più turgidi / nelle vitree onde. L’illuso battelliere conta le verdi viti, / quel battelliere che sulla barca scavata in un tronco d’albero / oscilla sulle acque in mezzo alla corrente là dove il profilo d’un colle / si confonde col fiume, e il fiume intreccia fra loro i confini delle ombre “(vv. 190- 199).

Gli intrecci cromatici, i movimenti, le sinuosità, le pieghe sono proprie di una immagine idillica, ove il vedere le cose si fonde al sentire, all’entrarvi dentro. E questo ingressus l’abito di Ausonio nella percezione del fiume. Anche quando si sofferma su dati naturalistici, secondo l’allora imperante moda dei “cataloghi” (piante, animali, pesci), l’occhio di Ausonio è sempre quello dello stupore, dell’incanto per l’opus naturae, per la meraviglia delle diversità. Il motus animae prevale anche sul più crudo realismo, come quando viene descritta l’agonia di un pesce nel dibattersi prima della morte: :

Ormai il corpo illanguidito vibra di guizzi sempre più deboli, / già la torpida coda soffre gli ultimi spasimi, / la bocca aperta non riesce a chiudersi, le branchie emettono dalle fauci / dischiuse l’aria respirata esalando il soffio della morte”(vv. 263-266).

Roberto Taioli

 

Transieram celerem nebuloso flumine Navam
adita miratus veteri nova moenia Vinco,
aequavit Latias ubi quondam Gallia Cannas ,
infletaeque iacent inopes super arva catervae.
Unde iter ingrediens nemorosa per avia solum
et nulla humani spectans vestigia cultus
praetereo arentem sitientibus undique terris
Dumnissum riguasque perenni fonte Tabernas
arvaque Sauromatum nuper metata colonis
et tandem primis Belgarum conspicor oris
Noiomagum, divi castra inclita Constantini.
Purior his campus aer Phoebusque sereno
lumine purpureum reserat iam sudus Olympum,
nec iam consertis per mutua vincula ramis
quaeritur exclusam viridi caligine caelum,
sed liquidum iubar et rutilam visentibus aethram
libera perspicui non invidet aura diei.
In speciem tum me patriae cultumque nitentis
Burdigalae blando pepulerunt omnia visu:
culmina villarum pendentibus edita ripis
et virides baccho colle et amoena fluenta
subterlabentis tacito rumore Mosellae.
Salve amnis laudate agris, laudate colonis,
dignata imperio debent cui moenia Belgae,
amnis odorifero iuga vitea consite baccho,
consite gramineas, amnis viridissime, ripas!
Naviger ut pelagus , devexas pronus in undas
ut fluvius, vitreoque lacus imitate profundo,
et rivos trepido potes aequiperare meatu,
et liquid gelidos fonts praecellere potu:
ominia solus habes, quae fons, quae rivus et amnis
et lacus et bivio refluus manamine portus.
Tu, placidis praelapsus acquis, nec murmura venti
ulla nec occulti pateris luctamina saxi;
non spirante vado rapidos properare meatus
cogeris, extantes medio non aequore terras
interceptus habes, iusti ne demat honorem
nominis, exclusum si dividat insula flumen.
Tu duplice sortite vias et cum amne secundo
defluis, ut celeres feriant vada concita remi,
et cum per ripas nusquam cessante remulco
intendunt collo malorum vincula nautae,
ipse tuos quotiens miraris in amne recursus
legitimosque putas prope segnius ire meatus!
Tu neque limigenis ripam praetexeris ulvis
nec piger immundo perfundis litora caeno:
sicca in primores pergunt vestigia lymphas.
I nunc et Phrygiis sola levia consere crustis,
tendens marmoreum laqueata per atria campum .
At ego, despectis, quae census opesque dederunt,
naturae mirabor opus, non cura nepotum
laetaque iacturis ubi luxuriatur egestas.
Hic solidae sternunt umentia litora harenae,
nec retinent memores vestigia pressa figuras.
Spectaris vitreo per levia terga profundo,
secreti nihil amnis, habens: utque almus aperto
panditur intuit liquidis obtutibus aer
nec placidi prohibent oculos per inania venti,
sic demersa procul durante per intima visu
cernimus arcanique patet penetrale profundi,
cum vada lene meant liquidarum et lapsua aquarum
prodit caerulea dispersas luce figuras:
quod sulcata levi crispatur harena meatu,
inclinata tremunt viridi quod gramina fundo,
usque sub ingenuis agitatae fontibus herbae
vibrantes patiuntur aquas , lucetque laterque
calculus et viridem distinguit glarea muscum. (vv. 1-67)

 

Attraverso la veloce Nahe dalla brumosa corrente,
dopo aver ammirato le nuove mura aggiunte alla vecchia Bingen
là dove un giorno i Galli eguagliarono la disfatta dei latini a Canne,
e miseri e incompianti giacquero sui campi cumuli di cadaveri.
Intraprendo poi un cammino solitario attraverso una regione
boscosa e deserta, non vedendo traccia di umana presenza,
oltrepasso l’arida Denzen circondata ovunque da terre sitibonde,
poi il borgo delle Taverne irrigato da una fonte perenne
e i terreni recentemente ripartiti tra i coloni sarmatici.
Finalmente al limitare del territorio dei Belgi scorgo Neumagen,
famoso campo fortificato del divo Costantino.
In queste pianure l’aria è più pura, e Febo, sgombro di nubi,
schiude con sereno splendore purpureo Olimpo: fra un intreccio
di rami legati gli uni agli altri non si è più costretti a cercare
con lo sguardo il cielo occultato da quel verde schermo,
ma l’aria libera del limpido giorno permette alla vista
di godere degli splendidi raggi del sole e del cielo rosseggiante.
Allora dolci visioni mi indussero a ricordare la bellezza
della mia patria e il paesaggio della splendida Bordeaux.
Tetti di ville che si ergono sulle rive dei declivi, colli verdeggianti
di vigneti e a valle fra di essi il dolce fluire della Mosella
con il suo sommesso mormorio. Salve, o fiume elogiato
per i campi che ti costeggiano, lodato per i tuoi coloni; a te
i Belgi sono debitori delle mura degne della sede imperiale,
i cui colli sono coltivati a vigneti dal succo fragrante,
o fiume verdissimo che scorri tra erbe erbose !
Navigabile al pari del mare, ma con acque correnti in discesa,
com’è giusto per il fiume che sei, o tu che per il fondo cristallino
puoi sembrare un lago, per il trepido corso eguagliare i ruscelli
e per le limpide sorsate che offri superare le gelide fonti;
tu da solo hai tutte le qualità, fonte, ruscello, fiume,
e mare con il duplice moto, flusso e riflusso della marea.
Scorrendo con le tue placide acque non sei turbato da sibili
di vento, da ostacoli di rocce sommerse, non hai bassifondi
che con il loro ribollire costringano a precipitose accelerazioni
la tua corrente ; nel mezzo del tuo alveo non si ergono terre
che si oppongono al tuo corso così da sottrarti l’onore
del nome di fiume, se un ‘isola dividesse il tuo corso.
Hai avuto la sorte di soffrire due vie al navigare, l’una
quando i remi con favore della corrente fendono rapidi
i flutti, l’altra quando i marinai, disposti lungo le rive,
a forza di spalle tendono le corde fissate alle antenne
senza mai cessare il traino: tu stessa spesso ti stupisci
per il rifluire delle acque e pensi che il tuo corso naturale rallenti.
Tu non hai mai le rive coperte di erbe fangose,
né pigro cospargi il tuo lido di lurido fango: si può
giungere a piedi nudi fino al limitare della corrente.
Orsù, o lettore, ricopri i pavimenti con mosaici di Frigia,
distendendo lastre di marmo nelle tue sale con i soffitti a cassettoni.
Al contrario io, spregiati i lussi che offrono il censo e la ricchezza,
ammirerò l’opera della natura, dove non folleggia il lusso
di nipoti dissipati, o una miseria compiaciuta della propria rovina.
Qui una sabbia compatta ricopre le umide rive,
e i passi che la calpestano non lasciano tracce di orme.
Attraverso la tua levigata superficie, nella profondità cristallina,
è dato scorgere, o fiume, l’assenza di ogni segreto: e come
l’aria vivificante si apre con ampia visione ai limpidi sguardi
e i quieti venti non impediscono agli occhi di scrutare gli spazi,
cosi possiamo vedere durevolmente tutto ciò che nel tuo profondo
è sommerso, scoprire il segreto delle tue intimità più riposte,
quando i flutti rallentano e il trascorrere delle acque trasparenti
rivela in una luce cerulea sparse figure di oggetti;
qui la sabbia solcata da lieve corrente s’increspa,
là sul verde fondo tremano e si inclinano le erbe,
e spostate di continuo dal loro appiglio originario
sopportano l’incalzare delle acque , e ora risplende e ora
si cela una pietruzza e si distingue dalla ghiaia il verde muschio.

 

At modo coeptum
detexatur opus dilata et laude virorum,
dicamus laeto per rura virentia tractu
felicem fluvium Rhenique sacremus in undas.
Caeruleos nunc, Rhene, sine hyaloque virentem
pande peplum spatiumque novi metare fluenti
fraternis cumulandus aquis nec praemia in undis
sola, sed Augustae veniens quod moenibus urbis
spectavit iunctos natique patrisque truymphos,
hostibus exactis Nicrum super et Lupodonum
et fontem Latiis ignotum annalibus Histri.
Haec profligati venit modus laurea belli:
hinc alias aliasque feret. Vos pergite iuncti
et mare purpureum gemino propellite tractu.
Non vereare minor, pulcherrime Rhene, videri:
inviadiae nihil hospes habet: potiere perenni
nomine: tu fratrem famae securus adopta.
Dives aquis, dives Nymphis, largitor utrique
alveus extendet geminis divortia ripis
communesque vias diversa per ostia fundet
accendet vires, quas Francia quasque Chamaves
Germanique tremant: tunc verus habebere limes.
Accedet tanto geminum tibi nomen ab amni,
cumque unus de fonte fluas, dicere bicornis.
Haec ego, Vivisca ducens ab origine gentem,
Belgarum hospitiis non per nova foedera notus,
Ausonius, nomen latium, patriaque domoque
Gallorum extremos inter celsamque Pyrenen,
temperat ingenuos qua laeta Aquitanica mores
audax exigua fide concino. Fas mihi sacrum
perstrinxisse amnem tenui libamine Musae.
Nec laudem affecto, veniam peto: sunt tibi multi,
alme amnis, sacros qui sollicitare fluores
Aonidum totamque solent haurire Aganippen.
At ego, quanta mei dederit se vena liquoris,
Burdigalam cum me in patriam nidumque senectae
Augustus pater et nati, mea maxima cura,
fascibus Ausoniis decoratum et honore curuli
mittent, emeritae post munera disciplinae,
latius Arctoi praeconia persquar amnis.
Addam urbs tacito quas subter laberis alveo,
moeniaque antiquis te prospectantia muris;
addam praesidiis dubiarum condita rerum,
sed modo securis non castra, sed horrea Belgis:
addam felices ripas et pinguia culta secantem.
Non tibi se Liger anteferet , non Axona praeceps,
Matrona non, Gallis Belgisque intersita finis,
Santonico refluus non ipse Carantonus aestu.
Concedet gelido Durani de monte volutus
amnis et auriferum postponet Gallia Tarnen
insanumque ruens per saxa rotantia late
In mare purpureum, dominae tamen ante Mosellae
numine adorato, Tarbellicus ibit Aturrus.
Corniger exrternas celebrande Mosella per oras,
nec solis celebrande locis, ubi fonte supremo
exeris auratum taurinae frontis honorem,
quave trahis placidos sinuosa per arva meatus
vel qua Germanis sub portibus ostia solvis;
si quos honos tenui volet aspirare Camenae,
perdere si quis in his dignabimur otia Musis,
ibis in ora hominum laetoque fovebere cantu.
Te fontes vivique lacus, te caerula noscent
flumina, te veteres, pagorum Gloria, luci:
te Druna, te sparsis incerta Druentia ripis
alpinique colent fluvii, duplicemque per urbem
qui meat et Dextrae Rhodanus dat nomina ripae:
te stagnis ego caeruleis magnumque sonoris
amnibus, aequoreae te commendabo Garumnae.

 

Ma ora proseguiamo l’opera cominciata, rinviando
l’elogio degli uomini; cantiamo il fiume fortunato
che scorre tra lieta acqua tra verdi campi,
e consacriamolo alle acque del Reno. Ora dischiudi
o Reno, le azzurre pieghe del tuo vestito e il tuo peplo
verdeggiante simile al vetro; misura lo spazio
per questo nuovo fiume che ti irrobustirà con fraterne acque.
Te ne avvantaggerai non soltanto per le sue acque, ma anche
perchè proviene dalle mura della città imperiale, e ha visto i trionfi appaiati
di padre e figlio, quando ricacciarono i nemici sul Neckar, a Ladenburg,
e presso le fonti del Danubio ancora sconosciute alla storia latina.
E appena giunto il messaggio della vittoria ornata d’alloro
ma da qui ne arrecherà altri e altri ancora. Voi, o fiumi,
proseguite uniti e spingete avanti il mare purpureo
con la vostra duplice corrente. E tu, bellissimo Reno, non temere
di apparire sminuito: il tuo ospite non nutre gelosia.
Conserva il tuo nome perenne, sicuro della tua fama adottalo come fratello,
ricco di acque, ricco di Ninfe; l’alveo che avete in comune
ugualmente generoso con entrambi separerà sempre più le due rive,
e riverserà per diverse foci il vostro corso comune.
Per l’aggiungersi di nuove forze tremeranno i Franchi, i Cannavi
e i Germani: allora sarai considerato il vero confine.
Per l’apporto di un così grande affluente otterrai un doppio nome,
e pur sgorgando solitario dalla sorgente, sarai denominato bicorne.
Così io, che traggo origine da una stirpe Vivisca,
noto all’ospitalità dei Belgi per antico patto,
io Ausonio, nome latino, che ho patria e dimora
fra gli estremi territori dei Galli e i Pirenei, là dove la lieta
Aquitania addolcisce i primitivi costumi, con modesta lira
audacemente intono questi canti. Mi sia lecito avere sfiorato
questo sacro fiume con la tenue offerta della mia Musa.
Non smanio per la gloria, e anzi chiedo indulgenza: sono molti,
o almo fiume, quelli che sogliono agitare per te le sacre
acque delle sorelle Aonie e bere l’intera fonte di Aganippe.
Ma io, quale che sia il frutto della mia ispirazione poetica,
tornato nella mia patria Bordeaux, nido della mia vecchiaia,
quando l’imperatore, padre e figlio, mia più alta sollecitudine,
mi avranno congedato emerito dal mio ufficio di educatore,
insignito dei fasci Ausonii e del seggio curule,
riprenderò più ampiamente l’elogio di questo fiume dal settentrione.
Aggiungerò le città che attraversi con le tue acque silenziose,
le fortezze che ti guardano dalle loro antiche mura,
e le costruzioni di difesa fondate contro i rovesci della sorte,
ora non più accampamenti ma granai per i Belgi fedeli.
Parlerò dei coloni felici su entrambe le rive,
e di te che in mezzo alle fatiche degli uomini e dei buoi
lambisci le rive e solchi grassi terreni.
Non ti sarà anteposta la Loira, né il precipitoso Aisne,
né la Marna che separa i territori della Gallia da quelli dei Belgi,
né la stessa Charente respinta dalla marea dal golfo di Saintonge.
A te cederà la corrente della Dordogna che discende da un monte ghiacciato,
la Gallia porrà dopo te l’aurifero Tarn
e l’Adour popolato dai Tarbelli, che precipita furioso pei macigni
rotolanti senza tregua, sboccherà nel purpureo mare soltanto
dopo aver adorato il tuo nome, o Mosella sovrana.
O cornigera Mosella sei degna d’essere celebrata in terra straniera,
ed elogiata non solo nei luoghi ove sgorgando dall’alta sorgente
erigi il dorato onore della tua fronte taurina,
e dove snodi sinuosa il placido corso per le campagne,
o dove sotto i porti germanici apri la tua foce.
Se qualche alito di gioia vorrò sfiorare la mia umile Musa,,
e qualcuno non disdegnerà di occupare i suoi ozi con la lettura dei miei versi,
andrai sulle labbra degli uomini, e sarai onorata del mio lieto canto
Te conosceranno le fonti, i laghi di acqua viva
e anche i fiumi cerulei, anche i boschi sacri,
orgoglio dei villaggi; te venereranno la Dronte e la Durance
incerta fra instabili rive, te i torrenti alpini e il Rodano
che attraversa Arles, città duplice, e dà il nome alla riva destra;
te raccomanderò agli azzurri laghi, ai fiumi sonori,
e alla Garonna così ampia da apparire simile a un mare.

(traduzione di Luca Canali)

 

 

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1 commento
  1. Un’interessante proposta di lettura, una scoperta di come per avere godimenti estetici dalla natura conviene astrarre dalla loro estrinseca storica realtà, e separare dall’esistenza la semplice apparenza o parvenza.
    Il paesaggio ci appare come uno spettacolo fantastico e la natura è bella solo per chi la contempli con occhio d’artista, con il concorso della fantasia….
    È soprattutto il linguaggio a trasformare la semplice descrizione fisica di un luogo in tratto paesaggistico…lo scrittore si sposta verso un altro “punto di vista” dal quale la stessa visione si ravviva di nuovi sensi…Il paesaggio affiora come obiettivo di conoscenza e insieme come elaborazione linguistica, di una scrittura impegnata

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